domenica, gennaio 12, 2014
Lpl pubblicherà in esclusiva, a partire da oggi, un ciclo di racconti inediti del noto scrittore Silvio Foini. (seconda parte

L'anziano parroco del paese ascoltò senza mai interrompere il racconto di Marco. "Sì! - Confermò facendosi il segno della Croce - E' tutto vero quello che hai detto. Corrisponde. Solo il mio caro amico Umberto, tuo padre, conosceva particolari ad altri non noti. Non ricordavo più nemmeno io la vecchia radio trasmittente nascosta in Chiesa. Dopo andiamo a vedere... chissà, magari funziona ancora! Caro Marco, le vie del Signore sono veramente infinite. Egli ti ha fatto la grazia di incontrare lo spirito di tuo padre, sii lieto. Io sarò al tuo fianco: anche se vecchio potrò aiutarti e combattere il male che è tornato fra noi. Che intendi fare?" "Prima cosa, devo studiare un piano per distruggere quella macchina: le confesso, caro Don Bruno che ho timore solo ad avvicinarmici. Sarei lieto se lei venisse con me alla segheria: desidero che constati con i suoi occhi..." "Domani mattina, dopo la Messa delle otto. Aspettami là! A proposito - s'informò l'anziano sacerdote - Come la metti con tuo lavoro ora che il Bianchi è morto?" "Non lo so ancora! Dovrò parlare con la vedova... sentire cosa intende fare... non so se chiuderà, se venderà... vedremo! Comunque avrei già una soluzione per il lavoro. Dalla Lia." "Oh! - fece il parroco - la vecchia Lia... mi domandavo appunto l'altro giorno se per lei non venisse mai il momento di ritirarsi. Ha quasi 80 anni. Che farai, rileverai il negozio?" "No, Don Bruno! Aiuterò Lia... me lo ha chiesto lei... poi, poi il negozio sarà mio. Mi vuole molto bene, come ad un figlio ed anche io gliene voglio: è sempre stata tanto gentile con me!" "Probabilmente - affermò Don Bruno con un sorriso - Non sai che mi ha dato incarico, già quasi 10 anni fa, che io mi occupassi, in caso di morte sua, di farti entrare in possesso di tutti i suoi averi." Marco si stupì non poco. "Ma non aveva un nipote che faceva il medico a Varese?" Domandò. "E' morto 12 anni or sono. Non ricordi? No... eri troppo piccolo e poi eri in istituto...Beh! E' stato investito da un autocarro mentre andava a vedere un suo malato, di notte." "Mi spiace! Nessuno me lo aveva mai detto. Neanche Lia." “Bene Almeno per il lavoro sei a posto Marco - concluse Don Bruno - per il resto ci incontreremo domani mattina giù alla segheria. Son curioso di vedere cosa Satana riesce a combinare. Ti accompagno alla porta." Rimasero entrambi sorpresi nel vedere, accucciato sui gradini della Canonica, il grosso cane nero. Quando l'animale corse gioiosamente verso Marco saltellandogli intorno. Don Bruno alzò gli occhi al cielo ed esclamò: "Signore, quali miracoli sai compiere per infonderci la fede e la forza! Marco - aggiunse con le lacrime agli occhi - Sai come si chiama quel cane?" "No! Ma è da qualche giorno che mi segue... come per proteggermi." Aggiunse ricordando ciò che l'animale aveva fatto per lui. "Lillo - Gridò Don Bruno - Vieni qui! Non mi riconosci più?" Il cane smise di far capriole attorno a Marco e lentamente raggiunse il sacerdote che era rimasto fermo sull'uscio, quindi si accucciò ai suoi piedi.

