lunedì, ottobre 23, 2017
Pochi giorni fa, è rimbalzata sulla scena mediatica e, ahimè, rapidamente scomparsa, la notizia, giudicata da tutti come sensazionale, relativa ai risultati ottenuti da una neuroscienziata italiana operante in Francia, con un paziente in stato vegetativo “irreversibile”.

di Roberto Fantini

La dottoressa in questione, Angela Sirigu, direttrice di ricerca all’Istituto di Scienze cognitive Marc Jeannerod del Centro nazionale di ricerca scientifica (Cnrs) di Lione, è riuscita, infatti, servendosi di elettrostimolazioni applicate al nervo vago per un intero mese, a fare recuperare la coscienza ad un paziente in stato vegetativo giudicato “irreversibile” da ben 15 anni. Da precisare che, al fine di rendere particolarmente significativo l’esperimento, il paziente sia stato scelto proprio per la gravità delle sue condizioni e per il fatto di non aver mai manifestato, dal giorno dell’incidente, alcuna forma di miglioramento.

“E’ stato molto importante - ha dichiarato la Sirigu nel corso di un’intervista - scoprire che i cambiamenti osservati dopo la stimolazione del nervo vago riproducono esattamente ciò che accade in natura quando un paziente migliora autonomamente da stato vegetativo a stato di minima coscienza, il che suggerisce che abbiamo attivato un meccanismo fisiologico naturale. Inoltre l’esperimento dimostra che anche in pazienti gravissimi, finora ritenuti privi di speranza, dopo molti anni la plasticità del cervello permane (la Pet ha registrato la comparsa di nuove connessioni nervose) e che un recupero della coscienza è sempre possibile.” (Avvenire 28 settembre)

Di importanza straordinaria, a prescindere da tutti gli eventuali ulteriori accertamenti che potranno essere attuati, la conclusione a cui è potuta approdare la ricercatrice:
“Da oggi - ha affermato - la parola “irreversibile” non si potrà più dire”.

Insomma, ancora una volta, quello che sembrava impossibile si è verificato. Ancora una volta certezze ritenute indiscutibili sono state smentite. Ma perché stupirsi, poi?! L’intera storia della scienza, della medicina in particolar modo, non è forse perennemente alimentata dal continuo crollare di vecchie credenze e di paradigmi e canoni interpretativi, da un giorno all’altro dichiarati obsoleti o addirittura fasulli? E ogni volta che una vecchia (e falsa) certezza viene abbattuta, non dovrebbe essere per tutti noi festa grande? Anche per coloro che, alle vecchie certezze, si erano tanto affezionati?

Simili eventi, comunque, dovrebbero sempre indurci ad abbracciare la massima cautela e a invitarci alla massima prudenza nel voler erigere a Verità dimostrat quanto ricavato dallo stato attuale delle nostre (sempre modestissime) conoscenze, soprattutto per quanto concerne l’essere più straordinario e misterioso dell’intero universo (l’uomo) e il suo organo più straordinario e misterioso (il cervello).

La scienza è un sapere dinamico, in continua espansione, sempre chiamato ad arricchirsi e a rinnovarsi, di rivoluzione in rivoluzione. E il suo campo è il piano fenomenico, non certamente quello meta-fenomenico o, kantianamente parlando, noumenico. Ovverosia essa è chiamata a cercare di comprendere il “come” della realtà, non certo ad indagare né tantomeno a rispondere in merito ai grandi “perché” e in merito ai massimi problemi della vita umana. Lì entra in gioco la filosofia (oggi alquanto bistrattata) e, per chi sceglie di credere, la teologia. Ma sempre più la scienza tende a mettere le mani sui momenti più sacri e sfuggenti della nostra esistenza, quali il nascere e lo spegnersi della vita. Il pensiero teologico e la morale cattolica hanno tentato e tentano tuttora di non lasciare “carta bianca” al crescente strapotere scientifico, schierandosi fermamente a difesa della vita nascente e di quella morente. Ma, mentre sul primo fronte, indipendentemente dalla loro accettabilità, le posizioni assunte ufficialmente dalla Chiesa presentano una innegabile coerenza, non è possibile dire altrettanto per quanto concerne il secondo. Questo perché, mentre a livello di dichiarazioni di principio si continua a ribadire l’urgente dovere di “affermare il diritto alla morte naturale” (Amoris laetitia, Cap.III, 83), rinunciando però, di fatto, a sollevare il benché minimo dubbio in merito al nuovo criterio di morte (svincolato dalla cessazione del respiro e del battito cardiaco), utilitaristicamente e a-scientificamente introdotto dalla Commissione di Harvard nel 1969, finisce per abbracciare acriticamente la pratica dei trapianti di organi, che proprio dall’accettazione incondizionata della validità della cosiddetta “morte cerebrale” trae fondamento e legittimazione.

