Il tema lo ha posto, significativamente, Subrat Kumar sulla rivista scientifica Nature: possiamo usare le moderne biotecnologie per contrastare l'erosione della biodiversità, aiutando le specie in via di estinzione a sopravvivere e qualche specie già estinta a ritornare nei suoi antichi habitat?
GreenReport - L'uso dell'avverbio significativamente è giustificato dal fatto che Subrat Kumar è assistant professor presso la School of Biotechnology della KIIT University di Bhubaneshwar, in India. Un paese - un continente - che sta sperimentando una rapida perdita di biodiversità; sta maturando una nuova sensibilità ecologica e, nel medesimo tempo, sta realizzando un rapido sviluppo scientifico, anche nel campo dell'ingegneria genetica.
L'analisi di Subrat Kumar è semplice. All'inizio del secolo scorso, dice, un turista appassionato di felini che veniva in India poteva imbattersi in un leone asiatico, in una tigre del Bengala, in un ghepardo asiatico, in una tigre della Cina meridionale. Oggi è pressoché impossibile, o perché queste specie di felini si sono estinte o perché la loro popolazione si è estremamente rarefatta. I ghepardi asiatici, per esempio, non ci sono più. E le tigri da una popolazione stimata di 40.000 si sono ridotte a 1.706, secondo l'ultimo censimento portato a termine lo scorso anno.
L'erosione di biodiversità, ovviamente, non riguarda solo i felini e neppure solo le specie animali, ma ogni regno del vivente. Gli sforzi per contrastare la moria delle specie - che in questo momento è la più veloce nella storia conosciuta della vita - sono notevoli. I felini in India, per esempio, sono protetti in grandi parchi. Ma sono sforzi che non bastano. Di recente, per restare al nostro esempio, il governo indiano ha dovuto vietare persino l'accesso ai parchi anche dei turisti meglio intenzionati.
Spesso si tenta di mantenere in vita le specie favorendo l'accoppiamento in cattività. Ma non sempre i tentativi sono possibili, non sempre, anche quando sono possibili, riescono e non sempre, anche quando riescono, avvengono all'interno di gruppi geneticamente omogenei e, dunque, si risolvono in una perdita di diversità genetica che aumenta il rischio di estinzione.
Allo stesso tempo, sostiene ancora il biologo indiano, in giro per il mondo si stanno allestendo delle banche genetiche, che conservano - congelato - il DNA sia di specie viventi in estinzione, sia di specie già estinte.
Perché allora non usare le moderne biotecnologie sia per riportare in vita le specie che non ci sono più - come, per esempio, il ghepardo indiano - sia per aumentare la popolazione e la diversità genetica delle specie che ancora sopravvivono, seppure malamente, come le tigri indiane?
Certo, riconosce Subrat Kumar, qualche rischio esiste. Ripopolare di ghepardi gli ecosistemi indiani che intanto si sono modificati, per esempio, potrebbe portare a effetti ecologici non desiderati. Ma i vantaggi possibili, sostiene, sono superiori ai rischi.
Il discorso non riguarda solo l'India e i felini, come abbiamo detto. Ma ci interroga su alcune questioni fondamentali. L'uomo deve contrastare o no la perdita di biodiversità che sta contribuendo a causare? E lo deve fare solo in maniera passiva, cercando di preservare gli ecosistemi esistenti, o anche in maniera attiva, manipolando gli ecosistemi per indirizzarli verso un incremento di biodiversità? E se deve giocare un ruolo attivo, deve utilizzare le migliori conoscenze e le migliori tecnologie di cui dispone per intervenire anche sul patrimonio genetico delle specie?
Qualcuno paventa il rischio dell'«apprendista stregone», altri come Kumar, sottolineano che anche la decisione del non intervento è un intervento. Certo è che la posta in gioco è molta alta e che l'erosione della biodiversità non si può evitare solo con le moderne biotecnologie. Tuttavia, le moderne biotecnologie possono costituire uno strumento importante per evitare che si consumi la «sesta grande estinzione». È giusto almeno discuterne se questo strumento vada o meno utilizzato.
