martedì, febbraio 04, 2014
Il tema del messaggio di papa Francesco per la Quaresima - "Si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà" - rappresenta qualcosa di più di un'occasione di riflessione e di invito alla "spogliazione" ma è una vera e propria esegesi sul concetto di povertà. 

 di Elisabetta Lo Iacono 

Un tema che, ripreso dalla seconda lettera di Paolo ai Corinzi, offre "una visione integrale della povertà", così come sottolineato dal cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, nel corso della conferenza stampa di presentazione del documento in Sala Stampa Vaticana, alla quale hanno partecipato anche monsignor Giampietro Dal Toso, segretario del medesimo Pontificio Consiglio, monsignor Segundo Tejado Munoz, sotto-segretario del Dicastero e i coniugi Anna Zumbo e Davide Dotta, missionari in Haiti.

Quella povertà che, appena dopo l'elezione a 266° pontefice, è stato lo sprone per la scelta del nome, in onore e come impegno sulla scia di Francesco di Assisi, quella stessa povertà che fece dire al papa "Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri" in occasione della sua prima udienza - tre giorni dopo l'elezione - ai giornalisti che avevano seguito il conclave.

Proprio il concetto di povertà e i richiami molto frequenti a questo status rischiano di essere talvolta persino banalizzati o, peggio ancora, strumentalizzati come opposizione a una Chiesa da redimere sul piano della propria missione e condotta, tralasciando spesso la principale interpretazione che, prima ancora della dimensione sociale, investe quella dello spirito.

Nel messaggio per la Quaresima, papa Francesco approfondisce e chiarisce bene la ricchezza insita nella povertà così come le miserie che vanno oltre la dimensione economica e che possono avere come unico "antidoto" il Vangelo che ogni cristiano è chiamato a testimoniare con gioia. Quella povertà, cui fa riferimento san Paolo, denota "lo stile di Dio" che "non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo - si legge nel messaggio - ma con quelli della debolezza e della povertà".

Il mistero dell'incarnazione rappresenta appunto la dimostrazione di "un amore che è grazia, generosità, desiderio di prossimità - scrive Francesco - e non esita a donarsi e sacrificarsi per le creature amate. La carità, l’amore è condividere in tutto la sorte dell’amato. L’amore rende simili, crea uguaglianza, abbatte i muri e le distanze". Una prossimità che diventa dimostrazione e alimento di amore, che significa innanzitutto partecipazione e condivisione. Secondo questa logica di amore "Dio non ha fatto cadere su di noi la salvezza dall'alto, come l'elemosina di chi dà parte del proprio superfluo con pietismo filantropico" ma è sceso tra gli uomini "per mettersi in mezzo alla gente, bisognosa di perdono, in mezzo a noi peccatori, e caricarsi del peso dei nostri peccati. È questa la via che ha scelto per consolarci, salvarci e liberarci dalla nostra miseria". Non a caso il papa ricorre ancora una volta all'immagine del buon Samaritano e all'atteggiamento di chi si china sul povero per dare il suo obolo, un gesto che papa Francesco ha raccomandato più volte di fare non con semplice pietismo ma con quell'amore che deve farci entrare in contatto con l'altro, toccando e sfiorando quei corpi e quegli occhi, facendosi quindi vicini e partecipi di quella condizione.

Una povertà che non ha vincoli temporali o moderni antagonisti: "in ogni epoca e in ogni luogo - scrive Francesco -, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo", quello stile che dovrebbe vedere anche la personale testimonianza in quanto "la ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo".

Una testimonianza che deve portare a chinarci sulle miserie, attraverso un crescendo di impegno racchiuso in quelle parole del papa: "ad imitazione del nostro Maestro, noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle".

L'esperienza missionaria in Haiti dei coniugi Anna Zumbo e Davide Dotta risponde proprio a questa logica di amore. Non si può chiamare in maniera differente la decisione di partire, dopo il devastante terremoto del 2010, con un progetto della Caritas. La presenza dei due figli, di otto mesi e due anni e mezzo, non ha dissuaso Anna e Davide dalla decisione di rinunciare ai quartieri residenziali, preferendo una casa con il tetto di lamiera in mezzo alla gente che necessitava del loro aiuto e che, proprio in questo modo, non veniva calato dall'alto ma nasceva lì, in una quotidiana condivisione di tutto.

Tornando al concetto di miseria, papa Francesco sottolinea come "la miseria non coincide con la povertà; la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza". E poi la necessità di operare precisi distinguo in quanto la miseria può essere a carattere materiale, morale e spirituale. Il primo tipo è evidentemente riconducibile a uno status economico e sociale causato dalla mancanza dei diritti fondamentali e dei beni di prima necessità. Situazioni che si verificano con drammatica evidenza laddove "il potere, il lusso e il denaro diventano idoli e si antepongono all'esigenza di un'equa distribuzione delle ricchezze".

La miseria morale è quella di coloro che sono schiavi del vizio e del peccato e "quante persone - precisa il papa - sono costrette a questa miseria da condizioni sociali ingiuste, dalla mancanza di lavoro che le priva della dignità che dà il portare il pane a casa, per la mancanza di uguaglianza rispetto ai diritti all'educazione e alla salute. In questi casi la miseria morale può ben chiamarsi suicidio incipiente".

Una forma di miseria che si collega a quella spirituale "che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore". Un male della cultura moderna e "qui vedo una grande continuità del magistero di questo pontefice con Benedetto XVI - ha sottolineato il cardinale Robert Sarah -, che ha indicato a più riprese e, forse si può dire, che ha fatto di questa denuncia della mancanza di Dio nella cultura moderna il cuore del suo magistero".

"Torre dei Venti", il blog di Elisabetta Lo Iacono


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