Don Bruno si chinò sulle vecchie ginocchia e prese ad accarezzarlo sulla testa in silenzio e con le gote rigate di lacrime. Marco fece per parlare, voleva chiedere molte cose circa quel cane che l'anziano parroco pareva conoscere così bene, ma Don Bruno lo prevenne: "Lillo era di tuo padre... quando eravamo ragazzi. Sta accadendo veramente qualcosa di misterioso caro il mio Marco: questo cane l'ha mandato certamente tuo padre per proteggerti. Avremo anche bisogno dell'aiuto di Dio per assolvere il compito che ci attende. Dovremo pregare molto. Ora va. Marco! Io ho alcune cose da fare." "Ci vediamo alle nove davanti alla segheria. Don Bruno. Riverisco!" Si congedò il giovane avviandosi verso casa. Si stupì allorquando notò che il grosso cane nero non lo seguì ma rimase accanto a Don Bruno. Tuttavia non fece nulla per fargli cambiare proposito. Il sacerdote si soffermò qualche momento ad osservare il giovane che si allontanava, le mani sprofondate nelle tasche dei calzoni e la testa china in avanti: non aveva mai notato quanto fosse perfetta la somiglianza del giovane con il suo vecchio amico Umberto. Visto di spalle pareva addirittura la stessa persona. Con un sospiro rientrò nella vecchia casa canonica seguito dal cane. Per una porticina del corridoio, entrarono in sacrestia e quindi nella chiesetta assolutamente deserta. Il sacerdote osservava il cane che lo seguiva senza timore. S'inginocchiò davanti all'altare ed il cane si accucciò accanto a lui. Rimase più di mezz'ora a pregare sempre con Lillo al fianco e quand'ebbe terminato, si alzò in piedi prese l'acquasantiera d'argento con l'aspersorio e benedisse l'animale nel nome di Gesù. "Ti manda davvero la volontà di Dio - Pensò riponendo l'acquasantiera - Se fossi stato un essere diabolico, saresti fuggito solo a vederla, l'acqua santa! Andiamo in cucina Lillo! - disse a bassa voce - Dev'essere rimasto un po' d'arrosto di ieri." Marco salì le scale che conducevano alla sua stanza e trovò, appeso alla porta, un biglietto. Lo staccò ed entrò. Lesse che la vedova del Bianchi aveva bisogno di parlare con lui per quanto concerneva la segheria e che lo attendeva verso le quattro.

Guardò l'orologio a cipolla che teneva nel taschino: le 11,30. "Ci vado ora! - Pensò - Meglio levarsi subito il fastidio!" Si cambiò d'abito ed indossò un paio di blue jeans nuovi, regalo della Lia. Erano alla moda: da poco tempo i giovani avevano cominciato a portarli, emuli dello stile americano e di un giovane cantante che si chiamava Elvis. Indossò una camicia di tela blu e le sue solite scarpe "buone". Scese in strada e s'avviò fischiettando verso la villa del suo vecchio padrone. La via della Torre era una stradina di sassi che procedeva in .salita, poco dietro la chiesa di S. Pietro e Paolo. Accucciato all'imbocco c'era Lillo che lo stava aspettando. Marco si fermò e lo chiamò accanto a sé. Il cane non se lo fece ripetere e gli si avvicinò di corsa. Marco abbracciò l'animale quando si levò sulle zampe posteriori tentando di leccargli il viso.

