lunedì, febbraio 13, 2012
Ad Atene scene di guerriglia: incendi e negozi distrutti

Radio Vaticana - Si contano i danni il giorno dopo le proteste di piazza che hanno sconvolto Atene: oltre 40 gli edifici dati alle fiamme, mentre il Parlamento ha approvato, nella notte, le pesanti misure anticrisi. Adesso il Paese ellenico potrà accedere al nuovo prestito da 130 miliardi di euro concordato con L’Ue, La Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale: ascolta. Mai fino ad ora Atene era stata devastata a tal punto dalle proteste. Nel giorno, difficile, dell’approvazione delle misure economiche anticrisi da 3,3 miliardi di euro chieste dalla Troika che di fatto impongono sacrifici pesantissimi alla popolazione (si parla anche di 15mila licenziamenti nel settore pubblico, tagli agli stipendi, alle pensioni e alla difesa), la capitale ellenica è stata incendiata dai gruppi violenti: palazzi, cinema, bar, banche e autoveicoli sono stati dati alle fiamme. Manifestazioni anche a Salonicco, seconda città del Paese. Scontri corpo a corpo si sono registrati ad Atene. Lanciate bombe artigianali, contro la polizia che ha risposto con cariche e lacrimogeni, mentre migliaia di manifestanti hanno assediato piazza Syntagma davanti al Parlamento che questa notte ha votato a favore della legge che introduce le misure di austerità. 278 i parlamentari presenti, 199 i “sì” al piano concordato con l’Ue, il Fmi e la Bce. 74 i “no”, “allontanati” i 40 parlamentari di maggioranza che non si sono allineati. Presto dunque arriveranno nel Paese 130 miliardi di euro, serviranno ad arginare il rischio di insolvenza e tenere ancorata la Grecia all’Euro. Il premier Lucas Papademos e di fatto tutti i leader di partito hanno lanciato appelli alla calma e condannato le violenze. Circa 40 gli arresti, 60 i feriti; ma questa mattina Twitter mostra ancora colonne di fumo


Massimiliano Menichetti ha raggiunto telefonicamente ad Atene Antonio Ferrari editorialista del Corriere della Sera: ascolta.

R. - Si è avuta l’immagine totale di questa situazione a dir poco tragica e cioè da una parte il Parlamento che ha dovuto approvare questo pacchetto di “lacrime e sangue”, perché come ha detto il primo ministro tecnico Papademos: “se non viene approvato, non saremo in grado di pagare stipendi e pensioni, di far vivere gli ospedali, di far vivere le scuole e soprattutto di comprare quello che ci serve dall’estero”. Dall’altra parte, c’è una piazza di gente fatta di tre livelli. La gente che per la prima volta forse andava in piazza, quella maggioranza silenziosa e quasi rassegnata; poi la gente arrabbiata perché non ce la fa più; infine, ci sono i facinorosi, quelli che si staccano da un corteo, dalla protesta, che mettono il passamontagna e che cominciano ad attaccare e a devastare la città.

D. – Atene però sembra entrata in un vicolo cieco. Da una parte è obbligata a seguire la via delle restrizioni, dall’altra i manifestanti in piazza. Ma cosa si cerca, la caduta del governo?

R. – E’ chiaro che il governo sta un po’ in bilico. Probabilmente prima o poi cadrà da solo in quanto alcuni partiti, tra cui Nuova Democrazia, che è il primo responsabile della situazione di oggi, avendo truccato i conti inviati a Bruxelles, desidera le elezioni; ma ci sono altri che vorrebbero le elezioni, forse meno il Pasoq, che è in caduta libera. La sinistra radicale vuole queste elezioni. Il primo ministro tecnico però dovrebbe scegliere, i suoi ministri e non farseli imporre dai partiti. Comunque il governo, in fondo, ha fatto quello che doveva, il necessario per cercare di allontanare lo spettro della bancarotta. Adesso si potrà respirare un po’, per qualche mese, forse per un anno, ma dopo che cosa accadrà? Un Paese, dopo tre anni di recessione, è in grado di ripartire, quando addirittura gi stipendi base sono stati tagliati del 22 per cento dopo tutti i tagli che erano stati operati precedentemente? Sono queste le domande che si pone la gente. E’ chiaro che i facinorosi, i “Black Bloc”, che sono poche centinaia, sfruttano la rabbia della gente, gente esacerbata, gente che non ne può davvero più e che si ribella alla classe politica. I facinorosi sfruttano questa situazione senza un preciso obiettivo, se non quello del “tanto peggio, tanto meglio”. E la popolazione a questo punto dice: che cosa possiamo fare? Come potremmo sopravvivere? Sono queste le domande sociali di oggi in Grecia.

D. – Le persone, in sostanza, vivono una profonda incertezza?

R. – Assolutamente sì, profonda incertezza, anche perché questo è un popolo molto orgoglioso, con un grande senso dell’orgoglio nazionale, forse più di altri. Se la gente avesse la certezza che queste misure fossero sufficienti per far ripartire il Paese, per uscire dalla crisi, farebbe questi sacrifici senza protestare o comunque protestando in maniera assolutamente civile. Ma visto che non c’è questa convinzione, c’è chi dice: “cosa li facciamo a fare se dopo non servirà a niente”? Però se si fossero lasciate le cose come erano, se si fosse votato “no” ai provvedimenti anticrisi, oggi, molto probabilmente, ci sarebbe quello scenario da incubo di cui parlava il premier Papademos. Quindi è veramente un vicolo cieco, forse l’errore è stato all’inizio, un po’ troppo presuntuosamente, pensare di avere le strutture adatte per entrare nell’Euro.

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