venerdì, novembre 06, 2009
del nostro collaboratore Carlo Mafera

Il centro commerciale è diventato da qualche anno a questa parte il vero protagonista del Regno futuro, vera antitesi del Regno di Dio e territorio indiscusso del principe di questo mondo (Lucifero). Forse egli si chiama cosi perché porta la “luce”, ma non quella dell’anima bensì quella che sollecita e istiga a consumare sempre più. Il centro commerciale è infatti una sorta di paese dei balocchi dove regna sovrano il dio-consumo sganciato da vere esigenze esistenziali. È un “non luogo” che si erge minaccioso oramai in qualsiasi periferia di qualsiasi grande e piccola città. Noi, poveri consumatori, ci sentiamo sempre in una condizione di sudditanza psicologica, sempre inadeguati di fronte al nuovo “3x2” o di fronte al nuovo piano tariffario di telefonia mobile. Ci rendiamo conto subito, una volta entrati in questo “antro” simile a quello di Polifemo (il ciclope aveva un occhio solo ad indicare che conosceva e vedeva soltanto la dimensione materiale), che non saremo mai adeguati e non saremo mai abbastanza uguali ai modelli che la società dello spettacolo ci propone. Le merci, che fanno bella mostra, come specchietti per le allodole, fanno promesse di libertà, mai mantenute, e come cantava il grande Lucio Battisti sono “come un gaio cesto di amore che amor non è mai”, riferendosi ad un altro tipo di merce.

Molti film, libri e persone di cultura si sono occupati di questo tema come “vox clamans in deserto”: da George Orwell nel suo libro “1984”, a “Brazil”di Terry Gillian ispirato al primo, ma che aveva come oggetto della critica non più il comunismo staliniano ma l’aspetto deteriore del consumismo occidentale. E a fare da trait d’union fu il celebre nobel per la letteratura, Aleksander Solgenitsin. Nel suo discorso ad Harward egli ipotizzò in modo profetico e con un’analitica lucidità la sostanziale convergenza tra socialismo reale e capitalismo. Egli metteva in evidenza che all’idolo “diritto” (di consumare) veniva sacrificato la nostra interiorità, che veniva calpestata ad est “dal bazar del partito” e a ovest “dalla fiera del commercio”, i quali, una volta legalizzati, non potevano essere più messi in discussione. Rinunciare alla propria interiorità per inseguire la vanitas è la cosa peggiore che i gestori della TV commerciale stanno inculcando nella gente. La necessità di conquistare il maggiore numero di telespettatori e trattenerli il più possibile ha fatto privilegiare i contenuti leggeri e superficiali. L’ossessione di intrattenere a tutti i costi favorisce l’accoglienza di tutti i contenuti, di tutte le opinioni con le modalità più diverse a discapito della vera conversazione, dell’ascolto dell’interlocutore e del rispetto dello spettatore. Lo sforzo di attirare l’attenzione sembra l’idolo a cui sacrificare ogni cosa, utilizzando anche l’aggressività oltre il buon gusto e il buon senso. Il catturare l’attenzione anche suscitando l’allarme serve solo a vendere e a far consumare.

Spesso però il bene di consumo, proposto come una sorta di panacea contro il mal di vivere, delude immediatamente il consumatore. Un saggio di Franco La Cecla mette bene in evidenza questo problema e il titolo esemplifica da solo il concetto “La moda rende felici (per mezz’ora almeno)”. Intanto questi beni di consumo, che accendono emozioni mediocri che si spengono subito dopo, creano risentimento sociale perché ci sono quelli che possono accedervi facilmente, e altri, gli esclusi, che si sentono in una condizione di inferiorità, perché hanno difficoltà a venirne in possesso. Sembra che la realizzazione di sé passi attraverso il raggiungimento di questa “autonomia” o meglio di questa ambita proprietà di beni-simbolo. Si crea una sorta di “lotta di classe” e l’inclusione nel mondo di chi non deve farsi troppo i conti in tasca diventa una sorta di “diritto” per il quale chi si oppone diventa un nemico da combattere. La constatazione che ad alcuni è permesso ciò che ad altri è negato per un privilegio economico è una cosa intollerabile e crea risentimento. Per superare questa situazione di conflitto indotta dai mass-media e superare questo paradosso inaccettabile, bisognerebbe smascherare questo cortocircuito tra l’attribuzione ai beni di una valenza esistenziale (che non hanno) e i limiti che il sistema produttivo e comunicativo incontra nel fornire ai consumatori risposte autenticamente esistenziali attraverso le merci. Insomma, bisognerebbe far cadere dal piedistallo, nel quale lo abbiamo innalzato, l’idolo del bene di consumo come dispensatore di benessere. Quando lo avremo fatto cadere, non prestandogli più attenzione, sarà lui, insieme a chi lo gestisce, a piangere come un bambino abbandonato.

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