"Vieni, cagnone, andiamo a trovare la vedova di quel maiale. Andiamo a sentire che vuole da noi." L'uomo ed il cane salirono velocemente la stradicciola e si trovarono davanti alla cancellata di una vecchia villa con parco. Marco suonò due volte il campanello. Apparve un cane lupo di stazza fuor dal comune che si avventò contro il cancello latrando furiosamente. Dalla gola di Lillo uscì un brontolio sordo e minaccioso e Marco notò come il pastore tedesco abbassasse le orecchie e si allontanasse immediatamente dal cancello, la coda fra le zampe. "Cribbio, Lillo! - Esclamò Marco - Che gli hai detto di così terribile? Eh?" Il cane abbaiò due volte sollevando il labbro superiore e mettendo in mostra la propria formidabile dentatura. "Come argomento - rise Marco accarezzandolo - devo dire che lo trovo oltremodo convincente. Bravo il mio Lillone!" Suonò ancora due volte il campanello, ma non venne nessuno ad aprire. "Chissà dove diavolo è andata...! Torneremo alle quattro e mezza, come la signora comanda. Intanto andiamo dalla Lia a prendere da mangiare Lillo." L'anziana negoziante rimase sorpresa nel vedere il giovane entrare in negozio col cane: "Dove l'hai preso quel sacco di pulci. Marco?” "Ciao Lia! - Rispose il giovane con un bei sorriso - Veramente è stato lui che ha preso me! Bello vero?" "Fa paura però! Non vedi com'è grosso? E' sicuro che non morda?" "Sta' tranquilla Lia, gli manca solo la parola. Vuoi vedere? Su, Lillo, vai a dare la zampa alla nostra amica e vedrai che da qualche parte salterà fuori un grosso osso di prosciutto." Lia era annichilita. Non si mosse d'un passo vedendo il grosso cane avvicinarsi e fermarsi a pochi centimetri dalla sua veste nera con la zampa destra alzata. "Su, Lia, non temere! Prendigli la zampa! E' tuo amico!" L'anziana donna, molto lentamente si curvò in avanti e con timore prese la zampa che il cane le porgeva. Ebbe in regalo anche una bella leccata e scoppiò a ridere. "Questa sì che l'è bella! Ciao cagnone, ora vado a vedere se trovo qualcosa di adatto da regalarti. Oh, Marco, roba da matti: un cane che saluta..." Lillo tornò accanto al suo padrone e gli strofinò la testa sui pantaloni in gesto d'affetto. Poco dopo comparve Lia che teneva in mano un cartoccio colmo di frattaglie di pollo e fondi di mortadella. "Toh, mangia Lillo! Tutto per te!" Il cane gettò uno sguardo a Marco quasi a domandare il permesso di mangiare. "Dai Lillo - L'incoraggiò il ragazzo - fatti onore!" Mentre il cane mangiava con evidente soddisfazione Lia servì Marco. "Da dove vieni, così vestito bene?" Gli domandò notando che non indossava i soliti sdruciti calzoni e le scarpe da lavoro. "Sono andato a casa del Bianchi... sai ho trovato un biglietto sulla porta che mi diceva di andare là per parlare... "E che ti ha detto la vedova?" "Niente! Non c'era nessuno! Forse sono andato là troppo presto... dovevo andarci oggi alle 16,30." "La signora è stata qui un'ora fa a fare la spesa... Ha detto che andava un salto giù alla segheria... Magari è ancora là. Perché non vai a vedere?" "Buona idea Lia. ci vediamo più tardi. Lillo – disse poi rivolto al cane che ancora si stava leccando i baffi per il gustoso pranzo - andiamo!"

Riattraversò il paese e si diresse alla segheria. Il cancello era aperto: la vedova Bianchi doveva essere ancora lì. Lillo corse avanti mentre Marco chiamava a voce alta la donna. Non venne alcuna risposta. Entrò nello sgabuzzino che fungeva da ufficio: alcune carte erano sparse sul tavolo e una borsetta era posata sulla sedia. Stava per uscire di lì per andare a cercare la donna quando udì il latrare del cane. Corse nella sua direzione, verso la tettoia ove era stata installata la nuova sega arrivata dalla Germania. Quel che vide non lo dimenticò più: Lillo veniva verso di lui con qualcosa di macabro stretto fra i denti. Qualcosa che perdeva sangue... ma sì, era... era una... una mano! Come in un incubo Marco notò i due anelli al dito: una fede nuziale ed un topazio marrone che mandava curiosi bagliori. Seduta, con le spalle appoggiate alla carcassa della sega maledetta, stava una donna sulla cinquantina. Teneva le braccia sollevate davanti agli occhi sbarrati che probabilmente nemmeno vedevano. A parte il sangue che colando dai moncherini imbrattava la pancia della donna, il nastro della sega era rosso per il sangue che si stava rapprendendo. Marco non riusciva a riaversi, sapeva che avrebbe dovuto fare qualcosa, ma si sentiva come bloccato, inchiodato a terra, con i piedi trasformati in enormi pesi di piombo. Lo scosse il secco abbaiare del cane che aveva deposto l’orrore che teneva fra le fauci, ai suoi piedi. "Mio Signore e mio Dio, - sussurrò il giovane - aiutami ti prego!"

