giovedì, ottobre 06, 2016
Il premier procede a tappe forzate il suo tour nel Nord Italia, ma sa bene che al Sud il vantaggio del No può essere decisivo. I comitati del Sì nel mezzogiorno non mancano, ma latitano sul territorio ed il processo di personalizzazione del referendum, una volta intrapreso, sembra irreversibile.

di Lorenzo Carchini

La battaglia tanto voluta attraverso il referendum, rischia di diventare un boccone avvelenato per il premier Renzi. Le polemiche a non finire, un paese a due velocità ed il ricorso al Tar sul quesito referendario, fanno sì che per la prima volta il presidente cominci a toccare con mano un certo vuoto attorno a sé, tanto da fargli dire ieri, al Centro Appiani di Treviso: "Non lasciatemi solo, perché da solo non ce la faccio...".

Certo un'uscita affatto scevra di una ricerca empatica verso un pubblico che egli sa essergli amico. Il tour a tappe forzate di Renzi procede nel Nord e non potrebbe essere altrimenti. Secondo gli ultimi sondaggi di Nando Pagnoncelli per il Corriere, neppure quel territorio, così produttivo e a lui da tempo amico, è unito sulla via del Sì.

Se il Centro Nord ed il Nord-Ovest risultano infatti suoi principali sostenitori, è il Nord-Est a registrare una preferenza per il No al 52%. La sua immersione nel profondo Settentrione, che per il momento sembra guardare con maggiore fiducia al referendum, è necessaria proprio per cercare di unirlo e serrare i ranghi in vista di Dicembre. Più importante che mai, dopo 72 ore di dibattiti sulla reale bontà del Def e la scarsa fiducia da parte di istituzioni come Banca d'Italia, Ufficio parlamentare del bilancio, finanche al Fondo Monetario Internazionale.

"Ma mentre gli esperti discutono io oggi vado ad incontrare chi il Pil lo produce non chi lo analizza". Il premier ieri si è difeso attaccando, ma sa bene che gran parte del suo successo si potrebbe giocare altrove.

È infatti al Sud che ci sono i voti che potrebbero salvargli la "vita" o condannarlo alla sconfitta. Pur riservandosi di tornarvi negli ultimi giorni di campagna, la situazione è chiara sin dai primi sondaggi del Maggio scorso. Secondo Pagnoncelli sono molti i voti di distacco, con ben il 58% in favore del No. Una situazione che ben delinea un voto referendario inscindibile dalla figura e dai comportamenti tenuti dallo stesso premier.

Non è un caso che le difficoltà arrivino proprio dalla zona meno produttiva. Renzi deve prendere atto che durante questi anni il Sud ha sempre avuto un ruolo di secondo piano, riscattato unicamente da alcune grandi personalità (da De Magistris a Emiliano, in particolare) capaci di farsi sentire quelle poche volte in cui lo sguardo, colpevolmente distratto, di Palazzo Chigi si è rivolto verso di loro. Lo sdoganamento del Renzismo al di sotto del Tevere non ha mai funzionato ed il risultato del Pd alle amministrative di Napoli, con la clamorosa esclusione dal ballottaggio, ne è stata la limpida testimonianza.

Eppure i comitati per il Sì esistono anche nel là. Quelli del Pd sulla carta sono tanti, tantissimi. Solo in Sicilia 304, sui 400 in Italia. Un numero esorbitate, ma qualcosa non funziona. Da un lato, questi risultano attivi più in rete, sui social, che sul territorio, a sommo discapito del "fare politica" in senso tradizionale. Dall'altro i "veri" sostenitori del Sì al referendum nel Sud si trovano perlopiù nel ceto politico tardo-democristiano, di centrodestra, impegnato sul proprio riciclo: cuffariani, personaggi vicini a Lombardo e a Miccichè, in Sicilia; feudi verdiniani, Scopellitiani ed ex Margherita riabilitati in Calabria.

Rivelatore un certo silenzio dalla Campania. Vincenzo De Luca, in particolare, mostra i primi segni di "maniavantismo" e, dopo l'assoluzione nel caso Seapack, col suo tipico linguaggio aspro suggerisce a Renzi una profonda verità sull'ariaccia che gira al Sud: "Deve fare ancora molto, la sfida è complicatissima".


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