venerdì, agosto 28, 2009
del nostro redattore Carlo Mafera

La via della guarigione passa soprattutto per la riconciliazione con noi stessi. Riconciliazione è una parola latina (‘reconciliatio’) che significa ristabilimento di amicizia, riappacificazione, e il verbo da cui deriva ha il significato di rimettere in ordine, ristabilire, unire nuovamente e rendere di nuovo sano. In particolare, nella dimensione psicologica, riconciliazione significa che sappiamo venire in contatto con noi stessi in modo amichevole e riteniamo nostro amico tutto ciò che sta dentro di noi. Molti hanno invece un cattivo rapporto con se stessi e così facendo hanno anche un brutto rapporto con Dio e con gli altri. Il primo compito che ciascuno di noi deve svolgere su questa terra è diventare più umani riconciliandosi con se stessi. Ma la condizione previa per entrare in un buon rapporto con il nostro io più profondo è la consapevolezza e la fiducia di essere accolti da Dio gratuitamente e senza condizioni. Prima di tutto bisogna riconciliarsi con la propria storia personale. Non si può far finta che le proprie ferite non siano avvenute. Devo accettare di essere diventato quello che sono facendo pace con le offese ricevute e senza accusare gli altri (i genitori in particolare) di avermi ferito. Solo facendo così si prendono le responsabilità della propria vita. Cioè si saprà rispondere a se stessi e agli altri. Invece, senza questa responsabilità e coltivando sempre le ferite, si avrà bisogno di ferire a nostra volta gli altri per non sentire la propria ferita. Le persone che si comportano in questo modo preferiscono soffrire invece di rappacificarsi con se stessi e con la storia della propria vita.