Lillo lo afferrò con i denti per la gamba destra e lo riportò completamente alla realtà. Marco udì un flebile lamento provenire da quel fagotto sanguinolento che era stata la moglie del suo ex datore di lavoro: "E' ancora viva! - Pensò scuotendosi del tutto dal torpore in cui era scivolato - Si lamenta... Ci vuole un dottore... Non posso lasciarla qui sola... Non c'è nemmeno il telefono! - Si ricordò che il Bianchi aveva deciso qualche mese prima di farlo installare - L'avessero già messo!" Poi gli venne in mente un' idea. Corse nell'ufficio, prese un foglio bianco ed una matita e scrisse velocemente due righe all'indirizzo di Don Bruno. Chiamò Lillo accanto a sé ed inginocchiatosi davanti all'animale lo fìsso negli occhi dicendo: "Lillo, io so che capisci quello che sta accadendo in questo luogo. Devi aiutarmi tu. Porta questo biglietto a Don Bruno. Fai presto! Mi hai capito?" Il grosso cane nero tornato dal nulla, non lo lasciò quasi terminare, gli strappò letteralmente il messaggio dalla mano ed infilò come un fulmine, il cancello aperto della segheria. Marco lo vide salire lungo la strada come un cane comune, per quanto veloce, non avrebbe potuto fare. Aveva capito. Il giovane non aveva dubbi: fra qualche minuto Don Bruno sarebbe accorso con il dottore del paese, il buon vecchio Manfredo che i compaesani chiamavano affettuosamente "Sciur dutur". Tornò, col cuore che gli scalpitava come impazzito nel petto, accanto alla povera donna che ora non si lamentava più e teneva le inutili braccia incrociate nel grembo. Gli occhi azzurri, acquosi, sembravano guardare lontano, oltre le montagne che facevano corona al lago. Marco vinto il timore che l'attanagliava, provò a chiamarla, ma non ottenne risposta. Posò due dita sul collo della donna per sentire se la vita scorreva ancora entro di lei ma non avvertì la minima pulsazione: la vedova Bianchi aveva raggiunto il marito nel mondo dei più. Sollevò lo sguardo verso il nastro della sega assassina. "Maledetta! - Gridò - Non volevi forse solo me? Perché hai ucciso costei?" Il rombo del motore sovrastò cattivo le ultime parole di Marco. Il giovane spiccò un balzo all'indietro. Girò velocemente attorno alla macchina e vide che il cavo d'alimentazione era arrotolato nel suo supporto. "Non ho bisogno di corrente per compiere la mia vendetta, idiota! Basta l'odio che ho dentro me stessa." Marco rabbrividì: quelle parole erano uscite dalla bocca della morta che giaceva accanto alla macchina. "Che fai? - L'incalzò il giovane - Ora ti servi dei morti per parlare? Credi di farmi paura? Io ti ho in pugno perché sono dalla parte del giusto. Tu sei un assassino e non vincerai mai contro di me. Sai bene che non sono solo a combatterti."

Un grido roco seguito da un sussulto animò il corpo della morta che parve cercare di alzarsi in posizione eretta. Poi quella voce impossibile prese a parlare a Marco con un tono dolcissimo ed amorevole: "Caro il mio piccolo tesoro, sono la tua mamma... non ti ricordi più della tua mamma. Marco? Non mi riconosci più?" Il volto della morta stava mutando lineamento. Si fece più affusolato, le rughe si distesero ed i capelli, biondo oro, scesero lungo le spalle.

Marco stentava a credere ai propri occhi: quella era la sua mamma, la ricordava proprio così! La donna gli tendeva le braccia e quelle braccia, avevano le mani, le amorevoli mani che tante volte si erano posate sul suo capo in una lieve carezza quale sa essere solo quella di una madre. Intanto, la sega assassina con la sua lama sporca del sangue era silenziosa ed immobile.

Marco si accorse che stava scivolando lentamente in uno stato di semi incoscienza. Si sentì stanco, svuotato di ogni energia. Mio Dio come sarebbe stato bello rifugiarsi fra le braccia che sua madre gli tendeva... Mosse qualche passo verso di lei. Ancora uno e sarebbe stato al sicuro. La macchina intanto si era avviata senza fare alcun rumore. Marco vedeva il nastro d'acciaio con i suoi terribili denti, girare piano, come al rallentatore. Che pericolo poteva mai correre nello stringere sua madre al petto? Stava per muovere l'ultimo passo, ma si sentì come trattenuto da qualcosa.

Qualcosa faceva male, ora: la sua caviglia destra. La sua mente si snebbiò d'incanto: Lillo, il suo Lillo l'aveva azzannato alla gamba e lo stava tirando con forza indietro, lontano da quell'incubo sanguinolento che stava per abbracciare. Si accorse di stare con le mani tese a non più di tre centimetri dal nastro della sega maledetta che girava al massimo dei giri. Cadde a terra, abbracciato al cane che ancora una volta gli aveva salvata la vita. A pochi passi dietro di lui, una figura scheletrica e bagnata dalle cui braccia pendevano filamenti di alghe verdi, lo stava guardando. Suo padre era tornato, finalmente. Lillo stava ora accucciato ai piedi dello spettrale essere e non era più il bell'animale che Marco aveva conosciuto: adesso era un cane magrissimo e bagnato, col pelo rado che ricopriva a stento un corpo quasi mummificato. Gli occhi, due pezzi di carbone rosso acceso, erano sfavillanti e carichi di un odio mortale.

