mercoledì, marzo 30, 2016
Dal Belgio si vedono, profonde, le crepe che solcano il colosso foucaultiano, mentre si accendono le ultime rifrazioni di luce su alcuni grandi paradigmi interpretativi politici e sociali del XX secolo.

 di Lorenzo Carchini

Sinistraineuropa - Lo studio antropologico delle istituzioni e dell’“apparato” securitario che governa i processi di controllo e d’integrazione ha portato alcuni autori ad ipotizzare la necessità di nuove vie interpretative e narrative (etnografiche) della politica. Secondo Bruno Riccio (Università di Bologna), pur considerando rilevante prendere in considerazione queste nuove proposte metodologiche e le revisioni dell’idea di campo nella ricerca etnografica, anche i discorsi e le politiche europee ed internazionali di governo necessitano di essere analizzati considerando le ricadute e le interpretazioni locali.

Un “apparato”, questa la lezione del XXI secolo (almeno dal 2001 ad oggi), che non costituisce affatto un’entità monolitica, piuttosto un materiale composito che consta di diverse agenzie con interessi potenzialmente in contrasto fra loro. Conseguentemente, all’interno delle istituzioni internazionali, statali e locali si producono discorsi e pratiche di controllo ed integrazione che potrebbero essere in tensione tra loro e che richiedono una dettagliata esplorazione etnografica da non ostacolare con rappresentazioni ideologicamente troppo essenzializzate di un apparato delle politiche di governo delle migrazioni.

L’aspetto problematico si ha quando un certo tipo di discorso accademico fornisce degli occhiali appannati, che non fanno capire meglio ciò che si sta guardando, rischiando a volte di far sbandare verso teorie totalizzanti e paranoidi dello stato-nazione e del ruolo dei confini nella geopolitica contemporanea.

L’affermazione di un nuovo paradigma di antropologia politica, non può prescindere dal tipo di lettura attribuibile dello stesso elemento politico. Il grande problema è perché l’inevitabile politicizzazione in questo campo porta invariabilmente all’assunzione di posizioni teoriche, discorsi e parole chiave, un lessico determinato. E quando si ritrovano riferimenti antropologici allo stato adottando invariabilmente un lessico classico di “nuda vita”, “governamentalità”, il “campo” ecc., significa che semplicemente non c’è alternativa, non è stata elaborata una teoria diversa che dia conto del rapporto fra stato e diversi soggetti che agiscono anche in modo da impostare un equilibrio fra i critici del nazionalismo metodologico e chi sostiene l’indebolimento dello stato. Due elementi entrambi veritieri: non è vero, infatti, che lo stato non esiste più, piuttosto si assiste ad un indebolimento dello stato-nazione su certi settori, ma questo paradossalmente porta al rafforzamento dell’azione violenta dello stato in certi contesti.

Una discussione oggi sofferente, acutizzata dalla presenza di “scorciatoie”. Spesso le grandi teorizzazioni che hanno attraversato tutto il XX secolo e che sembra possano rispondere a tutte le domande, in realtà non sono affatto in grado di descrivere ed interpretare la realtà. Questo porta a delle distorsioni fattuali da segnalare. L’idea, si pensi ai saggi sulle “Cultures of Fear” dell’ultimo decennio, che citando un esempio, un aneddoto si possa dimostrare una tendenza, spesso porta a cadere nella fallacia della dimostrazione fattuale assente. Il fatto che nel rapporto fra apparati di sorveglianza negli stati nazione ed i migranti, rispetto alle vicende di Lampedusa e di Lesbo, ci siano elementi di attrito, di violenza e sopraffazione è vero, ma da qui a dire che l’obiettivo degli apparati di sorveglianza degli stati è sistematicamente violento, precludendo ogni capacità di discernere il genocidio, è qualcosa di fattualmente impossibile. L’apparato umanitario degli stati nazione realmente si occupa di salvare e preservare la vita, per quanto ci possa apparire in modo critico. Chiudere le frontiere fa male, ma allo stesso tempo lo stato nazione mobilita risorse per salvare migranti. Qualcosa che non può rientrare nella condizione di una vastissimo apparato “Imperiale” iperfoucaultiano il cui obiettivo è sistematicamente violento. La questione è ben più complessa.

Questo enorme “apparato”, statale da un lato, internazionale dall’altro, spesso racchiuso nei termini “liberismo” e “democrazie”, necessita una spiegazione. Dove sta l’idea di impero? Non esistono stati diversi?

I due elementi sono problematici. Gli stati in un sistema imperiale di fatto non sussistono, possono essere solo nominalmente sovrani, sottomessi ad un apparato sovrastatale. Stati che stabiliscono i confini (con tutte le implicazioni storiche che la critica contemporanea sembra colpevolmente aver dimenticato), mentre l’apparato internazionale decide sopra di loro.

Questo tipo di teoria politica però nega il concetto di democrazia. “Siamo disposti a buttarlo?” si domanda Fabio Dei (Università di Pisa).