Ma la rappacificazione deve passare anche dall’accettazione del proprio corpo. Ci sono infatti molti cristiani che si sentono amati e accolti da Dio, ma questa accoglienza non va tanto in profondità. Per esempio non riescono ad accettare il proprio volto magari perché ritenuto troppo banale e non corrispondente ai canoni abituali della bellezza. Molti cristiani non hanno interiorizzato l’atteggiamento dell’essere contenti di abitare nel proprio corpo. Invece ci vuole un amore umile per il proprio fisico accettandolo di buon grado perché l’anima vi si senta a suo agio.
Un altro aspetto essenziale nel lungo cammino dell’accoglienza di se stessi è la riconciliazione con i propri lati oscuri. Cioè quella che viene detta in psicanalisi la propria parte “ombra”. Jung diceva che la persona umana è un essere sostanzialmente “polarizzato” e cioè che siamo fatti con due poli. Per esempio: amore e aggressività ; disciplina e indisciplina. Tutte le volte che preferiamo uno dei due poli, l’altro cade nell’ombra e di là agisce distruttivamente sulla nostra vita cosciente. Quando noi reprimiamo i nostri sentimenti, questi alla fine si esternano in modo improprio in un sentimentalismo che scaturisce in una tracimazione delle emozioni. A questo punto l’unica soluzione a questa dinamica perversa è l’umiltà. Tale virtù infatti permette di scendere nel regno delle nostre ombre pacificandoci con i nostri lati oscuri. Dobbiamo soltanto prendere sul serio questa “ombra” senza averne paura. L’ombra infatti vuole che le si presti attenzione e la si osservi con amore. Quando invece la si vuole combattere , essa si rinforza provocando reazioni abnormi di cui spesso ci meravigliamo perché non conosciamo il meccanismo che mettiamo in atto. Un altro aspetto importante nel cammino della riconciliazione con noi stessi è quella di pacificarsi con le nostre colpe e con i nostri sensi di colpa. Molti cristiani, solo a parole, credono nel perdono di Dio perché questo perdono non va in profondità purificando tutti i nostri sensi di colpa e i rimproveri che facciamo a noi stessi per i nostri sbagli. Alcuni altri credenti in Cristo non riescono a perdonare a se stessi per il fatto di aver commesso certe colpe e troppo spesso i sensi di colpa li tormentano anche su situazioni di cui non hanno colpa. Alcune persone si autocondannano ad avere sempre la veste candida senza sapere che tu, lo voglia o no, qualche peccato lo farai sempre. Se pensiamo che si pecca in pensieri, parole, opere e omissioni, non c’è proprio scampo e dobbiamo per forza ricorrere al perdono di Dio per poter poi perdonare a noi stessi. E qui scopriamo l’esistenza di una parte di noi che si chiama “Super-Io” che è spesso un giudice spietato e ci condanna quando non ottemperiamo alle leggi apprese dai nostri genitori. Che fare? Defenestrare questo critico feroce e credere piuttosto nell’amore di Dio magari meditando sulla parabola del figliol prodigo.
Comunque il processo di auto accettazione dura tutta la vita e ci vuole tutta l’umiltà a nostra disposizione per guardare i nostri lati oscuri che non ci piacciono e disturbano l’immagine che ci siamo costruiti del nostro io. Ma l’unica strada per la crescita interiore e la ricerca della verità è il confronto sincero con gli altri e con se stessi. Infatti, dice Gesù, è la Verità che ci renderà liberi(Gv 8;32). Quante volte alcuni cristiani si sorprendono perché litigano e non sanno riconciliarsi con gli altri. Non sanno che solo chi è riconciliato con se stesso è capace di riconciliarsi anche con gli altri. Alcuni di questi cristiani non guariscono perché non sanno perdonare. Finché non riusciranno a perdonare, rimarranno legate a colui che li ha feriti e si lasceranno condizionare da lui. Ci vogliono forse anni per liberarsi dal rancore e dall’astio nei confronti della persona che ci ha ferito e occorrerà percorrere delle tappe per elaborare completamente la ferita. La prima consiste nella presa di coscienza del proprio dolore e nel fatto che l’altro mi abbia fatto soffrire, non importa se consapevolmente o inconsapevolmente. Ciò che è importante è che questo dolore lo devo percepire nella sua realtà perché mi sono sentito abbandonato e non preso in seria considerazione. La seconda tappa consiste nel lasciare spazio alla collera. Questa è importante perché mi consente di prendere le distanze dall’altro/a. Gli/le impedisco di entrare in casa mia e gli/le proibisco di abitare nel mio cuore. Nello stesso tempo bisogna sublimare questa energia dicendo a me stesso “non ho bisogno dell’altro perché la mia vita abbia un esito positivo”. Un terzo passo consiste nel “perché”. Cioè cerco di capire perché l’altro mi ha ferito. Sicuramente doveva lenire le ferite ricevute, ferendomi a sua volta. Poi, devo capire perché il comportamento dell’altro mi ha fatto soffrire così tanto. Forse l’altro ha toccato una piaga, espressione di una mancata riconciliazione con me stesso. Tale acquisizione potrebbe essere un invito ad occuparmi di questa mia parte fragile e ad accettarmi con questa fragilità. La quarta tappa sta proprio nell’atto del perdono. Questo è sempre un segno di forza e non di debolezza e mi permette di non girare continuamente attorno alle mie ferite. Se quest’ultime sono troppo profonde, è chiaro che non riuscirò ad incontrarmi con l’altro nonostante il perdono. Ho perdonato si, ma non sono capace di costruire una relazione serena e comunque anche in questo caso devo accettare il mio limite. Infine, l’ultima tappa consiste nel trasformare le ferite in opportunità positive cioè in “perle”. Infatti là dove sono stato ferito, sono crollate le mie difese e ho potuto mettermi in contatto con il mio vero io. Posso ora comprendere meglio le persone che sono state ferite nel mio stesso modo. Così, se le mie piaghe diventano perle non porterò più rancore contro coloro che mi hanno ferito. Questo cammino a tappe può essere percorso senza parlare con l’altro ma è sempre bene parlare con una terza persona a scopo terapeutico discernendo poi l’opportunità di informare la persona interessata della ferita che lei mi ha inferto. Comunque sia, la comunicazione della ferita ricevuta deve essere solo un’informazione e mai una rimostranza. Infine, nel processo di guarigione è importante la relazione con Dio. La riconciliazione con Lui è ormai possibile dopo la venuta di Gesù Cristo che ha dimostrato con la Sua morte e resurrezione di colmare la spaccatura creata dall’uomo con il peccato. La croce di Gesù mi permette di presentare a Dio Padre tutto quello che c’è dentro di me. Infatti quando osservo che Gesù in croce perdona i suoi carnefici, posso confidare che in me non c’è nulla che non possa essere perdonato. La croce mi dice sostanzialmente che Dio mi accoglie senza condizioni ma mi dice anche che io devo perdonare a Lui la difficile situazione in cui mi trovo, lasciando indietro le false immagini che mi sono fatto (di me stesso e di Dio) per affidarmi totalmente al Suo insondabile mistero. E così, dopo aver attinto al pensiero del grande teologo – psicologo Anselm Grun e nello stesso tempo alla mia esperienza personale, mi sembra significativo citare le sue stesse parole a proposito di una buona interpretazione del termine “guarire”. Ecco cosa dice Grun “Guarire non significa che Dio ci toglie e fa sparire le nostre piaghe, bensì che noi apriamo le nostre piaghe per Dio e in lui diventiamo sani e integri. Le piaghe fanno parte della nostra identità, non ci separano né da Dio né dal nostro vero Sé. Al contrario aprono in noi una breccia che ci fa scoprire il nostro vero Sé, l’immagine originaria e autentica di Dio in noi. Chi si riconcilia con se stesso, con gli uomini e con Dio, sente di essere una persona nuova. Paolo lo ha formulato così: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova: le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17).”

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