GreenReport - L'uso dell'avverbio significativamente è giustificato dal fatto che Subrat Kumar è assistant professor presso la School of Biotechnology della KIIT University di Bhubaneshwar, in India. Un paese - un continente - che sta sperimentando una rapida perdita di biodiversità; sta maturando una nuova sensibilità ecologica e, nel medesimo tempo, sta realizzando un rapido sviluppo scientifico, anche nel campo dell'ingegneria genetica.
L'analisi di Subrat Kumar è semplice. All'inizio del secolo scorso, dice, un turista appassionato di felini che veniva in India poteva imbattersi in un leone asiatico, in una tigre del Bengala, in un ghepardo asiatico, in una tigre della Cina meridionale. Oggi è pressoché impossibile, o perché queste specie di felini si sono estinte o perché la loro popolazione si è estremamente rarefatta. I ghepardi asiatici, per esempio, non ci sono più. E le tigri da una popolazione stimata di 40.000 si sono ridotte a 1.706, secondo l'ultimo censimento portato a termine lo scorso anno.
L'erosione di biodiversità, ovviamente, non riguarda solo i felini e neppure solo le specie animali, ma ogni regno del vivente. Gli sforzi per contrastare la moria delle specie - che in questo momento è la più veloce nella storia conosciuta della vita - sono notevoli. I felini in India, per esempio, sono protetti in grandi parchi. Ma sono sforzi che non bastano. Di recente, per restare al nostro esempio, il governo indiano ha dovuto vietare persino l'accesso ai parchi anche dei turisti meglio intenzionati.
Spesso si tenta di mantenere in vita le specie favorendo l'accoppiamento in cattività. Ma non sempre i tentativi sono possibili, non sempre, anche quando sono possibili, riescono e non sempre, anche quando riescono, avvengono all'interno di gruppi geneticamente omogenei e, dunque, si risolvono in una perdita di diversità genetica che aumenta il rischio di estinzione.
Allo stesso tempo, sostiene ancora il biologo indiano, in giro per il mondo si stanno allestendo delle banche genetiche, che conservano - congelato - il DNA sia di specie viventi in estinzione, sia di specie già estinte.
Perché allora non usare le moderne biotecnologie sia per riportare in vita le specie che non ci sono più - come, per esempio, il ghepardo indiano - sia per aumentare la popolazione e la diversità genetica delle specie che ancora sopravvivono, seppure malamente, come le tigri indiane?
Certo, riconosce Subrat Kumar, qualche rischio esiste. Ripopolare di ghepardi gli ecosistemi indiani che intanto si sono modificati, per esempio, potrebbe portare a effetti ecologici non desiderati. Ma i vantaggi possibili, sostiene, sono superiori ai rischi.
Il discorso non riguarda solo l'India e i felini, come abbiamo detto. Ma ci interroga su alcune questioni fondamentali. L'uomo deve contrastare o no la perdita di biodiversità che sta contribuendo a causare? E lo deve fare solo in maniera passiva, cercando di preservare gli ecosistemi esistenti, o anche in maniera attiva, manipolando gli ecosistemi per indirizzarli verso un incremento di biodiversità? E se deve giocare un ruolo attivo, deve utilizzare le migliori conoscenze e le migliori tecnologie di cui dispone per intervenire anche sul patrimonio genetico delle specie?
Qualcuno paventa il rischio dell'«apprendista stregone», altri come Kumar, sottolineano che anche la decisione del non intervento è un intervento. Certo è che la posta in gioco è molta alta e che l'erosione della biodiversità non si può evitare solo con le moderne biotecnologie. Tuttavia, le moderne biotecnologie possono costituire uno strumento importante per evitare che si consumi la «sesta grande estinzione». È giusto almeno discuterne se questo strumento vada o meno utilizzato.
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