Ma quanti, fra di noi, si sono chiesti e si chiedono cosa si debba intendere per morte cerebrale, e, soprattutto, cosa veramente essa sia? Quanti sono disposti ad escludere con categorica certezza che, nel cosiddetto “morto cerebrale” (individuo il cui organismo, pur continuando a presentare una vasta gamma di fenomeni vitali, resi possibili da organi chiaramente funzionanti e quindi vivi, risulta non in condizione di manifestare forme di vita cerebrale), sia totalmente e definitivamente scomparsa quella cosa impalpabilissima che chiamiamo coscienza? Quanti, poi, fra coloro che credono all’esistenza dell’anima e che, pertanto, non si rassegnano a pensare l’essere umano come semplice somma di atomi e di organi destinati, prima o poi, a diventare “concime per i fiori”, sono pronti ad asserire con inattaccabile fermezza che la morte cerebrale coincida (o sia successiva) con la definitiva separazione dell’anima dal corpo? Ovvero, quanti sono pronti ad escludere, senza il minimo dubbio, che, nel più profondo dell’essere di una persona dichiarata “cerebralmente morta”, oltre, cioè, il suo fenomenico, epidermico apparire, al momento in cui il bisturi e la sega elettrica dei chirurghi entreranno in azione, non sia più presente una qualche forma di legame con la sua anima, in grado quindi di provare sensazioni di atroce sofferenza, ancora dotata di libero arbitrio, ancora immersa nel suo lento (ma quanto lento?) processo di distacco dal corpo e dal mondo, ancora capace di ravvedimento, di pentimento e di eventuale conversione, in modo da poter modificare a proprio vantaggio (anche radicalmente) il destino ultraterreno che l’attende?

Possibile, mi chiedo, che il mondo dei cristiani, sia oramai conquistato (ipnotizzato?) a tal punto dai valori terreni (per tanto tempo tanto condannati), da aver totalmente messo in soffitta il concetto di anima e il problema della sua salvezza? Possibile che non si pensi che le pseudo-garanzie e le pseudo-certezze offerteci dall’attuale sapere scientifico (diverso da quello di ieri e diverso da quello di domani) in merito a ciò che veramente siamo e in merito ai confini (imperscrutabili) tra il vivere e il morire non dovrebbero in alcun modo indurre i credenti a dimenticare e a rinnegare il proprio credo, come se parlare di anima e di salvezza sia divenuto anacronistico, come se, di fronte agli sfavillanti progressi della scienza, entrambi i concetti siano diventati oggetti ingombranti di cui ci si dovrebbe magari (in un’epoca così “moderna”), addirittura vergognare?

A proposito del rapporto di sconcertante sudditanza instauratosi fra Chiesa cattolica e Medicina, per quanto attiene la questione morte cerebrale-trapianto di organi, credo possa risultare utile esaminare con attenzione quanto affermato nell’Evangelii gaudium (Cap. IV, 243.

Scrive papa Bergoglio che

“Quando il progresso delle scienze, mantenendosi con rigore accademico nel campo del loro specifico oggetto, rende evidente una determinata conclusione che la ragione non può negare, la fede non la contraddice.”

