mercoledì, maggio 07, 2014
In questa storica Dichiarazione, il Concilio Vaticano II espone in modo organico e originale la dottrina della Chiesa sulla libertà di religione, affermando a chiare lettere che non può esservi coercizione alcuna in materia religiosa. Contrariamente alla visione “laicista”, la libertà religiosa non poggia però sull’indifferentismo o sul relativismo etico-religioso, bensì sulla natura stessa dell’essere umano e sulla sua dignità innata. 

di Bartolo Salone 

La dichiarazione “Dignitatis humanae” (7 dicembre 1965) è senza dubbio uno dei documenti più significativi del Concilio Vaticano II, in esso essendo compendiata in maniera efficace la dottrina della Chiesa sulla libertà di coscienza e di religione. Una libertà che la Chiesa cattolica non rivendica solo per sé ma che al contrario riconosce in egual misura agli appartenenti di tutte le confessioni religiose, individuandone il fondamento razionale nella stessa dignità della persona umana e al contempo trovandone conferma nei dati della divina Rivelazione.

La riflessione sulla libertà religiosa condotta nella Dichiarazione conciliare non è tuttavia una semplice riproposizione della dottrina cattolica tradizionale, ma vuole essere, più a monte, una “rimeditazione” della stessa alla luce di “nuovi elementi” impliciti nella sacra rivelazione, ma che in passato non sono stati adeguatamente valorizzati. Come esplicitamente affermato nel proemio, con la presente Dichiarazione, il Concilio “rimedita la tradizione sacra e la dottrina della Chiesa, dalle quali trae nuovi elementi in costante armonia con quelli già posseduti”. Infatti, dopo le condanne del magistero pontificio, nel XIX secolo, alle idee liberali imposte dal nuovo corso della storia (cfr. in particolare le encicliche “Mirari vos” di Gregorio XVI e “Quanta cura” di Pio IX, quest’ultima accompagnata dal celebre Sillabo), la libertà di coscienza e di religione cominciano ad essere ribadite con sempre maggiore insistenza dai pontefici del primo ‘900 in opposizione alle pretese degli Stati totalitari.

La “Dignitatis humanae” rende irreversibile questo cammino, affidando ad un Concilio ecumenico (che, dopo il Romano Pontefice, non scordiamocelo, rappresenta la più alta autorità dottrinale in seno alla Chiesa) la solenne proclamazione di queste fondamentali libertà. La dottrina tradizionale però non viene rinnegata, ma confermata in una veste diversa: se nel corso dell’ ‘800, il magistero papale aveva rigettato la libertà di coscienza e di religione, laicisticamente intese, giacché fondate su una visione relativistica e indifferentistica del fenomeno religioso (cioè l’idea che, per salvarsi, una religione valga l’altra), nel corso del ‘900 il magistero papale prima e quello conciliare poi – nel ribadirne le basi bibliche e il fondamento morale – hanno saldamente ancorato le predette libertà alla “natura” dell’uomo, che in quanto essere razionale è costitutivamente proteso alla ricerca della verità, in primo luogo di quella religiosa. “A motivo della loro dignità – si legge infatti nella Dichiarazione – tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta. Ad un tale obbligo gli esseri umani non sono in grado di soddisfare, in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà psicologica e nello stesso tempo dell’immunità dalla coercizione esterna” (DH n. 2).

Non quindi equivalenza tra le religioni, così che si possa sostenere che una vale l’altra (indifferentismo religioso): per i Padri conciliari rimane fermo, infatti, che “Dio stesso ha fatto conoscere al genere umano la via attraverso la quale gli uomini, servendolo, possono trovare in Cristo salvezza e pervenire alla beatitudine. Questa unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato la missione di comunicarla a tutti gli uomini” (DH n. 1). Ad equivalersi sono piuttosto le persone alle quali spetta cercare la verità su Dio e sull’uomo e, una volta trovatala, aderire ad essa secondo i dettami della propria coscienza.

Solo se inserita in questa cornice, la libertà di religione risulta coerente con la sacra rivelazione, trovando conferma nel modo con cui Cristo e gli apostoli diffondevano il messaggio evangelico – sempre nel massimo rispetto della libertà dei destinatari dell’annuncio di verità – nonché con la dottrina tradizionale cattolica circa la “libertà dell’atto di fede”. A quest’ultimo riguardo, si ricorda che “un elemento fondamentale della dottrina cattolica, contenuto nella parola di Dio e costantemente predicato dai Padri, è che gli esseri umani sono tenuti a rispondere a Dio credendo volontariamente; nessuno, quindi, può essere costretto ad abbracciare la fede contro la sua volontà” (DH n. 10).

Si precisa ancora che la libertà religiosa esige che gli esseri umani siano immuni “dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata” (DH n. 2). Inoltre, “nel carattere sociale della natura umana e della stessa religione si fonda il diritto in virtù del quale gli esseri umani, mossi dalla propria convinzione religiosa, possono liberamente riunirsi e dar vita ad associazioni educative, culturali, caritative e sociali” (DH n. 4).

Infine, deve essere assicurata la libertà religiosa non solo dei singoli ma anche della famiglia, ragion per cui va garantito ai genitori il diritto di determinare l’educazione religiosa da impartire ai propri figli. A questo riguardo, “deve essere dalla potestà civile riconosciuto ai genitori il diritto di scegliere, con vera libertà, le scuole e gli altri mezzi di educazione … [senza] essere gravati, né direttamente né indirettamente, da oneri ingiusti. Inoltre i diritti dei genitori sono violati se i figli sono costretti a frequentare lezioni scolastiche che non corrispondono alla persuasione religiosa dei genitori, o se viene imposta un’unica forma di educazione dalla quale sia esclusa ogni formazione religiosa” (DH n. 5).

La “Dignitatis humanae”, in conclusione, nell’aver sottratto la libertà religiosa dall’orizzonte tipico dell’indifferentismo religioso del liberalismo ottocentesco e del laicismo contemporaneo e nell’averla saldamente ancorata alla natura dell’uomo, l’ha messa al riparo dall’arbitrio degli Stati e dell’autorità civile (che non possono non riconoscere tale libertà per la ragione che, inerendo alla natura dell’uomo, la medesima esiste prima degli Stati e indipendentemente dall’ordinamento giuridico che si limita a prenderne atto), dimostrando al contempo la fragilità di quelle teorie che ieri come oggi pretendono di offrire una fondazione relativistica alla dottrina dei diritti umani inviolabili.


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