venerdì, agosto 28, 2009
E' uscita la prima parte del dossier dell'Agencia Vaticana Fides

Agenzia Fides - “La Santità è una caratteristica di Dio”: la Sacra Scrittura è chiara a tal proposito; Egli stesso si rivela come il Santo: “Io, il Signore, sono santo” (Lv 19,2; 20,26; 21,8) e l’autore sacro riconosce: “Ti sei mostrato santo in mezzo a noi” (Sir. 36,3). Nel racconto della vocazione del profeta Isaia, ascoltiamo inoltre i serafini proclamare “Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti” (Is 6,3). Il “progetto” che Dio ha verso di noi è di farci assomigliare a Lui: “Io sono il Signore che vi vuole fare santi” (Lv 20,8); “siate santi, perché io sono santo” (Lv 11, 44). E Paolo scrive che Dio “ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati” (Ef 1,4). “Noi crediamo che la Chiesa [...] è indefettibilmente santa – spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica - Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato "il solo Santo", ha amato la Chiesa come sua Sposa e ha dato se stesso per essa, al fine di santificarla, e l'ha unita a sé come suo corpo e l'ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio ». La Chiesa è dunque « il popolo santo di Dio », e i suoi membri sono chiamati « santi ». La Chiesa, unita a Cristo, da lui è santificata; per mezzo di lui e in lui diventa anche santificante. Tutte le attività della Chiesa convergono, come a loro fine, « verso la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio in Cristo ». È nella Chiesa che si trova « tutta la pienezza dei mezzi di salvezza ». È in essa che « per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità».

Il Santo Padre Benedetto XVI paragona la schiera dei Santi a un "meraviglioso giardino" (Angelus di Tutti i Santi del 1 Novembre 2008). "Visitando un vivaio botanico si rimane stupefatti dinanzi alla varietà di piante e di fiori, e viene spontaneo pensare alla fantasia del Creatore che ha reso la terra un meraviglioso giardino. Analogo sentimento – continua il Pontefice - ci coglie quando consideriamo lo spettacolo della santità: il mondo ci appare come un giardino, dove lo Spirito di Dio ha suscitato con mirabile fantasia una moltitudine di Santi e Sante, ognuno diverso dall'altro con la singolarità della propria personalità umana e del proprio carisma spirituale". Il Papa ricorda anche che, pur nella diversità, "tutti recano impresso il sigillo di Gesù", e che per arrivare alla meta della santità, spesso si passa "attraverso la fatica e la prova, affrontando ciascuno la propria parte di sacrificio per partecipare alla gloria della risurrezione". Di più: la santità "si raggiunge seguendo la via delle 'beatitudini' evangeliche", cioè “la stessa via tracciata da Gesù e che i Santi e le Sante si sono sforzati di percorrere pur consapevoli dei loro limiti umani”. Nella loro esistenza terrena, infatti, “sono stati poveri in spirito, addolorati per i peccati, miti, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati per la giustizia". Da un’inchiesta nel mondo giovanile internazionale, cattolico e non, nasce questo dossier dell’Agenzia Fides, teso a confermare che nella ricerca di ‘nuovo’ che è propria dei giovani, la sete della verità ed anche della santità non è un’utopia: i giovani non hanno paura – è un dato di fatto – neanche di entrare talvolta – dalla porta stretta…

