giovedì, gennaio 14, 2016
L’artista lo afferma alla presentazione del libro-intervista di Tornielli a Francesco «Il nome di Dio è Misericordia». Il Pontefice «sta traghettando la Chiesa in un luogo dimenticato, il cristianesimo». Con il regista, Parolin, Lombardi e un detenuto battezzato nel carcere di Padova. 

di Domenico Agasso Jr 

Vatican Insider - «È un libro bellissimo che ci “misericordia”». Un libro da «portare in tasca», da «leggere in 5 minuti, quando il treno è in ritardo». Così Roberto Benigni alla presentazione del volume «Il nome di Dio è Misericordia - una conversazione con Andrea Tornielli di Sua Santità Francesco». Il comico toscano si è detto emozionato di essere presente «nello Stato più piccolo del mondo con l’uomo più grande del mondo». «Non si può parlare moderatamente del Papa. È un rivoluzionario, è meraviglioso. Ho fatto di tutto per vederlo», ha detto di Francesco che durante l’ultima omelia del 2014, citò Roberto Benigni, al tempo impegnato con «I dieci comandamenti» in televisione, senza nominarlo ma definendolo «un grande artista italiano».

L’intervento di Benigni è vulcanico e divertente, come da suo stile. «Solo a papa Francesco poteva venire in mente di presentare un libro con un cardinale veneto, un carcerato cinese e un comico toscano...», ha detto riferendosi alle persone che prima di lui sono intervenute, all’Istituto Patristico Augustinianum di Roma: il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, e il carcerato cinese Zhang Agostino Jianqing. Moderatore dell’incontro è padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa della Santa Sede.

«Da piccolo volevo fare il sacerdote - ha raccontato Benigni -. Quando a scuola mi chiedevano “cosa vuoi fare da grande?”, rispondevo “il Papa”. Tutti si mettevano a ridere, e allora ho capito che dovevo fare il comico...», ha aggiunto, tra le risate del pubblico in sala.

Sempre con la sua inimitabile verve, l’attore e regista toscano ha raccontato anche della telefonata avuta dal Vaticano per il suo intervento alla presentazione di oggi: «Come ho saputo “Sua Santità” non ho voluto sapere il seguito e ho risposto subito sì. Sono disposto a fare la guardia svizzera, l’autista per Francesco...».

Papa Francesco «è così pieno di misericordia che la potrebbe vendere a etti. «Vuoi un etto di misericordia? Lui te la dà...», afferma Roberto Benigni. «Il cuore del ministero di Francesco è proprio la misericordia». Lui «sta camminando verso qualcosa e non si ferma mai. A volte sembra affaticato perché traghetta la Chiesa in un luogo del quale ci siamo dimenticati, verso il Cristianesimo», e «la forza per questa sfida gliela dà la medicina della misericordia che va a cercare tra gli sconfitti, gli ultimi degli ultimi...».

Francesco «trova la misericordia nel dolore perché il dolore è più forte del male, la sofferenza è l’unica forza superiore al male: divinum est pati. Senza dolore la vita apparirebbe enigmatica, la gioia inaccessibile».

La misericordia «è il caposaldo della missione di papa Francesco». Basta guardare il Pontefice per capire che per lui «la vita è compassione, amore, e che il perdono è alla base del suo pontificato». Benigni evidenzia che «la misericordia è la giustizia più grande, non la cancella, non la corrompe, non la abolisce». Insomma la misericordia è il «caposaldo» della missione di Papa Francesco: «Il miserere mei Deus Secundum misericordiam tuam del salmo 50 di Davide che mi commuove sempre». «Un peccato così grande come quello di Davide, se lo ha perdonato, può perdonare tutti noi», aggiunge.

«Papa Francesco sta traghettando la Chiesa verso un luogo del quale ci eravamo dimenticati: il cristianesimo - scandisce Benigni - E lo fa attraverso la misericordia. Una sfida sociale, politica. Va a cercare la misericordia tra gli ultimi degli ultimi». Il Papa «è come una cascata di misericordia, ne è pieno. Il nostro mondo ormai è irriconoscibile, vuole il dolore, la condanna. Perché Francesco va in mezzo al dolore? Perché la sofferenza è propria di Dio, è più forte del male. In questo libro si dice che ogni atto di misericordia è una resurrezione e ogni atto di odio è un atto di morte».