Il giovane non riusciva a parlare pur cercando disperatamente di farlo. Suo padre levò un braccio e puntando l'indice verso la macchina così parlò: "Essere maledetto e malvagio, sei tornato per vendicarti su mio figlio ma, come ben vedi, trovi ancora il padre! Trovi ancora me sulla tua strada! Nulla può il tuo Signore contro di me. Tu stesso mi hai trasformato in un angelo. Io posso scacciare il tuo immondo spirito ogni volta che lo voglio. Io sono il tuo sorvegliante! Sono il tuo guardiano, il guardiano del male!

Non potrai mai cogliere la tua vendetta nelle migliaia di anni a venire. Tu sei solo, Mittner. Lo sei sempre stato. Bestia fra gli uomini. Ciò che compisti in vita, insieme a quelli come te, ti ha coperto di abominio e di condanna sempiterna. Ogni volta che tornerai, mi troverai accanto a te pronto a ricondurti al tuo posto, quello che ti è stato assegnato." Quelle parole parvero aleggiare tutt'intorno per lungo tempo. Marco guardava attonito suo padre, il cane e la macchina maledetta che ospitava l'anima dannata di un uomo che si era creduto padrone della vita di tanti altri esseri umani.

Intanto, dal cancello della segheria entrò sobbalzando la vecchia Alfa Romeo del dottore che era accompagnato dal parroco. Correndo, i due raggiunsero il teatro della macabra scena. Il dottore, un bell'uomo alto, coi capelli biondi e gli occhi azzurri, un poco claudicante per un vecchio dolore all'anca, si inginocchiò con fatica accanto al corpo della vedova Bianchi e ne constatò la morte per dissanguamento, mentre Don Bruno aiutava Marco a risollevarsi da terra. "Per il Sacro Cuore di Gesù! Che cosa è accaduto qui dentro?" Chiese trafelato. "Non lo immagina Don Bruno?" Rispose Marco con un filo di voce. "Sì!" Fu la risposta del prete che si avvicinò al corpo martoriato della defunta per benedirlo recitare una preghiera. Marco notò che ne il dottore ne il parroco avevano scorto le due spettrali figure che pure erano lì, ben visibili e presenti. "E' vero, - pensò - li vedo solo io! Io ho il potere di mio padre. Se dunque è così, l'anima dannata di quel maledetto non può nulla contro di me e..." Non poté finire di pensare che un rumore improvviso lo distolse dal farlo. La sega si era rimessa in movimento. Il dottore ed il vecchio sacerdote notarono con indicibile terrore che il nastro della sega girava tanto vorticosamente che in breve sarebbe saltato fuori dai cuscinetti che ne permettevano la corsa. In quel preciso istante uno schiocco secco e il nastro della sega, sporco del sangue della prima vittima, si staccava dai supporti come una frusta impugnata da una terrificante mano ultraterrena. Roteò libero nell'aria e si abbatté sibilando sull'anziano dottore decapitandolo. La testa ruzzolò nella segatura che ricopriva il terreno circostante arrestandosi contro un tronco di pino, venti metri più in là. Gli occhi azzurri rotearono spaventati: "Chissà cosa sta vedendo!" Pensò Marco con un distacco tale dalla situazione che lo spaventò un poco. Il nastro d'acciaio dentato stava sospeso a mezz'aria sopra di loro pronto nuovamente a bere altro sangue. Orribile a vedersi, dietro di esso si stava materializzando una gigantesca figura d'uomo in divisa di S.S. Risuonò una possente macabra risata: "Perché non fermi la mia furia, tu che sei il guardiano del male?"