“Che ne siamo coscienti o no – sembra fare eco il Servo di Dio Giovanni Paolo II rivolgendosi ai giovani della XIX Giornata mondiale della gioventù del 2004 - Dio ci ha creati perché ci ama e affinché lo amassimo a nostra volta. Ecco il perché dell’insopprimibile nostalgia di Dio che l’uomo porta nel cuore”. Giovanni Paolo II ha costantemente incoraggiato i giovani a non lasciarsi distrarre in questa ricerca, a perseverare in essa, consapevole della posta in gioco: la piena realizzazione e la gioia dell’uomo e dei giovani stessi. Il costante ed accorato invito del Papa polacco era quello di riconoscere la presenza di Cristo nella Chiesa, anche attraverso i santi: uomini, donne, giovani che hanno superato in se stessi il mondo - pur essendo in esso radicati. Un mondo, quello della schiera dei santi da lui canonizzati, senza confini. Se il numero dei cristiani vissuti santamente, però, coincidesse con quello dei canonizzati e dei beati, saremmo costretti a riconoscere che, lungo i due millenni trascorsi dalla sua fondazione, la Chiesa avrebbe fallito nel compimento della missione affidatale da Gesù Cristo, ma non è così. Vi è una schiera innumerevole di persone vissute e morte santamente che sono in Paradiso. Si tratta, potremmo dire, di “militi ignoti” della santità. La Canonizzazione, quindi, dichiara la santità di una persona senza stabilire alcun confronto con quella degli altri che sono in Cielo. “Come si fa un santo?”, attraverso un processo, un iter ben preciso, che aprirà il primo capitolo della seconda parte di questo dossier; seconda parte caratterizzata da testimonianze di ordinaria e straordinaria santità, méta raggiungibile solo all’interno della Chiesa, ma attraverso diversi percorsi di vita. Abbiamo cercato di condividerne un tratto, “virtuale” e non, insieme ai giovani protagonisti di questo dossier, invitandoli a raccogliere la sfida della santità e augurando loro “di essere sempre raggianti di interiore bellezza! (Giovanni Paolo II, Catechesi, 22 novembre 1978)

La ‘chiamata’ alla santità giovanile di Papa Benedetto XVI

«I giovani oggi sono di fronte ad una sconcertante varietà di scelte di vita, così che per essi talvolta è arduo sapere come meglio orientare il loro idealismo e la loro energia. È lo Spirito che dona la saggezza per discernere il cammino giusto ed il coraggio per percorrerlo. Egli corona i nostri poveri sforzi con i suoi doni divini, come il vento, riempiendo le vele, spinge la nave in avanti, superando di molto ciò che i vogatori possono ottenere mediante il loro faticoso remare. Così, lo Spirito rende possibile a uomini e donne di ogni terra e di ogni generazione di diventare santi. Mediante l’azione dello Spirito possano i giovani avere il coraggio di divenire santi! Questo è ciò di cui il mondo ha bisogno, più di qualunque altra cosa». Queste sono le parole che il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto ai giovani nel suo discorso nella Government House di Sydney durante la cerimonia ufficiale di benvenuto, giovedì 17 luglio 2008, primo momento di incontro ‘pubblico’ durante la celebrazione della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù in Australia. É chiara, da queste parole, la priorità di vita del Papa nei confronti dell’universo giovanile: «Avere il coraggio di divenire santi!... più di qualunque altra cosa!».

Nello stesso giorno, accogliendo i ragazzi di tutto il mondo al molo di Barangaroo, Benedetto XVI esorta ancora i giovani cristiani ad essere testimoni della speranza offerta dal Vangelo di Gesù Cristo e propone anche le ‘modalità’ per divenire ‘santi’: «Una visione della vita dove regni l'amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l'unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità, e dove l'identità sia trovata in una comunione rispettosa». Passano due giorni e all'ippodromo di Randwick, incontrando quasi 250.000 pellegrini riuniti per la Veglia di Preghiera della GMG, il Papa spiega che la santità è questione di ‘vita’, che «essere veramente vivi significa essere trasformati dal di dentro, essere aperti alla forza dell'amore di Dio». «Accogliendo la potenza dello Spirito Santo – ribadisce il Santo Padre - anche voi potete trasformare le vostre famiglie, le comunità, le nazioni». Ha aggiunto: «Liberate questi doni! Fate sì che sapienza, intelletto, fortezza, scienza e pietà siano i segni della vostra grandezza». Poi il Papa lancia la sfida missionaria per i giovani del mondo, non solo per quelli presenti a Sydney, ma per tutti quelli che si sentono attratti da Gesù, nell’ultimo giorno dell'evento, durante la celebrazione eucaristica di chiusura: «Siate profeti di questa nuova era, messaggeri del Suo amore, capaci di attrarre la gente verso il Padre e di costruire un futuro di speranza per tutta l'umanità».