«La gioia è il gigantesco segreto del cristianesimo - continua - È l’elemento costitutivo. Chi ha sofferto senza perdere la gioia cristiana è vicinissimo al Signore». L’artista ammonisce: «Dobbiamo diffidare degli infelici. Amate le persone felici che sono umili, gioiose e vicine a Dio» e citando il primo miracolo di Gesù nel Vangelo di Marco, la guarigione della suocera di Pietro, aggiunge: «La guarì perché poi la suocera cucinò per loro. Gesù gustava le gioie della vita...». «È la rivincita di tutte le suocere - scherza - questo è il primo miracolo del vangelo di Marco. E Pietro non ha fermato Gesù dicendogli di lasciar stare perché ormai era malata». E ha concluso: «Ma Gesù la guarisce, perché poi lei si è messa a servirli, in pratica voleva fare un pranzetto».

L’attore e regista poi riprende le parole di Benedetto XVI sulla misericordia che contiene «la gioia e il dolore: due colonne portanti nel Cristianesimo. Ma mentre il dolore è sempre presente nel Cristianesimo , la gioia la teniamo spesso nascosta».

«Chi è alla ricerca di rivelazioni rimarrà forse un po’ deluso scorrendo queste pagine», premette il cardinale Parolin, perché questo «non è un libro in cui Francesco racconta inedite curiosità o particolari aneddoti su se stesso. Neppure si tratta di un’intervista a tutto campo, su questioni di attualità che riguardano la vita della Chiesa e del mondo, come solitamente accade nelle conferenze stampa sull’aereo, durante i voli di ritorno dai Paesi visitati». Invece questo è un libro «con il quale il Papa ci apre il suo cuore. Vuole farci entrare, quasi prendendoci per mano, nel grande e confortante mistero della misericordia di Dio. Un mistero così lontano dai nostri calcoli umani eppure così necessario e atteso da noi pellegrini smarriti in questi tempi di sfide e di prove».

Prosegue Parolin: «”La misericordia è vera”», dice il Papa rispondendo a una domanda dell’intervistatore a proposito del rapporto tra misericordia e dottrina. La misericordia, aggiunge Francesco, è “la carta d’identità del nostro Dio”: un’espressione esemplificativa, un’immagine che ci aiuta a comprendere la reale portata di questa verità cristiana. La carta d’identità, infatti, ci definisce, descrive le nozioni basilari e oggettive da sapere su ciascuno di noi».

Il Cardinale assicura: «Il volume che oggi presentiamo si legge agevolmente: introduce sia il credente sia il non credente nel mistero della misericordia di Dio». In più, rappresenta fedelmente il «suo principale autore, cioè papa Francesco: è infatti un libro che apre delle porte, che vuole mantenere aperte delle porte e indicare delle possibilità, che desidera far almeno balenare, se non brillare, il dono gratuito dell’infinita misericordia di Dio, senza la quale “il mondo non esisterebbe”, come ebbe a dire una vecchietta - un’”abuela” - all’allora monsignor Bergoglio da poco vescovo ausiliare di Buenos Aires: episodio che il Santo Padre ha raccontato nel suo primo Angelus, domenica 17 marzo 2013, che ha ripetuto di recente in un’omelia di Santa Marta e che nel libro descrive con l’aggiunta di qualche particolare in più».

Il Papa «non ha, in queste pagine, lo scopo di “definire”, delimitare, mettere paletti o affrontare la casistica scendendo nei singoli aspetti particolari riguardanti le scelte di vita delle persone. Lo scopo di queste pagine, almeno così io l’ho compreso, non è appunto quello di scendere nei singoli casi, ma è piuttosto quello di allargare lo sguardo, di accendere nel cuore di tutti il desiderio dell’incontro con l’amore infinito del Signore, il desiderio di sperimentare nelle nostre vite questo dono divino, così lontano dalle nostre logiche umane e così necessario per sostenerci, incoraggiarci, risollevarci, renderci capaci di ricominciare sempre».

