lunedì, giugno 25, 2012
Si celebra domani la Giornata mondiale contro la tortura, un abominio che, nonostante il divieto legislativo, continua ad essere esercitato in molti Paesi e spesso dalle stesse autorità al potere. La tortura si nasconde ma esiste, e fa migliaia di vittime. Il servizio di Francesca Sabatinelli:  

Radio Vaticana - Si condanna, si persegue, eppure la tortura si insinua ovunque. E’ un crimine contro l’umanità “democratico”, perché non risparmia nessuno, neanche i bambini, come documentano le recenti vicende siriane. Ed è un crimine “trasversale”, perché si adotta in Paesi dilaniati da conflitti, in quelli dominati da dittatura, e anche laddove ragioni di sicurezza nazionale finiscono con il giustificarlo, umiliando e annullando qualsiasi documento internazionale sui diritti umani: gli Stati Uniti con i fatti di Abu Ghraib e Guantanamo ne sono un esempio. L’ultimo rapporto di "Amnesty International" ci dice che nel 2011 la tortura è stata applicata in 101 Paesi, in molti casi contro chi ha “preso parte a manifestazioni antigovernative”. Ed è il primo articolo della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, del 1984, a ricordarci che si tratta di un “atto con il quale sono inflitti ad una persona dolore o sofferenza forti, fisiche o mentali” per ottenere informazioni, confessioni, per punirla o intimidirla. A ratificare tale Convenzione sono stati 145 Paesi, tra questi anche l’Italia, che ancora oggi non ha nel suo ordinamento il reato di tortura, e che è stata messa sotto osservazione dal Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa per i trattamenti riservati dalle forze dell’ordine a chi si trova in carcere, negli ospedali psichiatrici giudiziari, o in stato di fermo in caserme e questure.

Un impressionante numero di chi ha subito tortura è costituito dai rifugiati. Si calcola che un rifugiato su quattro di quelli che arrivano in Italia ne sia stato vittima. Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir), da 16 anni gestisce progetti diretti all’accoglienza e alla cura di queste persone. In occasione della Giornata mondiale contro la tortura, il Cir presenta stasera a Roma, al Teatro Quirino, uno spettacolo teatrale, ad ingresso gratuito, realizzato con alcuni rifugiati. La riflessione di Fiorella Rathaus, responsabile dei progetti Cir diretti alle vittime di tortura:

R. – Il torturato spesso è una persona che è stata colpita nel corpo ma anche – e molto spesso – nella mente. Per questo, noi preferiamo parlare di ferite invisibili. Ed è una persona che è stata colpita non tanto per carpirle parole e collaborazione – a volte anche sì, ma è molto più raro – ma piuttosto per ridurre al silenzio lei stessa o la sua comunità di riferimento. Quindi, possiamo dire che la tortura è soprattutto un mezzo con cui si tenta di mettere il silenziatore a chiunque si opponga, in qualsiasi modo, al potere prevalente; la tortura è qualcosa che mira a distruggere l’identità profonda di chi viene torturato. E purtroppo è esercitata anche in Paesi che noi riteniamo democratici, non è assolutamente un fenomeno relegato a situazioni estreme, di dittatura, e gli ultimi anni ce l’hanno dimostrato in maniera prepotente.


D. – La tortura è anche "tortura di genere", tra le vittime ci sono molte donne…


R. – Esatto. E su di loro la tortura è esercitata sempre attraverso lo stupro. I fatti della ex-Jugoslavia ci hanno insegnato che è un vero strumento di guerra. Sul corpo della donna si fa la guerra tra gli uomini, in un certo modo. Un utilizzo altrettanto drammatico, oltre che nella ex-Jugoslavia, l’abbiamo visto nel Rwanda, sulle donne tutsi. Fin qui abbiamo parlato di quando la donna è utilizzata per colpire anche la comunità maschile, ma anche nei riguardi della donna che in prima persona svolge attività politica o altro impegno o che viene perseguitata per altre ragioni, la tortura prende sempre e necessariamente la forma dello stupro.


D. – Quali sono i Paesi di provenienza delle persone che arrivano da voi?


R. – Al Cir ci capita spesso di incontrare il continente africano. C’è anche da dire però che in Italia, ad esempio, l’arrivo di richiedenti asilo dal Sud America è abbastanza scarso. Quindi non vorrei dare una conclusione reale che dia conto di quello che succede nel mondo. Sappiamo che in oltre 100 Paesi la tortura è largamente utilizzata, questo è il dato che ci deve preoccupare. E’ utilizzata anche in Paesi cosiddetti democratici, per cui mi sottrarrei da questa definizione di quali sono i Paesi buoni e quali quelli cattivi. Per quella che è la nostra esperienza, abbiamo molte persone provenienti dalla Costa d’Avorio, dalla Repubblica Democratica del Congo, Paese devastato ormai da anni e che ha visto forme di torture e di violenza fuori da qualsiasi criterio e riferimento possibili. Esperienze estreme sono avvenute in Paesi asiatici come l’ Afghanistan, altro Paese devastato. E poi c’è la Somalia. Davvero, è difficile indicare un inizio e una fine a questo elenco. Ultimamente abbiamo avuto molte persone provenienti dall’Eritrea che hanno subito torture nel Paese d’origine ma anche durante il viaggio e durante la permanenza nei centri di detenzione libici.


D. – Che cosa accomuna le persone che arrivano: l’essere completamente devastate? Annientate nella loro identità?


R. – Assolutamente sì. Quello che viene fuori è veramente la totale "esplosione psichica". E questo è l’obiettivo spesso raggiunto della tortura. Noi vediamo persone con difficoltà estreme. Vedere così da vicino il male, il male incarnato, il male fatto volontariamente da un uomo su un altro uomo, è un’esperienza assolutamente indicibile. Devo dire che è un’esperienza che, anche per noi che ascoltiamo le diverse storie, è devastante e inenarrabile. In realtà, si tenta ancora di utilizzare parole umane per entrare in un ambito che di umano non ha più niente: è il disumano puro!


D. – In questi anni – più di 15 – voi avete messo in atto una serie di azioni a sostegno di queste persone: dall’assistenza legale all’assistenza psicologica... Che margine di recupero c’è?


R. – Laddove la presa in carico è sufficientemente precoce, le possibilità di recupero ci sono, ci sono sicuramente. La tortura mira a distruggere l’identità profonda della persona, il nostro compito è quello di restituire a queste persone tutto quello che può aiutarle a recuperare questi pezzi di identità e tutto quello che può aiutarli a rimetterli insieme. Laddove si riesce a intervenire tempestivamente, in termini di cura medica e psicologica, le possibilità di successo ci sono e ci sono in modo molto chiaro. Sono ferite che rimangono dentro, seppellite da qualche parte, il rischio è che possano riaffiorare. Però, nonostante questo, si può riuscire a raggiungere un livello di vita decente, e questo è quello a cui dobbiamo puntare. Parlare di totale guarigione, è un po’ teorico. Però, senz’altro assistiamo a percorsi di recupero che veramente anche oggi, dopo 15 anni, ci tolgono il fiato e ci restituiscono – per fortuna! – emozioni fondamentali.


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