giovedì, giugno 20, 2013
Si celebra oggi la Giornata mondiale del Rifugiato. In un messaggio per l'occasione, il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, esorta la comunità internazionale a "intensifare gli sforzi" per aiutare i rifugiati a ritornare alla propria vita in pace e sicurezza.  

Radio Vaticana - Oltre 45 milioni di persone nel mondo sono in fuga, e la maggior parte sono donne e minori. La cifra record degli ultimi 18 anni è dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati che, nel suo rapporto annuale, ‘Global Trends’, spiega che, solo nel 2012, in 7,6 milioni sono stati costretti alla fuga. I Paesi maggiormente coinvolti sono soprattutto quelli sconvolti da guerre o conflitti, il 55% di tutti i rifugiati proviene da: Afghanistan, Somalia, Iraq, Siria e Sudan, mentre nuovi flussi, anche importanti, si registrano in uscita da Mali e Repubblica Democratica del Congo. Tra i Paesi europei destinatari di richieste d’asilo, l’Italia figura al sesto posto con le 17.352 domande del 2012, la metà rispetto all’anno precedente. Ai primi posti: Germania, Francia, Regno Unito, Svezia e Olanda.

Intanto, Il 12 giugno scorso il Parlamento Europeo ha approvato, dopo 5 anni, il nuovo sistema Europeo Comune di Asilo che, si calcola, avrà impatto sulla vita di circa 400 mila richiedenti asilo ogni anno, su circa 2 milioni di beneficiari di protezione internazionale e sulle loro famiglie. Il processo di approvazione è stato lungo e faticoso, denuncia il Consiglio Italiano per i Rifugiati; inoltre, anche così l’accesso alla protezione continuerà ad essere estremamente difficile. Nonostante i passi avanti, continua il Cir, “resta da costruire un vero sistema di asilo che garantisca la parità di diritti e standard in tutta l’Ue e che preveda la possibilità di accedere alla protezione in modo sicuro”. Francesca Sabatinelli ha intervistato Christopher Hein, direttore del Cir: ascolta

R. – Un sistema di asilo che parte dal momento in cui la persona straniera, che ha bisogno di protezione e chiede asilo, sia arrivata fisicamente nel territorio dell’Unione Europea, per esempio a Lampedusa o ovunque sia. Non si pronuncia in modo assoluto come arriva al territorio dell’Unione Europea e quindi non affronta la questione che a causa del Sistema Schengen della sorveglianza delle frontiere esterne, della sorveglianza del mare a anche interventi addirittura in Paesi terzi per impedire che le persone possano uscirne, tutto questo insieme fa sì che il 90 per cento dei richiedenti asilo in Europa arrivino in modo irregolare. Quindi, come si arrivi alla protezione e, quindi, al territorio europeo, è argomento che non viene affrontato. Con questa premessa dobbiamo dire che c’è stato, almeno, il tentativo di migliorare le condizioni, di trovare migliori garanzie, di rispettare anche indirizzi dati negli ultimi anni dalle sentenze della Corte dei diritti umani di Strasburgo che, comunque, lascia perplessità su vari fronti.

D. – Perché?

R. – Per esempio, la direttiva sull’accoglienza dei richiedenti asilo dedica ben quattro articoli alla detenzione dei richiedenti asilo che, si può dire, è il contrario dell’accoglienza. Questo, perché? La detenzione dei richiedenti asili, in molti Stati dell’Unione Europea, è una prassi assai diffusa; ma il fatto che una tale norma preveda articoli così ampi sulla detenzione, sembra quasi un invito agli Stati a fare ancora maggiore uso della misura, quindi di privare le persone che richiedono protezione proprio della libertà individuale.

D. – Se gli Stati europei ci mettono cinque anni per varare un pacchetto di norme che agli addetti ai lavori non sembrano soddisfacenti per garantire che vengano rispettati i diritti umani, viene da pensare che c’è un problema di fondo: la difficoltà ad accettare la figura del rifugiato come una persona bisognosa di sostegno.


