lunedì, gennaio 27, 2014
Dopo l’inquadramento generale dei metodi di regolazione della fertilità compiuto la volta scorsa (clicca qui), entriamo adesso nel merito dei metodi contraccettivi. Diverse tipologie (metodi ormonali, meccanici ed empirici), ma problematiche etiche comuni sulle quali interrogarci. 

di Bartolo Salone 

Sono metodi contraccettivi in senso stretto quelli che evitano l’insorgere della gravidanza impedendo l’ovulazione o la fecondazione (ossia l’incontro dell’ovulo con lo spermatozoo). Comunemente viene presentata come contraccettivo anche la “spirale”: in realtà quest’ultima è un metodo “intercettivo”, consistendo in un dispositivo intrauterino che nella maggior parte dei casi impedisce non già la fecondazione, bensì l’annidamento nell’utero di un ovulo eventualmente fecondato, così provocando il rigetto dell’embrione. Sono invece metodi propriamente contraccettivi la “pillola”, il profilattico e il coito interrotto.

La “pillola” (da non confondere con la “pillola del giorno dopo” o “dei cinque giorni dopo”, che rientrano nella cosiddetta “contraccezione d’emergenza”) è il più diffuso – anche se non l’unico – dei metodi contraccettivi “ormonali”. E’ costituita da un’associazione di ormoni appartenenti alla famiglia degli estrogeni e dei progestinici, il cui effetto è quello di bloccare l’ovulazione. Sul piano dell’efficacia è il più sicuro dei metodi contraccettivi; il suo uso comporta però delle controindicazioni, potendo causare varie patologie, tra le quali ricordiamo le tromboembolie (soprattutto per le donne fumatrici con più di 35 anni d’età) e l’epatite da farmaci.

Il profilattico, insieme al diaframma (quasi inutilizzato in Italia, ma assai diffuso negli USA e nell’Europa continentale), è un metodo contraccettivo “meccanico”, la cui funzione è quella di impedire l’incontro tra l’ovulo e lo spermatozoo. Pur non presentando sul piano clinico le controindicazioni della pillola, è tuttavia meno sicuro, avendo un tasso di “fallibilità” che si aggira intorno al 15%. Sul piano dell’efficacia, la pratica anticoncezionale meno sicura rimane comunque il “coito interrotto”, metodo “empirico” (da non confondere però con i metodi naturali) consistente nella tempestiva estrazione del pene dalla vagina, immediatamente prima dell’eiaculazione.

Sotto il profilo etico e antropologico, i metodi indicati presentano degli aspetti problematici, sui quali non sempre si riflette a sufficienza. Indubbiamente, la contraccezione è in grado di garantire valori “positivi” quali quelli della affettività coniugale e della spontaneità sentimentale, consentendo ai coniugi di vivere con serenità il rapporto sessuale contro l’angoscia o l’inquietudine derivanti da una gravidanza per diverse ragioni ritenuta non opportuna. Accanto a questi vi sono tuttavia degli aspetti negativi che mettono in luce degli elementi di notevole disvalorietà.

Sul versante negativo, il primo rischio è quello dell’accentuazione delle tendenze egoistiche dei partner e della banalizzazione del rapporto sessuale. Soprattutto se confrontata con i metodi naturali (ai quali sarà dedicato un approfondimento in seguito), la contraccezione non comporta mai la rinuncia, l’astensione e l’attesa, consentendo di avere sempre quel che si desidera e subito. Una fruizione sessuale di questo tipo rischia facilmente di scivolare nella ricerca di un piacere fine a sé stesso, dimentica della dimensione oblativa – ossia del “dono di sé” alla persona amata – insita nella sessualità. Inoltre, come tutto ciò che è “a portata di mano”, anche il sesso, vissuto in questo modo, diventa inevitabilmente grigio, ordinario e “banale”. Un secondo rischio, rilevato già da Paolo VI nell’Enciclica “Humanae vitae” (1968), è quello della “strumentalizzazione” della corporeità della donna. E’ vero che il discorso potrebbe in astratto riguardare anche l’uomo, ma nei fatti si pone soprattutto per la donna, principalmente per due ragioni: innanzitutto, come abbiamo visto, i contraccettivi ad alta efficacia (quelli ormonali) agiscono esclusivamente sull’organismo della donna; in secondo luogo, in caso di insuccesso della pratica contraccettiva utilizzata è sulla donna comunque che finisce per gravare il peso di una gravidanza indesiderata.

In terzo luogo, è facile che dalla contraccezione in sé si scivoli verso la “mentalità contraccettiva”, cioè una mentalità di chiusura e di rifiuto della vita, che scinda artificiosamente amore e fecondità: pericolo denunciato da Giovanni Paolo II nell’ Enciclica “Evangelium vitae” del 25 marzo 1995.

A parte queste considerazioni, variamente legate ai pericoli – per il bene della persona, della famiglia e della società – connessi alla diffusione dei metodi contraccettivi, non sarà inutile ricordare in questa sede come la Chiesa cattolica consideri in sé illecita “ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale o nel suo compimento o nello sviluppo delle conseguenze naturali, si proponga come scopo o come mezzo di impedire la procreazione” (cfr. “Humanae vitae” n. 16). La intrinseca illiceità dei metodi contraccettivi viene desunta direttamente dalla legge morale naturale, la quale evidenzia chiaramente la duplicità di significati (unitivo e procreativo) dell’atto coniugale, che all’uomo non è consentito scindere. E’ invece ammesso dal magistero cattolico, sempre che sussistano “gravi e oneste” ragioni e in vista di una procreazione responsabile, il ricorso ai cosiddetti “metodi naturali”, ossia l’uso del matrimonio nei previsti periodi infecondi: tali metodi, infatti, a differenza della contraccezione, non snaturano il significato oggettivo dell’atto coniugale, limitandosi piuttosto ad assecondare i ritmi naturali immanenti alle funzioni generative.


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