mercoledì, febbraio 06, 2013
Potrebbe arrivare fino a 140 milioni circa il numero delle donne e delle bambine, nel mondo, ad aver subito una forma di mutilazione genitale.

Radio Vaticana - A loro se ne aggiungono, ogni anno, altri tre milioni. I dati sono dell’Oms, l'Organizzazione mondiale della sanità, che indica nell’Africa, con 27 Paesi, il continente in cui il fenomeno è più diffuso, dove sono oltre 90 miloni le ragazze di età superiore ai 10 anni vittime di questa orribile pratica. Da segnalare che, purtroppo, negli ultimi tempi l’età è scesa ai 4/5 anni e che alcuni casi si sono verificati anche in Paesi occidentali, a causa delle migrazioni. Egitto, Eritrea, Gibuti, Guinea, Mali, Sierra Leone e Somalia sono alcuni tra i paesi in cui il fenomeno riguarda praticamente l’intera popolazione femminile. L’organizzazione "Plan Italia", da tempo impegnata in alcuni di questi Paesi, in occasione dell’odierna Giornata contro le mutilazioni genotali femminili lancia una petizione rivolta al futuro governo italiano, affinché si impegni ad affrontare la sfida della eliminazione di queste pratiche nei Paesi in cui vengono ancora eseguite. Sulle ripercussioni patite dalle ragazze vittime delle mutilazioni, Francesca Sabatinelli ha sentito Tiziana Fattori, direttore nazionale di Plan Italia: ascolta

R. - E' un dolore atroce e un trauma che si porteranno avanti per tutta la vita. Si verificano poi infezioni, molto spesso, perché queste pratiche non vengono fatte in condizioni di igiene, protette, ma vengono assolte all’aperto, proprio come una vera cerimonia di iniziazione, con strumenti che non sono assolutamente sterilizzati. Per tutta la vita, si porteranno avanti infezioni alle vie urinarie, cisti... Ci sono crescenti casi di infertilità, provocati proprio da questa pratica e gravi complicanze anche durante il parto. E per questo c’è un aumento anche del numero di neonati che muoiono subito dopo esser venuti alla luce.

D. - Per molti, le mutilazioni genitali femminili sono da ricondurre a motivi religiosi, ma sappiamo che questo non è vero, o meglio, è vero in parte. Cosa determina in certe comunità la scelta di praticare le mutilazioni?

R. - In molti casi, è veramente vista come il rispetto di una tradizione locale molto radicata nella comunità. Viene praticata infatti dalle madri: sono loro che vogliono che la figlia si sottoponga alla pratica, perché ritengono che se non escissa la figlia non potrà mai trovare marito e non potrà mai quindi essere accolta dalla comunità. In un certo senso, viene vista positivamente dalle stesse bambine, che naturalmente non sanno cosa aspetta loro, e vedono nel rito una cerimonia di iniziazione, per essere pronte poi al matrimonio. In certi casi, è vista come pratica per raggiungere una maggiore fertilità - ma è stato dimostrato che è assolutamente il contrario - e anche per ottenere una maggiore igiene, riconducendo l’escissione alla circoncisione maschile. Sappiamo, invece, che si tratta di due pratiche che non sono assolutamente paragonabili.

D. - La diffusione delle mutilazioni genitali femminili è amplissima. Di che Paesi si tratta e ce n’è qualcuno che sta facendo marcia indietro?

R. - Ancora oggi, è praticata per la maggior parte in Africa, in alcune zone dell’Asia e nel Medio Oriente. Ci sono sicuramente Paesi che, grazie a un intervento a livello governativo e a un grande lavoro con le comunità locali, stanno uscendo con successo da questa atrocità. Ad esempio, Plan sta lavorando da diversi anni in Burkina Faso e in Guinea. Proprio in quest’ultimo Paese, è in vigore, da circa 40 anni una legge che prevede anche pene severissime, lavori forzati e addirittura la pena di morte per il colpevole, se la bambina muore a causa dell’escissione. Eppure, il 98% delle donne è escissa e non mai stato punito nessuno. Dal 2007, Plan ha iniziato a lavorare in Guinea con un’organizzazione locale che si chiama "Afaf" e - con un intenso lavoro a livello comunitario, individuando una cerimonia alternativa di iniziazione all’età adulta - nell’aprile del 2008 un primo villaggio si è dichiarato libero dalla pratica delle mutilazioni genitali femminili, seguito subito dopo da villaggi limitrofi: un grandissimo successo, secondo noi, in un contesto come la Guinea.

D. - C’è una risoluzione delle Nazioni Unite che ha messo al bando le mutilazioni genitali femminili e, come spiegava per la Guinea, ci sono molti Paesi che hanno inserito nel loro Codice penale il reato in questo senso. Nonostante questo, però, vengono ancora praticate seppur in modo clandestino o con la connivenza delle autorità e dello Stato. È così?

R. - Sicuramente sì. Come, appunto, il caso della Guinea, abbiamo anche il caso dell’Egitto o il caso del Mali. Riteniamo che si debba stare molto attenti a non legittimare la “medicalizzazione” della pratica delle mutilazioni genitali. In molti Paesi, si cerca di convincere le comunità locali a non praticarle più perché hanno conseguenze di tipo igienico-sanitario. La risposta della comunità è stata quella di dire: allora le facciamo all’interno di un centro sanitario, con personale medico, in un ambiente sterile. Questo, purtroppo, non fa altro che perpetuare la pratica, mentre noi vogliamo che venga abbandonata.

D. - Quanto conta in tutto questo lo status socio-economico delle bambine?

R. - Conta tantissimo. Abbiamo visto che nei Paesi come ad esempio l’Egitto, dove questa pratica sta per fortuna diminuendo, dove c’è una migliore condizione economica - ma soprattutto dove c’è una maggiore istruzione e quindi una maggiore possibilità da parte delle donne di avere un’educazione di qualità - sicuramente la pratica viene abbandonata più rapidamente.


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