Antonio Montanaro, giovane giornalista napoletano, stupisce e sorprende con il suo esordio letterario pubblicato dalla Round Robin Editrice
di Paola Bisconti
La storia raccontata da Antonio Montanaro nel suo libro “Rabbia e Camorra”, edito dalla Round Robin e collocato nella collana “Fari”, è quella di un ragazzo nato in un ambiente socialmente sano che però decide di abbandonare il finto perbenismo e l’ipocrisia di cui si rivestono gran parte dei suoi coetanei imprigionati da un mutuo, dal lavoro, dalle responsabilità familiari, per andare a vivere in un quartiere periferico di Napoli “fra i palazzi scrostati, […] tra il fetore della raffineria e i rumori dello sfasciacarrozze”. Nel testo che lo stesso editore ha definito “agile” per via di un linguaggio forte e incisivo predomina il sentimento della rabbia che muove tutte le azioni del giovane ribelle, che scrive “è una rabbia che si trasforma in pensiero e il pensiero in parola”. L’autore scrive in prima persona, ordinando i suoi pensieri in una sorta di diario dove la data e l’ora indicano il tempo che lui trascorre lontano dall’ex fidanzata Laura. Il ragazzo verga i propri pensieri per “raggiungere un piacere intimo servendosi di immagini nascoste nelle caverne più buie della mente”.
Gli otto capitoli che compongono il libro hanno come nome una condizione meteorologica: si inizia con l’afa (il racconto si snoda in piena estate), poi segue il caldo, la pioggia, la foschia, il vento, il freddo, il temporale e infine la brina. Il protagonista, chiamato dalla gente del quartiere “U professò”, si muove fra le strade della città con una vespa 125 e a bordo del suo mezzo raggiunge ogni giorno una piccola casa editrice dove lavora come grafico impaginatore. I suoi spostamenti gli consentono di percepire come in questo angolo del mondo le persone siano un po’ tutte camorriste, “se non nei fatti almeno nel cervello”, i bambini crescono troppo in fretta e i modelli a cui si ispirano sono gli spacciatori, le prostitute, i boss, i cantanti neo-melodici, i calciatori; qui le forze dell’ordine sono come “il panno rosso per il toro” e una delle loro convinzioni è che il Presidente della Repubblica sia Silvio Berlusconi oppure Nicola Cosentino. Le famiglie che abitano in questa zona campano con la polvere bianca: grazie alla droga i ragazzi indossano abiti firmati e acquistano cellulari costosi, è la cocaina che muove gli interessi delle bande che gestiscono il traffico nelle loro piazze, dove hanno creato “una sorta di franchising del veleno”.
La storia personale si muove in un contesto collettivo che solo apparentemente sembra non avere nulla in comune, e invece il protagonista, insieme al lettore, troverà delle assonanze con il resto dei personaggi in un finale che si rivela sorprendente. La voce narrante racconta infatti l’ultimo gesto del protagonista, dettato dalla volontà di fuggire dalla realtà e addirittura dalla necessità di avere un nemico: il ragazzo non è uguale a tutti gli altri, ma la sua rabbia sì, perché la rabbia “è un elemento naturale come il sangue che scorre nelle vene”.
di Paola BiscontiLa storia raccontata da Antonio Montanaro nel suo libro “Rabbia e Camorra”, edito dalla Round Robin e collocato nella collana “Fari”, è quella di un ragazzo nato in un ambiente socialmente sano che però decide di abbandonare il finto perbenismo e l’ipocrisia di cui si rivestono gran parte dei suoi coetanei imprigionati da un mutuo, dal lavoro, dalle responsabilità familiari, per andare a vivere in un quartiere periferico di Napoli “fra i palazzi scrostati, […] tra il fetore della raffineria e i rumori dello sfasciacarrozze”. Nel testo che lo stesso editore ha definito “agile” per via di un linguaggio forte e incisivo predomina il sentimento della rabbia che muove tutte le azioni del giovane ribelle, che scrive “è una rabbia che si trasforma in pensiero e il pensiero in parola”. L’autore scrive in prima persona, ordinando i suoi pensieri in una sorta di diario dove la data e l’ora indicano il tempo che lui trascorre lontano dall’ex fidanzata Laura. Il ragazzo verga i propri pensieri per “raggiungere un piacere intimo servendosi di immagini nascoste nelle caverne più buie della mente”.
Gli otto capitoli che compongono il libro hanno come nome una condizione meteorologica: si inizia con l’afa (il racconto si snoda in piena estate), poi segue il caldo, la pioggia, la foschia, il vento, il freddo, il temporale e infine la brina. Il protagonista, chiamato dalla gente del quartiere “U professò”, si muove fra le strade della città con una vespa 125 e a bordo del suo mezzo raggiunge ogni giorno una piccola casa editrice dove lavora come grafico impaginatore. I suoi spostamenti gli consentono di percepire come in questo angolo del mondo le persone siano un po’ tutte camorriste, “se non nei fatti almeno nel cervello”, i bambini crescono troppo in fretta e i modelli a cui si ispirano sono gli spacciatori, le prostitute, i boss, i cantanti neo-melodici, i calciatori; qui le forze dell’ordine sono come “il panno rosso per il toro” e una delle loro convinzioni è che il Presidente della Repubblica sia Silvio Berlusconi oppure Nicola Cosentino. Le famiglie che abitano in questa zona campano con la polvere bianca: grazie alla droga i ragazzi indossano abiti firmati e acquistano cellulari costosi, è la cocaina che muove gli interessi delle bande che gestiscono il traffico nelle loro piazze, dove hanno creato “una sorta di franchising del veleno”.
La storia personale si muove in un contesto collettivo che solo apparentemente sembra non avere nulla in comune, e invece il protagonista, insieme al lettore, troverà delle assonanze con il resto dei personaggi in un finale che si rivela sorprendente. La voce narrante racconta infatti l’ultimo gesto del protagonista, dettato dalla volontà di fuggire dalla realtà e addirittura dalla necessità di avere un nemico: il ragazzo non è uguale a tutti gli altri, ma la sua rabbia sì, perché la rabbia “è un elemento naturale come il sangue che scorre nelle vene”.
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