lunedì, dicembre 06, 2010
del nostro redattore Renato Zilio

In questi giorni di Avvento ci accompagna un leader, un capo carismatico e un vero profeta: Giovanni il Battista. Il suo contesto è il deserto. Ambiente di terra secca e arida che per quarant’anni, tuttavia, si era trasformato per il suo popolo in uno straordinario cammino di ricerca di Dio e della sua terra. Il cammino stanco e tonificante nel mezzo del deserto fa emergere, infatti, tutti i propri idoli. Illumina, anzi, il vero senso di idolo e del suo contrario, l’icona.
Ambedue i termini - idolo e icona - prendono la stessa origine, vivono la stessa relazione con lo sguardo, con il sacro e con il bello. Ma sono animati da una dinamica opposta. L’idolo concentra tutte le forze, l’attenzione, il potere: è autoreferenziale, per eccellenza. L’icona, al contrario, rinvia ad altro, a qualcosa di più grande... Essa non è se non un raggio della luce della Divinità, del Trascendente.


Così, si diventa un idolo quando si vive un protagonismo eccessivo o un attivismo esagerato e ci si mette al centro dell’ammirazione, dell’attività o dell’obbedienza di altri. Ansiosamente e dappertutto si cerca sempre un piedistallo. Si è idolo quando ci si arroga ogni forza, ci si identifica con Dio o con la sua volontà.

Giovanni il Battista suggerisce con la stessa forza travolgente del fiume Giordano quanto sia importante per un leader essere umile. Essere semplicemente un segno, che indica la grandezza o la crescita di altri. Il vero leader sarà sempre un’icona. Colui che, precedendo gli altri, cerca insieme a loro qualcosa di più grande e di più bello. Perfino la sessualità vivrà sempre questa ambivalenza tra idolo e icona. Solo quando essa saprà esprimere quel senso grandioso della vita come danza e come lotta da fare insieme, allora sì, sarà un’icona insuperabile.

Il deserto ricorda anche la figura di Abramo, di Mosè, di tanti altri leader… Esserlo significa che si possiede il carisma della speranza e quello della fiducia. Non sarà questi, infatti, un realista, un gestore, semplicemente. Si impara a distinguere istintivamente fra la gente un leader dal suo sguardo: esso è differente da quello di qualsiasi altro essere. Gli occhi gli brillano. Ha una visione davanti a lui, vede il mondo che sarà domani, sa captare il futuro che sta nascendo. Avverte i bisogni nuovi e vitali di un popolo che cammina, ne intravvede l’orizzonte e ciò diventa una forza mobilizzatrice per sé e per gli altri.

Il leader possiede uno sguardo vivo anche sui suoi. In loro sa risvegliare le forze migliori, perché le intravede, le chiama alla vita, al cammino e alle sfide. Egli non abbatte, ma suscita, incoraggia, stimola potentemente.“Signore, presta i tuoi occhi ai nostri leader!” dovrebbe essere la nostra preghiera quotidiana.

Ricordo di avere incontrato esseri umani che sono un’icona: solidi di una solidità tutta interiore, forti di una forza spirituale che ti incanta e fragili di quella fragilità che ti commuove. Fanno posto a Dio e a ogni suo fruscio di vento e fanno appello a Lui ad ogni istante. Avverti, così, una profondità, una tridimensionalità che impressiona: lui, te e Dio accanto a lui. Tutto lo penetra, lo interpella. Ascolto e discernimento si fanno per lui atteggiamenti profondi, quasi naturali. Ti fa esistere come sei, nella tua alterità e ciò ricorda l’ammirazione biblica del Siracide: “L’ideale del saggio è un orecchio che ascolta”.

Curiosa, invece, la reazione di altri. Appena manifesti una visione differente, un interrogativo, il tuo punto di vista diverso scattano immediati meccanismi di difesa. Ti senti solo davanti a lui e Dio forse è scomparso. E forse anche quello spirito che ritrovi sempre ad ogni passo del Vangelo: l’amore per una minoranza in mezzo a un popolo, per l’alterità in un essere umano o per la novità nell’incontro con Dio. Insomma, il senso dell’altro in ogni sua dimensione. Emerge, così, insensibilmente il senso dell’idolo...

“Se pensi come me, sei mio fratello,” riflette un saggio africano. “Se pensi diversamente da me sei due volte mio fratello, perché grazie alla ricchezza che mi porti e a quella che ti do, ci arricchiamo reciprocamente”. Sembrano parole di Giovanni il Battista, un leader che non aveva mai paura di crescere. E di guardare lontano.

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