Ora, chiediamoci: cosa “il progresso delle scienze” potrebbe avere a che vedere con la tesi secondo cui la morte cerebrale rappresenterebbe il totale-irreversibile annichilimento di ogni forma di coscienza? Detto progresso è stato certamente determinante, ma non nel senso che ci ha permesso di acquisire maggiori conoscenze tali da farci sentire autorizzati a rivoluzionare radicalmente i millenari criteri di accertamento del processo di morte, bensì soltanto perché, come recita la dichiarazione della Commissione di Harvard, le nuove tecnologie possono consentire di sostenere (spesso rianimare) e mantenere in vita un numero continuamente crescente di malati in condizioni anche molto gravi. Cosa questa che ha inevitabilmente comportato una altrettanto crescente (alquanto dispendiosa) occupazione di posti letto nelle strutture ospedaliere. Proporre l’adozione del criterio della morte cerebrale come via pratica per la risoluzione di un problema di ordine pratico (come esplicitamente dichiarano coloro che per primi hanno coniato tale criterio) cosa avrebbe a che vedere con il “rigore accademico”, con l’evidenza teoretica, con il potere, i diritti e i doveri della ragione e della fede?

Il testo prosegue dicendo che

“Tanto meno i credenti possono pretendere che un’opinione scientifica a loro gradita, e che non è stata neppure sufficientemente comprovata, acquisisca il peso di un dogma di fede.”

Ora, una simile affermazione può esattamente essere riferita proprio alla nostra questione. Il credere alla assoluta fondatezza del criterio della morte cerebrale, infatti, è solo e soltanto “opinione scientifica” tutt’altro che “sufficientemente comprovata” (tanto è vero che è stata contestata e continua ad esserlo, oltre che da filosofi e teologi, anche da autorevoli uomini di scienza), ma, ahinoi, molto gradita a larga parte del mondo cattolico, che la abbraccia con favore perché impropriamente correlata alla cosiddetta “cultura del dono”: solo l’accettazione incondizionata, infatti, dell’indiscutibilità della morte cerebrale può rendere legalmente possibile (come ben dichiarano gli stessi membri della Commissione Harvard) espiantare organi vivi destinati al trapianto, nonché vedere nella prassi della “donazione” degli organi una auspicabile manifestazione di straordinaria generosità, volta ad allungare vite e a ridurre sofferenze. Aspirazioni indiscutibilmente nobili e sante, ma non certo in grado di trasformare una mera “opinione scientifica” in verità evidente e razionalmente innegabile, tantomeno “dogma di fede”!

Quando poi il papa si riferisce agli scienziati che “vanno oltre l’oggetto formale della loro disciplina e si sbilanciano con affermazioni o conclusioni che eccedono il campo propriamente scientifico”, come non pensare a quanti pretendono di definire, con boria sprezzante, i confini certissimi dell’inizio e della fine della vita umana? Confini, fra l’altro, continuamente riveduti e corretti dalle continue ricerche ed esperienze scientifiche, che sempre più ci dovrebbero obbligare ad un umile ed onesto atteggiamento di “sospensione del giudizio”.

“In dubio pro vita”! Così la migliore saggezza teologica si è espressa per secoli. E così le autorità ecclesiastiche cattoliche continuano a porsi, per quanto concerne l’inizio-vita. Perché, invece, mi chiedo, non per il fine-vita, che, fra l’altro, agli occhi della sensibilità e della dottrina cattoliche, dovrebbe apparire sommamente sacro e doverosamente inviolabile (in quanto decisivo per quanto concerne la “vita eterna”)? Anzi, dubbi e perplessità vengono sollevati a profusione soltanto in merito ai pazienti in stato vegetativo (vedi caso Eluana Englaro). Per quelli ritenuti in stato di morte cerebrale (da qualche ora!), invece, perché no? Chi garantisce che sia davvero così sostanzialmente diversa la condizione dei secondi da quella dei primi? E, inoltre, chi potrà mai offrirci garanzie assolute rispetto alle possibilità umane di determinare con oggettiva sicurezza i confini fra l’una e l’altra condizione? Chi potrà mai escludere a priori che, nella determinazione dello status del paziente, non possano intervenire, oltre ai limiti delle conoscenze scientifiche e della strumentazione tecnologica, fattori contingenti, imprevedibili e incontrollabili, legati a componenti strettamente “umane” (stanchezza, approssimazione, precipitazione, superficialità, interessi di carattere economico e/o carrieristico)?!