Giacché l’assunto implicito è che il concetto di democrazia sarebbe illusorio, non è nell’apparato della democrazia che potremmo concepire e teorizzare il mondo, essendo mosso in grandi meccanismi di “apparato” neoliberista, occidentale. Il concetto di democrazia dunque, al di là del meccanismo rappresentativo formale, inteso come un certo tipo di evoluzione della società occidentale che porta non solo verso il potere del popolo che decide i governi attraverso lo strumento elettorale, ma anche ad una serie di altri elementi, come la tendenza verso la pace, a considerare soggetti diversi come uguali, in realtà sia illusorio, dal momento che la realtà stessa ci dimostrerebbe che i soggetti non sono effettivamente considerati uguali. Siamo dunque disposti a considerare in questi termini di illusorietà la democrazia? Come potrebbe essere una teoria non disposta a buttar via il concetto di democrazia? Come la dovremmo chiamare? Liberale? Non liberale? E’ un termine questo che, per chiunque abbia avuto un minimo di educazione sentimentale alla politica, non può essere accettabile, dobbiamo dunque arrenderci e rinunciare alla democrazia così come l’abbiamo conosciuta?

I fallimenti delle grandi ideologie e delle teorie totalizzanti di fronte alla modernità devono riproporre un certo scetticismo verso di esse, predisponendosi a lavorare in cerca di nuovi orizzonti. Il fascino della grand theory costituisce oggi una trappola nella quale anche il dibattito ancora rischia di incagliarsi; secondo Dei, è necessario evitare teorie passpartout che vorrebbero interconnettere e richiamare tendenze finalistiche, progressiste di tutte le grandi teorie del XX secolo, che siano idealiste, collettiviste, marxiste ecc. ancor oggi attraenti, proprio per la possibilità di maneggiare un discorso che risponde a tante domande.

Il problema è che i critici di quel tipo d’impostazione non hanno elaborato una teoria meno totalizzante ma altrettanto convincente. Un vuoto nel dibattito antropologico che costituisce un ampio spazio di confronto che potrà permettere l’arrivo ad una nuova teorizzazione soltanto per mezzo di un’ampia mole di lavoro empirico, evitando di seguire il canto delle sirene della grande teoria. Un problema di modelli, non solo nella scelta, bensì nell’attenzione da prestare ad essi e nello scetticismo critico che dovrebbe accompagnarli.

Buttar via la democrazia significa anche che la teoria da Agamben in poi non ci pone in grado di distinguere fra forme di governo diverso, ad esempio fra la democrazia stessa ed i totalitarismi, l’esistenza dei campi ci mostrerebbe allora cosa sia in realtà la società neoliberale democratica, vera o presunta. Essere tutti in un campo dominati da un potere astratto era la profonda convinzione di Homo Sacer, ma dal punto di vista storico i tentativi d’interpretazione del nazismo e dei campi di concentramento sono generalmente fallimentari, vedendoli come il semplice inveramento di un grande principio nativo che starebbe alla base sia del capitalismo che dell’intera storia umana basata sul potere sovrano. Una visione assurda, che d’altra parte non ci mette in grado di distinguere le forme attuali di governo: dove starebbe la differenza fra destra e sinistra, fra politica più o meno attenta, “fra Trump e Obama”? L’assenza di distinzione opacizza un quadro complesso che questo apparato teorico non permette di distinguere, giacché anzi gli atteggiamenti della sinistra e dell’intero apparato umanitario grottescamente descritto in Michel Agier (“Ordini e disordini dell’umanitario”) diventano doppiamente pericolosi: essa “nasconde il pugnale”, ma l’effetto sarebbe lo stesso.

Si tratta di teorie totalizzanti in cui un vertice assoluto scandirebbe l’intero comparto del reale. Ma in ultimo dov’è questo potere? Gli attentati di Parigi e Bruxelles c’insegnano tutt’altro: lo stato così organizzato ed efficacie dove si trova? Il nostro problema è, invero, di non avere affatto uno stato coerente: la mano sinistra non sa cosa fa la mano destra e le polarità della società civile sono interamente riprodotte nell’ambito politico. La produzione cospirativa spesso intrapresa dalle scienze sociali predispone il terreno ad una percezione miope del potere statale, opacizzando ulteriormente il panorama. L’idea foucaultiana del potere strutturale ha coltivato questo sentimento. Le stesse ambiguità ed i tratti umani evidenziati da Didier Fassin negli operatori del potere statale, dunque, ci pongono la domanda su chi sia lo stato. Cosa è la governamentalità, un concetto metafisico che svuota l’idea di egemonia Gramsciana, che al Foucault è del tutto opposta. La teoria generale ha sì ampliato le aree in cui fare etnografia, ma il problema di non collocare il potere in alcun luogo, essendo esso un semplice stratagemma epistemologico, rischia spesso le scivolate cospirative ed i toni gridati. Non vedo oggi una grande teoria sociale e politica alternativa, ma non se ne deve sentire la mancanza, preferendovi teorie solide in grado di raccontare con chiarezza una serie di dati empirici.


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