sabato, ottobre 08, 2011
Un comunicato di ACS-Aiuto alla Chiesa che Soffre sulle reazioni alla richiesta di riconoscimento avanzata all’Onu dall’Autorità palestinese, con le dichiarazioni di monsignor William Shomali, vescovo ausiliare del Patriarca Latino di Gerusalemme, e di Sami El-Yousef, direttore regionale della Pontificia Missione per la Palestina

Il vescovo ausiliare del Patriarca Latino di Gerusalemme e quello di Nazareth fanno eco alla dichiarazione rilasciata all’Assemblea Generale dell’ONU da monsignor Mamberti, responsabile per la Santa Sede delle relazioni con gli Stati, che – riguardo la richiesta palestinese all’ONU di riconoscimento come Stato – si era espresso auspicando «una decisione da parte degli organi competenti delle Nazioni Unite che aiuti a raggiungere effettivamente l'obiettivo finale, vale a dire, la realizzazione del diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato indipendente e sovrano e del diritto degli israeliani alla sicurezza, dotando ambedue gli Stati di confini internazionalmente riconosciuti».
In un colloquio con Aiuto alla Chiesa che Soffre, monsignor William Shomali, vescovo ausiliare del Patriarca Latino di Gerusalemme afferma che «pur senza sciogliere i nodi del processo di pace – profughi, insediamenti, Gerusalemme capitale di due Stati – il riconoscimento di uno Stato palestinese rappresenterebbe un atto di alto valore simbolico». Un’opinione condivisa da monsignor Giacinto Marcuzzo, vescovo di Nazareth e vicario del Patriarcato latino, che ha definito l’iniziativa di Ramallah «valida e giustificata».
Anche la Pontificia Missione per la Palestina - fondata nel 1949 da Papa Pio XII per la cura dei rifugiati palestinesi – è in linea con il Patriarcato latino. Da Gerusalemme il direttore regionale Sami El-Yousef dichiara ad ACS che «solo uno Stato compiuto che vive in pace accanto ad Israele può garantire sicurezza alla regione». Per El-Yousef la richiesta di un seggio può dare un nuovo e positivo impulso al dialogo tra Israele e Palestina, basato sulla legittimità internazionale: «Una volta concordato il quadro, il resto inizierà ad essere facile da gestire. E poi trovo più utile investire della questione le Nazioni Unite, piuttosto che permettere agli Stati Uniti di monopolizzare i negoziati, vista la loro evidente parzialità nei confronti di Israele». L’auspicio della Missione Pontificia per la Palestina è che si giunga al più presto alla fine del conflitto, con «l’istituzione di uno Stato indipendente e con la risoluzione di tutte le problematiche pendenti, inclusa quella dei rifugiati».
Secondo monsignor Shomali oltre a quello poltico è necessario anche un importante lavoro spirituale, un impegno in cui i cristiani possono svolgere un ruolo fondamentale. «Abbiamo una grande responsabilità - dichiara ad ACS-Italia il vicario del Patriarcato di Gerusalemme dei latini – e possiamo contribuire concretamente alla creazione di un dialogo mirato alla pacifica convivenza, i cui pre-requisiti indispensabili sono la rinuncia alla violenza, il mutuo rispetto e il desiderio di abbattere le barriere».
Il raggiungimento della pace avrà certamente conseguenze positive sulla comunità cristiana «non solo arginandone l’esodo – spiega il vescovo ausiliario di Gerusalemme – ma soprattutto convincendo molti fedeli a far ritorno nella terra dove il cristianesimo è nato». Monsignor Shomali, originario di Beit-Sahour, vicino Betlemme, racconta ad ACS-Italia come «l’emorragia di credenti» abbia avuto inizio nel 1890, quando in molti fuggirono dal servizio militare, dalla povertà economica e dalla mancanza di libertà religiosa. Da allora la dipartita dei cristiani non ha più avuto fine, raggiungendo il picco nel 1948, nel 1967 e durante la prima e la seconda Intifada. Oggi la situazione si è leggermente stabilizzata soprattutto grazie all’afflusso di pellegrini «che hanno rilanciato il settore turistico, offrendo impiego ai cristiani». Quello del lavoro è uno degli aspetti in cui i fedeli sono maggiormente penalizzati, per questo ACS da anni commissiona da anni rosari ed altri manufatti in legno d’ulivo e madreperla agli artigiani cristiani locali.
È grande l’impegno della Chiesa e dalle opere caritative cattoliche per arginare l’esodo dei cristiani dalla Terra Santa, iniziative di cui beneficia tutta la popolazione. «In questo momento – racconta il presule - stiamo costruendo 80 appartamenti a Gerusalemme da destinare a cristiani di riti diversi e anche a due famiglie musulmane». Il Patriarcato dei Latini è responsabile di 13 scuole nei territori palestinesi, con oltre 5.800 alunni di entrambi i sessi e di diversa appartenenza religiosa. Nei territori palestinesi e a Gerusalemme Aiuto alla Chiesa che Soffre sostiene diversi progetti mirati direttamente o indirettamente a promuovere la riconciliazione. Le iniziative offrono infatti i mezzi per la formazione per sacerdoti o seminaristi, la ristrutturazione dei Centri pastorali e la fornitura di auto e minibus per raggiungere le diverse parrocchie.

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