mercoledì, aprile 23, 2014
Nella sua Esortazione apostolica, papa Francesco – in continuità col Concilio Vaticano II e con i pontefici che lo hanno preceduto – propone il “suo” ideale di Chiesa, passando in rassegna alcune delle fondamentali sfide che interessano la vita della Chiesa e la società. recensione 

di Bartolo Salone 

Qualcuno, senza esagerare, ha definito la “Evangelii gaudium” come il manifesto programmatico del nuovo pontificato. Diversi sono infatti i temi affrontati, ma uno il filo conduttore: l’impegno missionario della Chiesa verso un mondo sempre più complesso, ma comunque bisognoso di conoscere il messaggio di Gesù. Alla base di questo impegno così importante c’è la gioia dell’incontro col Risorto: gioia che spinge la Chiesa tutta, quale popolo dei credenti in Cristo, lungo la direzione del rinnovamento “ab intra” e dell’annuncio “ad extra”.

La responsabilità dell’annuncio evangelico esige in primo luogo, secondo Francesco, una radicale conversione in senso pastorale, per una Chiesa “dalle porte aperte” e “in uscita”, capace di dialogare e di sanare le ferite dell’umanità. “Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”, si legge nell’esortazione apostolica. Siffatta conversione “pastorale” deve riguardare non solo gli episcopati, ma anche il papato, chiamato ad esercitare il primato valorizzando forme di autentica collegialità. Anche i fedeli laici, che costituiscono la parte numericamente più consistente della Chiesa di Dio, sono chiamati a fare la loro parte nella inculturazione del Vangelo: infatti, osserva il Papa con un pizzico di amarezza, “anche se si nota una maggiore partecipazione di molti ai ministeri laicali, questo impegno non si riflette nella penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico”. Fondamentale da questo punto di vista l’apporto delle donne, di cui occorre garantire la presenza anche nell’ambito lavorativo e nei diversi luoghi in cui vengono prese le decisioni più importanti, tanto nella Chiesa come nelle strutture sociali. Secondo Francesco, infatti, “c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa”, pur senza mettere in discussione il sacerdozio ministeriale, riservato per volontà divina agli uomini.

Lo stile missionario, ancora, non può non riflettersi nel modo di fare catechesi e nel comunicare i contenuti della fede cristiana. In particolare, la catechesi, se non vuole perdere la sua efficacia, deve rimanere saldamente ancorata al “primo annuncio”, al kerygma, che viene così compendiato: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”. Più in generale, l’annuncio deve partire, anche sul terreno dell’insegnamento morale, da ciò che è essenziale e non da ciò che è secondario, ma “senza mutilare l’integralità dell’insegnamento del Vangelo”. Nella realtà attuale, infatti, non si può più dare per scontata, neanche nei Paesi di lunga tradizione cattolica, la conoscenza dei contenuti essenziali della fede, per cui soffermarsi nella predicazione più sugli aspetti “secondari” che su quelli “primari” (questi ultimi dati per presupposti) espone al pericolo di una trasmissione “deformata” del contenuto della fede stessa. Quindi, il segreto della nuova evangelizzazione consiste proprio nel ripartire dall’essenziale, da ciò che è primario verso ciò che è secondario, senza perdere di vista il “tutto”. La stessa omelia dovrebbe lasciarsi apprezzare, oltre che per la sua chiarezza, per la sua capacità di “fare sintesi” e per il linguaggio positivo, in modo da non oscurare quel carattere di “lieto annuncio” che colora di sé tutto l’Evangelo.

Particolare attenzione viene dedicata infine alle tematiche sociali (con invito alla lettura attenta del “Compendio della dottrina sociale della Chiesa” del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace), richiamando i cristiani alla loro precipua responsabilità nel creare un ordine sociale più giusto, quale immagine e prefigurazione di quel Regno che alla fine dei tempi sarà portato a perfezione dal Cristo. Da qui l’esigenza dell’ inclusione sociale dei poveri contro la cultura dello scarto e l’idolatrizzazione del denaro che caratterizzano buona parte del capitalismo moderno e la necessità di realizzare una “Chiesa povera per i poveri” secondo l’ideale del Concilio Vaticano II. Addirittura Francesco va più in profondità, suggerendo di considerare i poveri non come semplici destinatari del processo di evangelizzazione, bensì come protagonisti dell’evangelizzazione medesima. I poveri, infatti, “oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente”. E’ necessario, pertanto, che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro!


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