Su un’isolotto di Venezia, la natura ha bonificato da sola un terreno molto inquinato. E’ un laboratorio spontaneo dal quale c'è molto da imparare, finché c’è…
OggiScienza - A Sacca San Biagio, sulla punta ovest della Giudecca, dal 1972 al1984 funzionava un inceneritore. L’isola faceva da discarica di ceneri e di metalli pesanti – piombo, rame, zinco – per cui si era trasformata in un deserto. Piano piano “è stata colonizzata naturalmente da decine di specie di piante diverse e dai loro simbionti fungini radicali,” dice Manuela Giovannetti, la preside di Agraria all’università di Pisa che ha coordinato la ricerca (1). Portati dal vento, da uccelli, da piccoli animali, dalle scarpe di qualche avventore hanno fatto miracoli.
Ormai tutta l’isola è ricoperta da uno strato fitto di vegetazione, il suolo sta lentamente migliorando, grazie anche ad alcune molecole prodotte dai funghi simbionti, che funzionano da collante, tengono insieme le particelle e proteggono il suolo stesso dall’erosione.
Tra i coraggiosi simbionti andati in soccorso delle radici delle piante, vanno citati il Glomus intraradices/Glomus fasciculatum e il “Glo18″ il cui DNA risultava ignoto all’anagrafe e detto dagli ammiratori Glomus venezianum in attesa di battesimo. Hanno favorito la crescita degli immigrati, tra i quali il senecio dal fiore giallo e dal pappo di capelli bianchi, il Calamagrostis epigejos dall’alto pennacchio che i francesi chiamano “giunco dei boschi” e la verbena officinale dalle presunte virtù scaramantiche.
Per gli autori, l’isola sarebbe da tenere come ”campo sperimentale” nel quale osservare la natura mentre va avanti con il restauro. Se da quell’orecchio il Comune non ci sente, nell’altro possono suggerirgli di trasformarlo in campo di ricerca sulle “proprietà magiche” della verbena…
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Nota 1: Stefano Bedini, Alessandra Turrini, Chiarafrancesca Rigo, Emanuele Argese, Manuela Giovannetti, Molecular characterization and glomalin production of arbuscular mycorrhizal fungi colonizing a heavy metal polluted ash disposal island, downtown Venice, Soil Biology & Biochemistry 42 (2010) 758-765
OggiScienza - A Sacca San Biagio, sulla punta ovest della Giudecca, dal 1972 al1984 funzionava un inceneritore. L’isola faceva da discarica di ceneri e di metalli pesanti – piombo, rame, zinco – per cui si era trasformata in un deserto. Piano piano “è stata colonizzata naturalmente da decine di specie di piante diverse e dai loro simbionti fungini radicali,” dice Manuela Giovannetti, la preside di Agraria all’università di Pisa che ha coordinato la ricerca (1). Portati dal vento, da uccelli, da piccoli animali, dalle scarpe di qualche avventore hanno fatto miracoli.Ormai tutta l’isola è ricoperta da uno strato fitto di vegetazione, il suolo sta lentamente migliorando, grazie anche ad alcune molecole prodotte dai funghi simbionti, che funzionano da collante, tengono insieme le particelle e proteggono il suolo stesso dall’erosione.
Tra i coraggiosi simbionti andati in soccorso delle radici delle piante, vanno citati il Glomus intraradices/Glomus fasciculatum e il “Glo18″ il cui DNA risultava ignoto all’anagrafe e detto dagli ammiratori Glomus venezianum in attesa di battesimo. Hanno favorito la crescita degli immigrati, tra i quali il senecio dal fiore giallo e dal pappo di capelli bianchi, il Calamagrostis epigejos dall’alto pennacchio che i francesi chiamano “giunco dei boschi” e la verbena officinale dalle presunte virtù scaramantiche.
Per gli autori, l’isola sarebbe da tenere come ”campo sperimentale” nel quale osservare la natura mentre va avanti con il restauro. Se da quell’orecchio il Comune non ci sente, nell’altro possono suggerirgli di trasformarlo in campo di ricerca sulle “proprietà magiche” della verbena…
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Nota 1: Stefano Bedini, Alessandra Turrini, Chiarafrancesca Rigo, Emanuele Argese, Manuela Giovannetti, Molecular characterization and glomalin production of arbuscular mycorrhizal fungi colonizing a heavy metal polluted ash disposal island, downtown Venice, Soil Biology & Biochemistry 42 (2010) 758-765
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