E proprio perché «lascia aperte delle porte e cerca di far intravvedere la misericordia di Dio, è un libro che in alcune pagine commuove. Commuove perché papa Francesco, rievocando, facendo propri e calando nella sua esperienza i passi evangelici, le citazioni dei padri della Chiesa, alcune parole dei suoi predecessori, presenta il Volto del Dio di misericordia, il Padre che tocca i cuori e che cerca instancabilmente di raggiungerci per donarci il suo amore e il suo perdono. Cerca ogni spiraglio, spiega il Papa, ogni fessura anche minima del nostro cuore, per raggiungerci con la sua grazia».

Ecco una domanda cruciale a cui Francesco nel libro risponde – sottolinea il Segretario di Stato - perché oggi l’umanità ha così bisogno di misericordia: «Perché è un’umanità ferita, un’umanità che porta ferite profonde. Non sa come curarle o crede che non sia proprio possibile curarle. E non ci sono soltanto le malattie sociali e le persone ferite dalla povertà, dall’esclusione sociale, dalle tante schiavitù del terzo millennio. Anche il relativismo ferisce tanto le persone: tutto sembra uguale, tutto sembra lo stesso.

Per Parolin, «abbiamo smarrito il senso del peccato, ma abbiamo anche smarrito la fiducia nella possibilità di trovare una luce, un appiglio che ci permetta di uscire dalla disperazione, dal nostro errore, dalle gabbie che talvolta ci costruiamo. La nostra società, che oggi amiamo definire “liquida”, sembra aver perduto non soltanto il senso di ciò che è male, ma anche la fede nell’esistenza di Qualcuno che possa salvarci, rigenerarci, accoglierci sempre, risollevarci quando cadiamo».

Il Cardinale racconta «la reazione degli alunni di una scuola del nord Italia di fronte alla proposta dell’insegnante di religione che aveva chiesto di scrivere un tema libero basato sulla parabola del “Figliol prodigo”. Il finale scelto dalla stragrande maggioranza dei ragazzi è stato questo: il padre riceve il “Figliol prodigo”, lo punisce severamente e lo fa vivere con i suoi servi. Così impara a sperperare tutte le ricchezze di famiglia... Una reazione tutto sommato molto umana - osserva - tipica di chi sperimentando troppo poco la misericordia di Dio, fatica a comprenderla. Non possiamo nascondercelo: noi, tutti noi, saremmo, in fondo, portati a ragionare nello stesso modo»; invece il Papa «commenta questo episodio con poche efficaci parole: “Ma questa - dice - è una reazione umana. La reazione del figlio maggiore, è umana. Invece la misericordia di Dio è divina”. La misericordia di Dio è l’irruzione nelle nostre vite di un altro criterio, di un criterio nuovo: lontanissimo dai nostri calcoli, dai nostri umani ragionamenti sulla giustizia, dalla nostra “etica del bilancino”. Eppure a ben guardare - e ciò emerge a ogni pagina del libro che presentiamo oggi - è proprio di questo che abbiamo bisogno noi e tutti coloro che ci capita di incontrare per strada, nei luoghi di lavoro, nella vita di ogni giorno».

Francesco inoltre «guarda con favore che “anche nella giustizia terrena, nelle norme giudiziarie”, si stia facendo strada “una consapevolezza nuova... Pensiamo a quanto è cresciuta la coscienza mondiale nel rifiuto della pena di morte. Pensiamo a quanto si sta cercando di fare per il reinserimento sociale dei carcerati, affinché chi ha sbagliato, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, possa trovare più facilmente un lavoro e non restare ai margini della società”. Il Papa ha voluto che l’Anno Santo straordinario della Misericordia fosse rivolto in modo speciale a chi vive questa esperienza».