R. – Esattamente. Ma anche di prendere seri impegni – nel caso italiano, anche costituzionali o comunque internazionali – a rispettare il diritto di asilo e quindi di dimostrare concretamente solidarietà con chi è costretto a fuggire dal proprio Paese. Non a caso la nostra Costituzione del 1948 rispecchia anche il fatto che ci fossero anche rifugiati italiani, durante il fascismo, no? Come la Costituzione tedesca del 1949 rispecchia il fatto che ci fossero tanti rifugiati – e non solo ebrei – durante il nazismo, che avevano dovuto lasciare la Germania per salvare la pelle. Quindi, anche questa memoria storica che abbiamo in tanti Paesi in Europa sembra che man mano si sia persa, e quindi dobbiamo fare anche un lavoro culturale, non solo legislativo o giuridico, per ricordare questa nostra Storia. L’altro aspetto è che in tutto questo processo di cinque anni c’è stato un orientamento forte, da parte dei governi riuniti nel Consiglio dei ministri interno, a Bruxelles, per fare il possibile affinché non si possa fare un uso sbagliato del sistema di asilo, quindi per impedire che un immigrato che non ha i documenti in regola per l’ingresso possa fare un uso strumentale dell’asilo per garantirsi l’ingresso e per non essere subito rimandato a casa, o anche per avere un periodo di accoglienza. Quindi, questo orientamento di prevenzione dell’uso indebito dell’asilo alla fine ha preso il sopravvento.

D. – Si viene da decenni di governi italiani che spesso sono stati criticati dal Cir. Oggi, al nuovo governo Letta, cosa chiedete che faccia per alzare lo standard di accoglienza?

R. – Innanzitutto, bisogna garantire comunque ciò che dice la normativa comunitaria, e cioè che i richiedenti asilo debbano avere un luogo d’accoglienza: e questo oggi non sempre avviene, o spesso avviene dopo mesi di attesa. Cosa succede, in questi mesi? Dove vanno? Dove campano? Quindi, questa è una cosa da affrontare assolutamente. Bisogna unificare in un’unica cabina di regia i vari sistemi e sotto-sistemi di accoglienza che esistono con gestori diversi e dove non c’è chiarezza tra la primissima accoglienza – anche d’emergenza, se vogliamo, come in questi giorni a Lampedusa – verso un’accoglienza più qualificata che prepari il terreno all’integrazione. E, appunto, la seconda richiesta è di istituire un programma nazionale di integrazione per chi sia stato riconosciuto come avete diritti di rimanere qua come rifugiato, o di avere la protezione e quindi di facilitare il suo avviamento al lavoro, all’alloggio, alla scolarizzazione dei bambini e, naturalmente, come prima condizione, un vero apprendimento della lingua italiana. Un tale programma a livello nazionale a tutt’oggi non esiste. Bisogna includere certamente anche le amministrazioni regionali in un tale sistema di integrazione: anche in questo caso ovviamente parliamo di corsi di formazione professionale, di riqualificazione professionale, affinché le persone possano effettivamente avere accesso al difficilissimo mercato del lavoro. Certamente, non vogliamo favorire il rifugiato rispetto al cittadino italiano che cerca lavoro; vogliamo semplicemente che ci sia una parità di condizioni e questa parità in questo momento non esiste assolutamente. Vorrei sottolineare che questo non necessariamente richiede nuovi stanziamenti di fondi, ma un utilizzo più efficace dei fondi comunitari e nazionali esistenti e a disposizione.


Sono presenti 0 commenti

Inserisci un commento

Gentile lettore, i commenti contententi un linguaggio scorretto e offensivo verranno rimossi.



___________________________________________________________________________________________
Testata giornalistica iscritta al n. 5/11 del Registro della Stampa del Tribunale di Pisa
Proprietario ed Editore: Fabio Gioffrè
Sede della Direzione: via Socci 15, Pisa