“Con Kiev possiamo parlare solo di una cosa: di un eventuale scambio di prigionieri. Ma prima di tutto dobbiamo costruire un esercito. C’è una guerra civile qui, ci sono soldati. Possono unirsi al nostro futuro esercito, altrimenti li tratteremo come forze di occupazione”.
di Lucia Goracci
Era fino a poco fa un oscuro imprenditore di provincia, Denis Pushilin, una piccola industria dolciaria dal nome felliniano, Sladkaya Zhizn’, Dolce Vita, niente di che nell’Ucraina degli oligarchi. Ora per le sue mani e quelle di pochi altri oscuri come lui passa il destino del Paese e in molti davvero dovranno chiedersi se non si potesse evitare tutto questo.
Nella conferenza stampa che vede la nascita ufficiale della Repubblica Popolare di Donetsk, forte di un referendum che l’Unione Europea e gli Stati Uniti condannano come illegale e cui il portavoce del Cremlino tributa rispetto - in un fraseggio prudente che non parla di riconoscimento - Pushilin va dritto come una spada: “Per ristabilire la giustizia della storia - dice - chiediamo a Mosca di esaminare il nostro ingresso nella Federazione Russa”. Vogliono fare come la Crimea, le regioni del sudest, 6 milioni e mezzo di cittadini, il 20% del Pil dell’intera Ucraina. E , dicono, le presidenziali del 25 maggio, che dovrebbero far uscire il Paese dalla crisi che ha avuto il culmine nella cacciata del presidente filorusso Yanukovich, qui non si faranno. Solo che per Stati Uniti e Unione Europea quelle elezioni sono l’ultima linea invalicabile.
Al referendum separatista di Donetsk e Lugansk tutto sommato Bruxelles reagisce con moderazione, allunga di 13 altri nomi la lista di russi e filorussi colpiti da divieti di viaggio e blocco dei conti bancari, ma non salta alla fase tre, quella delle sanzioni alle aziende russe. Che potrebbero arrivare – fa capire Bruxelles – se la Russia non saprà evitare il fallimento di quel voto. Si riparte dunque dall’OSCE, quell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa nata negli anni del disgelo, e ora a tu per tu con la peggiore crisi nel continente, dalla fine della guerra fredda.
Era fino a poco fa un oscuro imprenditore di provincia, Denis Pushilin, una piccola industria dolciaria dal nome felliniano, Sladkaya Zhizn’, Dolce Vita, niente di che nell’Ucraina degli oligarchi. Ora per le sue mani e quelle di pochi altri oscuri come lui passa il destino del Paese e in molti davvero dovranno chiedersi se non si potesse evitare tutto questo.
Nella conferenza stampa che vede la nascita ufficiale della Repubblica Popolare di Donetsk, forte di un referendum che l’Unione Europea e gli Stati Uniti condannano come illegale e cui il portavoce del Cremlino tributa rispetto - in un fraseggio prudente che non parla di riconoscimento - Pushilin va dritto come una spada: “Per ristabilire la giustizia della storia - dice - chiediamo a Mosca di esaminare il nostro ingresso nella Federazione Russa”. Vogliono fare come la Crimea, le regioni del sudest, 6 milioni e mezzo di cittadini, il 20% del Pil dell’intera Ucraina. E , dicono, le presidenziali del 25 maggio, che dovrebbero far uscire il Paese dalla crisi che ha avuto il culmine nella cacciata del presidente filorusso Yanukovich, qui non si faranno. Solo che per Stati Uniti e Unione Europea quelle elezioni sono l’ultima linea invalicabile.
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