martedì, settembre 02, 2014
Consegnato questa mattina il Premio Bresson all’attore italiano Carlo Verdone, emozionato per questo riconoscimento che giunge dalla Chiesa cattolica italiana che gli riconosce la capacità di raccontare la famiglia italiana con grande umanità e un sorriso. Il servizio di Luca Pellegrini: ascolta

Radio Vaticana - La simpatia di cui si circonda precorre la sua meritata fama. E’ uno dei volti più amati e apprezzati del cinema italiano: Carlo Verdone. Questa mattina gli è stato consegnato un Premio particolare, quello intestato a Bresson, che ogni anno la Fondazione Ente dello Spettacolo e la Rivista del Cinematografo attribuiscono, nel corso della Mostra veneziana, a un regista che sia “significativo testimone della ricerca spirituale che anima ognuno di noi”. Potrebbe apparire singolare la scelta del comico italiano. Don Ivan Maffeis, Presidente dell’Ente, così la motiva.

R. – Quest’anno, abbiamo scelto di premiare Carlo Verdone come autore, come regista, come interprete, perché con le sue commedie ci aiuta a stare su quella realtà che viviamo nelle nostre famiglie, che viviamo nella società italiana: famiglie a volte disgregate, a volte attraversate dalla crisi e dalla sofferenza, ma insieme aperte alla speranza. I film e le commedie di Verdone hanno questa capacità di giudizio, a volte anche amaro, a volte graffiante, ma mai volgare, mai cattivo. Conservano quel colpo d’ala, quella disponibilità a calarsi anche nei problemi degli altri e a contribuire per quanto possibile ad affrontarli. Inoltre, premiando Verdone, l’intenzione della Fondazione è anche quella di cercare di sdoganare la commedia, che risente spesso di un pregiudizio intellettuale per cui l’opera d’arte appartiene ad altro: quando la commedia è di qualità, quando è interpretata con qualità, è opera d’arte e Verdone ce lo testimonia”.

A consegnare il Premio, mons. Enrico Solmi, vescovo di Parma, presidente della Commissione per la famiglia e la vita della Cei. Eccellenza, come vive questa giornata per lei così singolare?

R. – Personalmente, vivo con grande sorpresa il fatto di essere stato scelto per dare questo Premio. Non sono un esperto di cinema, ma ho apprezzato molto quanto Verdone ha scritto della sua famiglia, della sua casa che credo sia il luogo dove abbia maturato la sua vocazione artistica unendo delle doti certamente grandi che lui ha coltivato anche quasi per osmosi, un apprendimento del linguaggio cinematografico con la frequentazione di grandi persone a partire da suo padre, che credo abbia proprio dato a Carlo un’impostazione molto importante, prima di tutto umana e poi artistica.

D. – Nella cinematografia di Carlo Verdone, e soprattutto nelle opere degli ultimi anni, un’attenzione particolare è data a famiglie che si aggregano e si disgregano e a personaggi che vivono situazioni sempre con ironia, ma anche drammatiche, della crisi italiana...

R. – Assolutamente. Credo che questo sia uno dei motivi per i quali Verdone sia stato scelto perché contatta, incontra queste tematiche con attenzione, con garbo, sottolineando un percorso che la famiglia sta compiendo, un percorso dove la famiglia si delinea chiaramente nell’incontro di un uomo e di una donna con la prospettiva generativa, con la vita insieme. Su questo tema le situazioni attuali, il mondo “liquido”, le problematiche economiche e sociali che stiamo vivendo e la cultura hanno inferto colpi importanti e hanno dato anche occasione di una sfida nuova. Carlo Verdone interpreta certamente questo percorso che è stimolante per tutti, in particolare, credo, per chi crede tanto alla famiglia, quindi i cristiani e la Chiesa.

D. – Le sue prime esperienze di cinema, eccellenza, risalgono agli anni del Seminario e a una passione in particolare per un regista americano...

R. – Non sono certamente un grande esperto di cinema e comunque mi appassiono sempre ai film di John Ford. Devo anche dire che ho ritrovato nella lettura del libro di Verdone alcuni tratti della sua trilogia sulla cavalleria americana: la figura dei padri in “Fort Apache”, la figura della madre in “Rio Bravo”... E poi, come sottolineò, figure secondarie che danno a queste tematiche una particolare umanità. Penso al sergente Quincannon nei “Cavalieri di Nord Ovest”, che si fa carico della situazione di bambini che hanno perduto la famiglia, tutto questo sempre con grande ironia. Alla fine, vorrei sottolineare, come traspaia dai suoi film questo senso di appartenenza religiosa e cattolica: pensiamo alla genuflessione in segno di croce fugace che un soccorritore fa in “Rio Bravo” quando porta fuori dalla chiesa una bambina che era prigioniera. Quel segno indica una sottolineatura di attenzione al sacro e di un’appartenenza alla chiesa cattolica.


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