Stavolta anche Don Bruno vide quel che Marco vedeva ed udì ciò che egli udiva. Si segnò tre volte e pronunciò qualche parola contro quell'essere orrendo, essenza pura di Satana. Rise ancora il gigante con la frusta d'acciaio e si apprestò a colpire anche l'anziano sacerdote. Il silenzio fu rotto da un ordine imperioso e brusco: "Fermalo, Marco!" Il giovane guardò suo padre che aveva parlato e rispose solo: "Sì!" Senza titubanza alcuna.

Si mise davanti al sacerdote che era caduto sulle ginocchia, le mani giunte in un’ ultima preghiera, ed alzò il suo esile braccio a contrastare il sibilante nastro d'acciaio dentato che stava abbattendosi su di lui. Marco urlò per il dolore terribile che provò quando la frusta del male gli troncò netto il braccio destro che cadde ai suoi piedi. In quell'istante il cane nero che si era chiamato Lillo raccolse da terra l'arto e trascinandolo, stretto fra le mascelle, lo portò davanti al padre del ragazzo che lo raccolse e lo levò alto verso il cielo: "Mio Dio unico, padrone del cielo e della terra, ti offro la carne della mia carne. Rendila più dura dell'acciaio e più tremenda della tua giusta ira affinché punisca il Maligno."

Marco che stava per svenire per il dolore e per il copioso sangue che usciva zampillando all'arteria della spalla destra, sospinto dai battiti affannati del suo giovane cuore, vide il suo braccio svanire dalle mani scheletriche di suo padre e un attimo dopo non provò più alcun dolore. L'arto che gli era stato staccato nettamente dal bacio malvagio della frusta maledetta, si stava riformando all'attaccatura della spalla destra. A Don Bruno pareva di vivere il peggiore incubo che mai avrebbe potuto immaginare. Ora era testimone di una lotta tremenda fra il Bene ed il Male. Vide anche il vecchio amico Umberto ed il suo cane e pianse lodando Dio. La spettrale figura che brandiva il nastro della sega assassina, per nulla intimorita dal prodigio che si era appena compiuto, sferzò l'aria, facendo sibilare la malefica arma.

Questa compì un arco nel cielo e si abbatté rabbiosamente su Marco. La mano, la mano del suo nuovo braccio, andò incontro all'acciaio. Quando vi fu l'impatto, le dita si serrarono attorno al nastro tagliente e ne arrestarono la corsa fra un bagliore di scintille blu - oro. "Era questa la vendetta che cercavi di compiere su di me, maledetto?" Gridò Marco con una voce che a stento gli parve essere la sua. "Ora ti distruggerò per sempre giacché ne ho il potere! Esso mi viene direttamente dal Dio del cielo e della terra attraverso mio padre. Egli ti ha già ucciso una volta e non lo può più fare. Io invece posso!" Gli fece eco la risata roca del suo avversario. "E che mi farai?" Tu sei un mortale. Non puoi nulla contro di me ne contro il signore dell'Inferno!" "Credi?" Gli rispose Marco imprimendo al nastro d'acciaio che stringeva nella mano con una forza che non era certamente la sua, un veloce movimento rotatorio. L'essere malvagio venne come avvolto in spire dal nastro d'acciaio dentato che in un lampo accecante si saldò su se stesso assumendo la forma di un grosso tubo, inglobando l'essere maligno, quindi cadde al suolo provocando una bruciatura sul terreno. "Tutto è compiuto!" Disse il fantasma del padre di Marco. "Tu, mio vecchio amico, caro Don Bruno, sei stato testimone della potenza di Dio e racconterai ciò che hai veduto nella chiesa del paese. Molti crederanno e capiranno. Ti sono concessi ancora 10 anni di vita poi sarai nella gloria del Padre." La voce dell'Umberto che un tempo, la gente aveva chiamato il Matto, tacque per un lungo istante poi, rivolgendosi a Marco che era visibilmente scosso seguitò: "Tu, figlio mio, vivrai la tua vita finalmente felice e libera da ogni oppressione. Ti sposerai ed avrai dei figli. Quando potranno comprendere, racconterai loro la mia storia, la nostra storia. Da questo momento, per volontà di Dio, sarai tu il Guardiano del Male. Esso sta chiuso in quel tubo d'acciaio. Domani prendi la barca e vai al centro del lago. Getta quel tubo nell'acqua ed io lo riporrò con cura sul fondo, sotto un grande sasso che sta là e nessuno lo troverà mai più. Finché potrai poi, una volta all'anno, in primavera, che piova o che splenda il sole, tornerai in quel punto e vi lascerai cadere un fiore dicendo una preghiera. Questo sarà il tuo compito, figlio mio, addio!" Marco stava piangendo. "Papa - singhiozzò - non andare via, ti prego!" "Sarò sempre con te, anche se non mi vedrai, io sarò lì! Però – aggiunse sorridendo - Ti posso lasciare il mio cane. Vuoi?" Marco strinse forte quel magnifico cane nero che gli corse incontro uggiolando di gioia. Nello scenario della segheria, teatro di una delle grandi lotte fra il Bene e Male, rimasero un ragazzo, un prete ed un cane. Nei giorni che seguirono questi avvenimenti, vennero svolte due inchieste. La prima, quella dei carabinieri e della magistratura di Varese, si concluse affermando che si era trattato di un terribile incidente avvenuto in segheria ove un macchinario nuovo, probabilmente difettoso, si era guastato ed aveva provocato due vittime durante la prova di funzionamento. Nessuno degli inquirenti volle credere alla strana storia di un ragazzo e di un vecchio prete entrambi probabilmente preda di uno shock nel vedere morire due persone.

