lunedì, maggio 12, 2014
I risultati preliminari del "plebiscito" parlano dell'89% per i "sì" e di un'affluenza oltre il 75%, dato sul quale si deciderà ora la posizione del Cremlino. Si è votato anche in un seggio improvvisato a Mosca, implicito segnale dell'appoggio russo al voto nonostante l'appello di Putin al suo posticipo. 

 di Nina Achmatova 

Mosca (AsiaNews) - Anche se ancora ufficialmente si hanno solo dati provvisori, si parla già di "plebiscito" per il controverso referendum sull'indipendenza da Kiev nelle regioni russofone di Donetsk e Lugansk, nell'Ucraina orientale, teatro di scontri tra esercito regolare e milizie separatiste. In chiusura dei seggi, la sera dell'11 maggio, il presidente della commissione elettorale dell'autoproclamata repubblica popolare di Donetsk, Roman Liaghin, ha fissato a 89,07% i voti per il "sì", contro il 10,19% dei "no". I leader filorussi hanno gridato al "record" per quanto riguarda l'affluenza (75%); il dato più atteso, perché quello su cui si baserà anche la posizione di Mosca, che finora non ha fatto dichiarazioni sul possibile riconoscimento della consultazione popolare, bollata come "illegale" dall'Occidente. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha lasciato intendere l'appoggio della Russia al voto anche se Putin aveva "consigliato" di rimandarlo. "Pur tenendo conto della credibilità del presidente della Federazione russa, il suo consiglio era difficile da ascoltare", ha dichiarato in una intervista a Kommersant. "In considerazione di combattimenti reali, i residenti sono costretti ad agire sulla base della situazione reale", ha poi aggiunto.

Significativo in questo senso, anche se privo di valore legale, il fatto che per il referendum separatista si sia potuto votare anche a Mosca, in un seggio improvvisato in via Kievskaya tra schede fotocopiate, tavolini traballanti e totale assenza di elenchi elettorali. Iniziativa promossa da alcuni di quelli che si definiscono i nuovi "rappresentanti" in Russia delle repubbliche di Donetsk e Lugansk, ma dietro la quale è difficile non vedere la mano delle autorità. Andrei Kramar e il suo collega Aleksei Muratov - entrambi ingegneri residenti in Russia ma originari dell'est ucraino - sostengono di aver organizzato il seggio moscovita, "in accordo" con le Commissioni elettorali centrali delle due regioni indipendentiste e "senza alcun aiuto dal Cremlino". "Siamo tutti gente semplice qui, quello che vedete è solo lavoro di volontari e senza coordinamento con le autorità", ripetono come una cantilena. Fuori dal seggio, però, sono in servizio decine di poliziotti russi, un'ambulanza, due metal detector, una ventina di cosacchi e una fila di bagni chimici appositamente montati per l'evento. In un Paese dove ogni manifestazione pubblica che raccolga più di una persona è severamente controllata, la file di migliaia di ucraini che, passaporto alla mano e al grido di "Gloria al Donbass", aspettava il suo turno davanti alle urne non sarebbe stato uno scenario possibile senza il consenso dei vertici politici.

La commissione elettorale centrale dell'autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk ha già fatto sapere, però, che il risultato del voto al di fuori dall'Ucraina non verrà conteggiato "per non invalidare il referendum", che richiedeva agli elettori di essere residenti nell'est del Paese. Particolare, però, che sembrava sconosciuto ai vari operai edili, autisti, donne delle pulizie e cuoche ucraini che ieri a Mosca hanno votato "per il futuro" del loro Paese", come dicevano in molti, sperando di potervi presto "fare ritorno". Serghei, insegnante di 39 anni, che ha portato a Mosca la sua famiglia da Kramatorsk due settimane fa, è sicuro: "Ora votiamo per l'indipendenza, ma il prossimo passo è federarci alla Russia", dice mentre esce dal seggio, trovando ampio consenso tra i presenti. In pochi pare sappiano di preciso per cosa si votasse effettivamente: indipendenza, autonomia o federalismo?. Il quesito posto agli elettori lasciava spazio a diverse interpretazioni e la propaganda mediatica, da una parte e dall'altra delle barricate, non aiutava a chiarire i dubbi.

Il referendum - tenutosi tra i mai cessati scontri tra l'esercito ucraino e le milizie filorusse che ancora occupano diverse città della regione orientale, senza osservatori e possibilità di evitare falsificazioni - è stato definito subito una "farsa" da Kiev. Come fa notare l'Economist, se le operazioni di voto sono state una messa in scena, le persone che si sono recate ai seggi, però, "sono reali". "Sono reali le loro frustrazioni, le loro paure, la loro confusione e la loro rabbia per anni e anni di governi corrotti". Come vera è la violenza che continua a consumarsi nel Donbas, il bacino metallurgico-minerario dell'Ucraina, dove si concentra l'industria militare e che vale il 20% del Pil nazionale. Intanto, le voci sulla possibilità che il 18 maggio si torni a votare, ma questa volta per l'unione con la Russia, si fanno sempre più insistenti, mentre ora gli occhi sono tutti puntati sul Cremlino.


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