venerdì, luglio 01, 2016
L’olio di palma come i combustibili fossili? Forse non ancora. Ma tra i suoi produttori, raffinatori, esportatori e trasformatori, una certa inquietudine serpeggia. Aleggia lo spettro del disinvestimento come fra gli speculatori del settore idrocarburi, terrorizzati da politiche energetiche nazionali via via più votate alle fonti rinnovabili.

di Corrado Fontana

E mentre la finanza etica e gli indici azionari (FTSE4Good e Dow Jones Sustainability) che selezionano i titoli di compagnie “sostenibili” guadagnano interesse, l’attenzione all’olio di palma entra nel nuovo codice di autodisciplina dedicato alla corporate governance del settore finanziario giapponese, imposto da giugno alle società quotate di Tokyo, tra cui le principali banche, nonché fonti di finanziamento per le imprese del comparto.

VERSATILE E A BUON MERCATO Del resto, l’olio di palma fa gola. Costa poco ed è sempre più richiesto per tante filiere: cosmesi, cibo e bevande, trasformazione in biocarburanti. Ma presenta costi collettivi ad oggi inaccettabili, a cominciare dal lavoro forzato e minorile spesso denunciato nelle piantagioni: per la sua produzione, vastissime aree di foresta pluviale e torbiere nel Sudest asiatico vengono rase al suolo con incendi controllati e disboscamento (generando così enormi quantità di CO2 in modo diretto, col fuoco, e indiretto, riducendo la vegetazione che possa assorbirla).


L’Indonesia, principale area interessata (che nel 2012 ricavava 5,7 miliardi di dollari in tasse dalla sua esportazione), nel giro di pochi decenni avrebbe perso oltre 5 milioni di ettari di foreste primarie (oltre 1,2 milioni di ettari nel solo biennio 2009-2011), convertite in monocolture, e oltre 4 milioni la Malesia, con effetti devastanti per la biodiversità. Non solo. Il componente principale di questo olio, l’acido palmitico (acido grasso saturo a 16 atomi di carbonio), è associato in diversi studi all’insorgenza di malattie cardiovascolari.

Eppure, mentre qualche impresa (in Italia, Gentilini e Alce Nero) comincia a bandirne l’impiego, l’Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiani (Aidepi) ha pensato di acquistare pagine pubblicitarie sui quotidiani nazionali, in difesa della produzione e del consumo di olio di palma indicato come rispettoso “della salute e dell’ambiente”.

Ma la domanda rimane: questo olio può essere prodotto in modo davvero sostenibile? Greenpeace, che a giugno 2013 pubblicava il rapporto Certifying Destruction, crede di sì, purché si superino gli standard attuali della Tavola rotonda sull'olio di palma sostenibile (Rspo), piuttosto blandi su deforestazione, diritti umani ed efficacia delle verifiche. Un passo avanti necessario che la Ong ha avviato, insieme ad altre sigle ambientaliste internazionali, dando vita al Palm Oil Innovation Group, che prevede criteri assai più stringenti e controlli indipendenti sulle imprese. Certo milioni di ettari di foresta primaria sono ormai perduti per sempre, ma alcune compagnie Rspo (Ferrero, Tesco) hanno già aderito a questo nuovo gruppo, e la speranza è che si possa almeno invertire la tendenza.

Fonte: Valori (Rivista)


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