Meglio chiamarla l’evasione fiscale del (falso) no-profit italiano
Lo chiamano il terzo settore: è composto da ristoranti e bar legati al mondo del no-profit. Ma in realtà spesso questi esercizi sono legati ad importanti attività imprenditoriali mascherate da circoli e associazioni senza scopo di lucro al solo scopo di evadere le tasse: non hanno l’obbligo d’iscrizione alla camera di commercio (che comporta il pagamento di una tassa di 200 euro all’anno), a differenza di tutte le società di ristorazione non pagano l’Irap (l’imposta sull’attività produttiva, che in Veneto sfiora il 4% del reddito imponibile) e non pagano neanche l’Ires (l’imposta sul reddito delle società, pari al 27,5%).
Di solito costituiscono un’associazione enogastronomica e culturale e nello statuto scrivono che il locale “si prefigge lo scopo di valorizzare la cultura del mangiare e del bere del territorio”. Non male come trovata, solo che la lotta all’evasione che si sbandiera a destra e a manca da più pulpiti assume spessore assai rilevante. Controllando 200 di queste società, l’Agenzia delle Entrate ha quantificato, per difetto, l’ammontare del nero che producono: udite udite, si parla una cifra compresa tra i 50 e i 70mila euro, con punte di centomila. Fatti i debiti conti, risulta che ogni associazione sottrae al fisco 5-10mila euro, che moltiplicati per i duecentomila enti no-profit italiani porta ad un’evasione di 1-2 miliardi di euro. Buttali via!
Ma come risulta possibile aprire un ristorante oppure un bar culturale mascherandolo da no-profit? L’obbligo di convocare tutti i soci una volta all’anno si può aggirare esponendo le convocazioni in bacheca, dove nessuno le va a guardare. Inoltre è possibile affiliarsi a enti esistenti come il ‘Centro europeo associazionismo di Roma’. Anche l’obbligo apparentemente più impegnativo, la distribuzione degli utili tra i soci, può essere facilmente aggirato.
Ci sono, certo, italiani che accudiscono i malati terminali negli ospedali o che si battono contro gli abusi ambientali, ma l’evasione del terzo settore è impressionante, senza contare il lavoro sottratto a baristi e ristoratori già martoriati da costi, affitto, spese di personale e un sistema di imposte nazionali e locali che rasenta la follia. E che pagano le tasse regolarmente. Così i soliti furbetti seguitano ad infischiarsene degli altri contribuenti. Paghino loro, no?
Dare un’occhiatina un poco più a fondo a questo settore, oltre che a far cassa, servirebbe a garantire giustizia sociale. Inutile andare a controllare lo scontrino fiscale del baretto sotto casa, che fa una fatica tremenda a tenere alzata la serranda, quando se vai a mangiare una pizza i “culturali” non ti rilasciano nemmeno la fattura. Questa è cultura? No, il suo nome esatto è “evasione nuda e cruda”.
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