sabato, dicembre 22, 2012
Si avvicinano le festività natalizie e ci apprestiamo a salutare questo anno e dare il benvenuto a quello nuovo. In un momento di crisi, di sconforto e solitudine, che senso può avere festeggiare il Natale?

di Monica Cardarelli

Mancano pochi giorni: il Natale è ormai è alle porte e le città sono illuminate a festa. Il clima decisamente invernale aiuta a gustare il calore della casa e della famiglia. Sono occasioni queste in cui è facile scadere nella retorica. Ma non è possibile far finta di nulla quando si va nei negozi per acquistare regali e si notano persone sdraiate a terra che dormono sui cartoni, quando ai cassonetti dell’immondizia si trova chi fruga nei rifiuti per cercare qualcosa da mangiare o per costruirsi un riparo dal freddo, quando ci si imbatte nei sorrisi spenti dei bambini che nelle metropolitane chiedono l’elemosina. Viene da chiedersi piuttosto se anche questo è Natale. È vero, qualcuno molti secoli fa ha ricordato che “i poveri li avrete sempre con voi”, ma cosa fare…

A pensarci bene lo scandalo e la grandezza sono rappresentati nel Natale: un Dio che si incarna nell’umanità, si fa carne e acquista la nostra stessa condizione umana e nasce da una famiglia semplice, umile, migrante e soprattutto povera. Dio, quel bambino Gesù, nasce in una stalla, poi romanzata quanto volete… ma resta sempre una stalla per gli animali! E quel Dio che nasce viene accolto e raggiunto dai pastori, gente semplice e umile, povera come lui, che non ha niente da offrirgli. I Magi in seguito porteranno doni preziosi, ma i primi a salutare la sua nascita saranno gli ‘ultimi’. Quegli ‘ultimi’ che oggi affollano le mense cittadine o che ci infastidiscono chiedendo l’elemosina; gli stessi che soffrono il freddo e la solitudine ai margini della strada e della società, come duemila anni fa… niente sembra cambiato.

Eppure, dopo la nascita di quel bambino povero che ha voluto condividere la povertà nella sua vita, qualcosa di nuovo c’è: si chiama speranza. Non un ottimismo superficiale o un atteggiamento di buonismo nei confronti della vita, di chi ha la testa tra le nuvole e vede tutto rosa; no, è una speranza intesa come promessa per il futuro, progetto di felicità per ciascuno di noi, anche quando non si arriva a fine mese o si soffre per una malattia o per la perdita di una persona cara. Non solo una delle tre virtù teologali (fede, speranza e amore) ma un sentimento che va oltre la fede cristiana e che tutti possono provare, tutti coloro che hanno una fede o un’idea che dà senso alla loro vita.

Nel momento storico che stiamo vivendo è sottile il filo che divide la speranza e la disperazione. La situazione economia, sociale, la difficoltà di imbastire una rete di relazioni personali profonde, tutto sembra spingerci verso la disperazione e di conseguenza la solitudine, l’isolamento. Ecco che momenti come il Natale ci aiutano a ritrovare un tempo di silenzio e di pace, di solitudine intesa come dono per se stessi e di attesa, un tempo di ascolto e di speranza, quella vera. Un tempo in cui cercare risposte alle tante contraddizioni della nostra epoca: non sappiamo se le troveremo ma vale la pena cercarle, se non altro per dare del tempo a noi stessi e agli altri e forse, alla fine, una risposta verrà. Non sarà risolutiva ma una piccola consapevolezza ci pervaderà e comprenderemo tutto quello che ci succede intorno, capiremo che, anche se pensiamo di non poter far nulla, in realtà possiamo intervenire ogni giorno, ogni momento, con piccole scelte quotidiane che fanno la differenza tra speranza e solitudine, per noi stessi e per gli altri.

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