Molto opportunamente le parole di Papa Francesco chiamano in causa il rischio del sovrapporsi, inquinante e deformante, di una “determinata ideologia”. Ma tutto il percorso argomentativo che dovrebbe condurci al credere nella validità del criterio di morte cerebrale non è forse totalmente sorretto e legittimato da una ben precisa visione della natura umana di carattere materialistico e meccanicistico?

Il dire: non si registrano più segnali fisici di attività del cervello, quindi tizio è defunto (anche se il suo cuore batte) e lo possiamo lecitamente trattare come una costruzione Lego, prenderci questo e quello, certi che non vi sia in lui più alcunissima forma di coscienza, non è forse una convinzione palesemente ideologica?

Il fatto di far coincidere totalmente cervello e coscienza non è forse una convinzione di chiara natura ideologica, che esclude dogmaticamente la possibilità di forme di coscienza non necessariamente derivanti e dipendenti dall’organo cerebrale (sempre ammesso che si possa davvero, senza dubbi di sorta, dichiararlo definitivamente e irreversibilmente “spento”)?

Non è pura ideologia materialistica non contemplare minimamente (in palese contraddizione con quanto percepibile a livello empirico sensoriale) il poter esserci, nella persona umana, di una dimensione coscienziale non fenomenicamente registrabile attraverso gli strumenti tecnologici a nostra disposizione (sempre limitati e in continuo, travolgente progresso)?

Si dirà: ma la scienza non pretende - non deve pretendere - di indagare il piano metafisico! Ma, nel momento in cui dichiara “morto” un individuo che empiricamente “sembra vivo” (in quanto caldo e respirante), si arroga indiscutibilmente il diritto/potere di stabilire con certezza l’esserci o meno della coscienza (e quindi della vita interiore), presupponendo di sapere cosa essa veramente sia, cosa la produca e in che modo si relazioni con la dimensione corporea. Così facendo, non irrompe forse, come un elefante infuriato, nella cristalleria delle ideologie metafisiche? E, nel momento in cui si esclude aprioristicamente l’esserci nell’uomo di quella cosa che da millenni chiamiamo “anima”, non stiamo facendo pura metafisica?

E perché - torno a chiedermi con stupore e amarezza - la Chiesa cattolica ha scelto di farsi trascinare su questo carro ideologicamente materialista anti-scientifico, anti-filosofico e anti-teologico?

Potrà forse il successo dell’esperimento condotto dalla dottoressa Angela Sirigu indurre a preziosi ripensamenti, a prendere, cioè, in considerazione, con la necessaria e dovuta serietà, l’eventualità che il “morto cerebrale” non sia una “cosa”, ma sia ancora “persona”, non sia cioè realmente un morto, ma soltanto un (probabile) morente? E quindi un nostro fratello fragilissimo, bisognoso - per quanto possibile - di assistenza, di conforto e di profonda pietà?
Potranno le sue fermissime parole (“da oggi la parola “irreversibile” non si potrà più dire”) incitare il mondo della medicina e della Chiesa a usare maggiore umiltà, a rinunciare a stolte pretese di onniscienza, in rispettosa sintonia con un sano filosofico “sapere di non sapere”, a rispettare, con maggiore coerenza quanto tutti osannano in coro, il “valore della vita” e la “dignità inviolabile della persona”?

A scegliere, in nome della sapiente norma “in dubio pro vita”, di non correre mai e in nessun caso il rischio di trattare un paziente vivo (probabilmente moribondo) come se fosse già cadavere, un vivo come se fosse un morto?


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