giovedì, aprile 07, 2011
della nostra corrispondente Daniela Vitolo

In Nigeria, a partire da sabato scorso, erano previste le elezioni nazionali: il 4 aprile le elezioni parlamentari, il 9 le presidenziali e il 16 le governative nei 36 stati che compongono il paese. Poi però sabato mattina si è deciso di rimandare a lunedì le elezioni dei membri dell’Assemblea Nazionale perché le schede non erano state recapitate in tempo in molti seggi. Lunedì sono state rimandate nuovamente, questa volta a sabato prossimo – ciò chiaramente comporta che anche le presidenziali e le governative saranno rinviate.

Se si considera che normalmente in Nigeria le elezioni non sono propriamente quello che si direbbe un avvenimento democratico, si comprende perché in questo momento siano in molti i cittadini che credono che questi rinvii non siano dovuti soltanto a disorganizzazione. Le precedenti elezioni (nel 2003 e nel 2007) si sono svolte in un clima di violenza con brogli e minacce agli elettori e si teme che la situazione si ripeta. Per questo nei mesi scorsi sono state apportate alcune riforme elettorali, nella speranza che ciò, unitamente al dispiegamento dell’esercito, possa garantire che le elezioni si svolgano nel migliore dei modi. Ma in realtà non c’è molto da sperare, visto che secondo Amnesty International nelle ultime due settimane sarebbero già 20 le persone morte per violenze connesse alle elezioni.

L’attuale presidente in carica, Goodluck Jonathan, è uno dei canditati alle prossime elezioni e sembra essere il favorito. Jonathan è stato vice-presidente dal 2007 al maggio del 2010 quando, alla morte del suo predecessore, Umaru Musa Yar’Adua, ne ha assunto il ruolo. Entrato in politica nel 1998, nel 2005 è stato accusato di corruzione per fatti avvenuti quando era governatore dello stato di Bayels, in cui è nato. Diversamente dal suo predecessore che proveniva dal nord ed era mussulmano, l’attuale presidente è originario dalla meridionale regione del delta del Niger. La cosa non è di poco conto in un paese spaccato tra una nord mussulmano e un sud cristiano e continuamente percorso da scontri etnici, religiosi, politici ed economici.

Il People’s Democratic Party (PDP), cui Jonathan appartiene e che è al potere dalla fine della dittatura militare nel 1999, ha sempre adottato una politica che prevede l’alternanza al governo , ogni due mandati, tra nord mussulmano e sud cristiano e animista. Questa alternanza non è stata rispettata con l’inatteso arrivo alla presidenza di Jonathan e sembra che per questo motivo alcuni membri influenti del PDP si siano opposti alla candidatura dell’attuale presidente in favore di un candidato settentrionale. Questo tuttavia non sembra aver indebolito Jonathan, che nella corsa al titolo è il candidato del partito più radicato nel Paese e che controlla l’Assemblea Nazionale, i servizi di sicurezza e i media nazionali.

Dei 20 candidati alla presidenza sono solo tre quelli che possono realmente sfidare il presidente uscente. Quello che sembra avere maggiori possibilità è l’ex leader militare Muhammadu Buhari del Congress for Progressive Change, che ha perso sia le elezioni del 2003 che quelle del 2007 (la cui validità però è stata messa fortemente in dubbio dalla comunità internazionale). Per vincere Buhari potrebbe contare sul nord da cui proviene e dove ha molti sostenitori. Inoltre molti potrebbero decidere di rispettare la regola dell’alternanza introdotta dal PDP e scegliere lui alle presidenziali. Gli altri due candidati “forti” sono Nuhu Ribadu, sostenuto dal più potente partito di opposizione, l’Action Congress for Nigeria, e l’attuale governatore dello stato di Kano, Ibrahim Shekarau, candidato dell’All Nigeria Peoples Party.

Le principali tematiche della campagna elettorale sono state la sicurezza, la lotta alla corruzione e l’elettricità. Si tratta di problematiche molto sentite. La popolazione affronta quotidianamente l’insicurezza dovuta ai continui scontri di varia natura che interessano tutto il paese e l’instabilità cronica nel Delta del Niger. Il Paese è spaccato al suo interno soprattutto dal punto di vista etnico, religioso e politico e questo provoca continue escalation di violenza.

La corruzione è strettamente connessa alla estrazione del petrolio (il Paese ne è il sesto produttore al mondo) che si concentra nella regione del delta del Niger. E’ lì, infatti, che pochissimi si spartiscono i proventi derivanti dall’estrazione dell’oro nero mentre la maggior parte della popolazione vive sotto la soglia di povertà, in un territorio irrimediabilmente inquinato dallo sfruttamento selvaggio che ne fanno le multinazionali con l’assenso della politica locale.

Per quanto riguarda l’elettricità, i candidati promettono di portarla in quelle zone del paese che ne sono ancora sprovviste: è evidente quanto essa sia fondamentale per lo sviluppo e quanto la sua assenza gravi su situazioni spesso drammatiche.

Rispetto a quanto avvenuto durante le precedenti elezioni, è sorprendente l’interesse e la partecipazione che i giovani tra i 20 e i 30 anni hanno dimostrato durante la campagna elettorale. A tale proposito la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, intervistata dalla BBC, ha spiegato che la partecipazione dei giovani è la dimostrazione della loro forte volontà di cambiare le cose. Ma il primo segno del cambiamento sarebbe lo svolgimento di elezioni (veramente)democratiche, senza brogli e senza violenze.

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