La seconda inchiesta, sollecitata da Don Bruno presso la Curia, dopo aver attentamente vagliato i fatti e le testimonianze dei due, concluse, ugualmente che si era trattato di un incidente anche se comunque, al vescovo del tempo, rimasero parecchi dubbi che si portò dietro negli anni. Il 21 di marzo di quel lontano 1955, verso le sette di mattina, una piccola imbarcazione lasciava il lido. A bordo il vecchio curato, Marco e il suo grosso cane chiamato Lillo.

Portavano, avvolto in un telo, un grosso tubo d'acciaio. Quando furono parecchio lontani dalla sponda, fermarono la barca. Marco guardò l'acqua quasi immobile della superficie del lago. Com'era scura! Il fondo doveva stare qualche centinaio di metri sotto di loro. Il giovane ebbe uno strano brivido che lo percorse tutto quando afferrò l'involucro che aveva portato con se. Si alzò in piedi, tese le mani fuori del bordo di legno e disse: "Papà, ecco quello che. aspettavi! Sprofondalo da dove non possa tornare mai!" Lasciò la presa e con un tonfo, il pesante tubo che conteneva la malvagia anima del vecchio assassino nazista, si inabissò in quell'acqua fredda e scura. Don Bruno disse una preghiera per l'anima del suo vecchio amico Umberto che riposava in fondo a quel lago poi, lentamente, tornarono a riva ed alla vita di sempre.

Qualche mese più tardi la segheria venne smantellata ed al suo posto sorse una bella casa con tanto di giardino che in primavera, si riempiva di fiori multicolori e differenti specie.

Quattro anni più tardi, dopo aver sempre lavorato come aiuto nel negozio della Lia, Marco ne divenne l'unico proprietario e sposò una bella ragazza di Milano che era venuta in villeggiatura nel bellissimo paesino che sorgeva nella sponda varesotta del Lago Maggiore. La storia accaduta qualche anno prima e che Don Bruno aveva ampiamente raccontato ai compaesani, venne dimenticata e la vita proseguì. Solo Marco non dimenticò.

Negli anni che seguirono, sia che piovesse o splendesse il sole, il primo giorno di primavera saliva nella sua piccola barca e raggiunto il centro del lago, vi lasciava cadere il primo fiore che era sbocciato nel giardino della sua bella villa. Il cane Lillo era sempre con lui.


Sono presenti 3 commenti

Anonimo ha detto...

COMPLIMENTI! Stefen Khing della Brianza!

Anonimo ha detto...

Davvero un racconto come da tempo nn si leggeva. Complimenti alla fantasia e alla bravura dello scrittore ma anche a questo giornale che lo ha pubblicato. Aspetto gli altri con vero piacere.
Clotilde.

Anonimo ha detto...

Veramente bello. Complimenti. Ho letto Khanti l'egiziano. Notevole!!!
Sregio da Como

Inserisci un commento

Gentile lettore, i commenti contententi un linguaggio scorretto e offensivo verranno rimossi.



___________________________________________________________________________________________
Testata giornalistica iscritta al n. 5/11 del Registro della Stampa del Tribunale di Pisa
Proprietario ed Editore: Fabio Gioffrè
Sede della Direzione: via Socci 15, Pisa