E dopo Parolin, è proprio il momento di ascoltare come le parole di Papa Bergoglio sono state accolte da chi trascorre la sua esistenza dietro le sbarre, nella cella di un carcere. «Ho 30 anni e vengo dalla Cina, più precisamente da Zhe Jiang. Può sembrare strano che un cinese porti anche il nome di Agostino ma più avanti capirete il perché». Si presenta così Zhang Agostino Jianqing. «La mia famiglia, di tradizione buddista è una famiglia di brave persone che nella loro vita si sono sempre comportate bene ed hanno lavorato sia in Cina che in Italia. Nel 1997, all’età di 12 anni, sono arrivato in Italia con mio papà, la mia mamma era in Italia già da due anni. Sono passati 18 anni da quel 1997, la maggior parte dei quali passati in carcere, tutt’ora sono in carcere». Ecco com’è andata: «Arrivato in Italia ho studiato un paio di anni, ma a scuola mi annoiavo, così spesso mancavo le lezioni, scappavo dalla scuola all’insaputa dei miei genitori. Anno dopo anno diventavo sempre più cattivo, iniziavo a litigare con i miei genitori perché non mi davano i soldi per potermi divertire. All’età di 16 anni mi sono inventato la storia che andavo a lavorare lontano dalla nostra abitazione per poter stare fuori la notte. Spesso passavo la notte in discoteca, mi interessava solo divertirmi e sentirmi potente, così in poco tempo mi sono plasmato un carattere violento e superficiale, mi interessavano solo lo sballo, i soldi e le ragazze». A questo punto, «ho commesso un grave errore. E così all’età di 19 anni sono entrato in carcere per la seconda volta con una condanna di 20 anni».

Dietro le sbarre della prigione di Belluno, «dentro di me emergeva il desiderio di cambiare in meglio per non fare più soffrire la mia cara mamma. Nasceva in me il desiderio che questa sofferenza si potesse trasformare in felicità».

Il motivo del nome Zhang Agostino? «Agostino perché pensando a sant’Agostino, alla sua storia, mi ha particolarmente commosso sua madre santa Monica per tutte le lacrime che aveva versato per il suo figlio, sperando di ritrovare il figlio perduto. È un po’ come la mia situazione, pensando alla mia mamma e al fiume di lacrime che ha versato per me sperando che io potessi ritrovare il senso della vita».

Nel 2007 «vengo trasferito al carcere di Padova. La prima persona che ho incontrato è stato un mio connazionale, Je Wu poi Andrea. Un detenuto cinese come me che aveva iniziato a lavorare in carcere a Padova e che mi è stato vicino e mi ha aiutato. Dopo pochi mesi dall’arrivo ho iniziato anch’io a lavorare con la cooperativa sociale Giotto, prima assemblando confezioni di gioielli, poi valige. Oggi sempre in carcere lavoro nel settore della digitalizzazione e delle chiavette per la firma digitale».

Agostino notava «che questo mio amico era sempre più contento fino a decidere di diventare cristiano e di battezzarsi. Vedere accadere queste cose, lavorare con queste persone mi ha fatto sorgere la domanda e il desiderio di essere anch’io felice come loro»; infatti «vedendo questi miei amici tornare dalla messa contenti, ho deciso di andare a vedere che cosa succedeva e se c’era qualcosa di utile per me».

Così, ascoltando il Vangelo, «dentro di me emergeva una gioia che non avevo mai provato prima. Non vedevo l’ora che fosse domenica. Ma questo desiderio era di tutti i giorni, perciò ho deciso di partecipare con alcuni amici detenuti e della cooperativa a un momento settimanale di incontro per poter condividere e amare al meglio la mia vita. Questo cammino mi ha fatto nascere il desiderio di diventare cristiano».

E l’11 aprile del 2015 «mi sono battezzato, cresimato e ho fatto la prima comunione: tutto in carcere. Anche se avrei potuto ottenere il permesso dal magistrato di celebrarlo fuori dal carcere ho scelto di farlo nel luogo e con gli amici dove Gesù è venuto a incontrarmi e dove io ho incontrato Gesù».

Infine, un ringraziamento speciale a Francesco «per l’attenzione particolare che ha verso noi carcerati. Mai avrei pensato di essere invitato a partecipare alla presentazione di un libro del Papa, né di avere la possibilità di stringere la sua mano, com’è avvenuto ieri».

Dunque, «sono qui con la mia storia a testimoniare come la Misericordia di Dio ha cambiato la mia vita».


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