Sembra, a prima lettura, un impegno gravoso, ma non è tale se percorso nell’Amore e nella donazione totale. E a Sydney riecheggia ancora la parola ‘trasformazione’. La trasformazione del proprio cuore è la prima strada da seguire per trasformare il mondo: già dalla Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia, nel 2005, Papa Benedetto insiste su questo cambiamento radicale e libero. Nel libro ‘La Rivoluzione di Dio’ (Ottobre 2005, Libreria Editrice Vaticana) che riassume i discorsi pronunciati dal Papa in occasione dell’incontro di Colonia, il Santo Padre individua la ‘trasformazione’ della sofferenza in amore, come primo passo: togliere cioè un po’ delle sofferenze degli altri, restituendo amore (non possiamo avere la forza di portare le sofferenze altrui, ma il cristiano sa che può portare tutte le sofferenze ai piedi della croce dove la vita vince la lotta contro il male e la morte): altra ‘trasformazione’ necessaria è quella eucaristica ‘il pane che si fa Corpo’ ed ‘il vino che si fa Sangue’. Nella forza naturale e mistica che scaturisce da queste due ‘trasformazioni’, il cuore di ogni uomo può ritrovare il movente per cambiare. “Ora imparano che devono donare se stessi (scrive Benedetto XVI parlando dei Magi): un dono minore di questo non basta per questo Re.

Anche nell’incontro con i giovani italiani in occasione dell’Agorà di Loreto, Benedetto XVI propone un’altra ‘strada’ per arrivare alla santità, quella dell’umiltà! Nella Concelebrazione Eucaristica nella piana di Montorso (domenica 2 settembre 2007) il Santo Padre lancia un chiaro e semplice messaggio: «Non seguite la via dell’orgoglio, bensì quella dell’umiltà. Andate controcorrente: non ascoltate le voci interessate e suadenti che oggi da molte parti propagandano modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere. Di quanti messaggi che vi giungono soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie "alternative" indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda: i vostri coetanei, ma anche gli adulti, e specialmente coloro che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo. Quella dell’umiltà, cari amici, non è dunque la via della rinuncia ma del coraggio. Non è l’esito di una sconfitta ma il risultato di una vittoria dell’amore sull’egoismo e della grazia sul peccato. Seguendo Cristo e imitando Maria, dobbiamo avere il coraggio dell’umiltà; dobbiamo affidarci umilmente al Signore perché solo così potremo diventare strumenti docili nelle sue mani, e gli permetteremo di fare in noi grandi cose. Grandi prodigi il Signore ha operato in Maria e nei Santi! Penso ad esempio a Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, patroni d’Italia. Penso anche a giovani splendidi come santa Gemma Galgani, san Gabriele dell’Addolorata, san Luigi Gonzaga, san Domenico Savio, santa Maria Goretti, nata non lontano da qui, i beati Piergiorgio Frassati e Alberto Marvelli. E penso ancora ai molti ragazzi e ragazze che appartengono alla schiera dei santi "anonimi", ma che non sono anonimi per Dio. Per Lui ogni singola persona è unica, con il suo nome e il suo volto. Tutti, e voi lo sapete, siamo chiamati ad essere santi! Come vedete, cari giovani, l’umiltà che il Signore ci ha insegnato e che i santi hanno testimoniato, ciascuno secondo l’originalità della propria vocazione, è tutt’altro che un modo di vivere rinunciatario. Guardiamo soprattutto a Maria: alla sua scuola, anche noi come lei possiamo fare esperienza di quel sì di Dio all’umanità da cui scaturiscono tutti i sì della nostra vita. È vero, tante e grandi sono le sfide che dovete affrontare. La prima però rimane sempre quella di seguire Cristo fino in fondo, senza riserve e compromessi».

Benedetto XVI propone in molte altre occasioni ‘la chiamata alla santità’, come ad esempio alla vigilia della festa di San Benedetto, copatrono d’Europa, (dal quale ha preso il nome come Papa) quando presenta la santità come proposta di vita dei cristiani in un mondo che cerca riferimenti spirituali ‘saldi’. Il Santo Padre ricordava in quell’occasione che Benedetto creò a Subiaco, vicino Roma, ‘una comunità fraterna fondata sul primato dell’amore di Cristo, nella quale la preghiera e il lavoro si alternavano armonicamente a lode di Dio’. Mise per iscritto questo progetto nella ‘regola’. «Tra le ceneri dell’Impero Romano, Benedetto, cercando prima di tutto il Regno di Dio, gettò, forse senza neppure rendersene conto, il seme di una nuova civiltà che si sarebbe sviluppata, integrando i valori cristiani con l’eredità classica, da una parte, e le culture germanica e slava, dall’altra». Benedetto XVI ha sottolineato in particolare un aspetto della spiritualità di san Benedetto: «Non fondò un’istituzione monastica finalizzata principalmente all’evangelizzazione dei popoli barbari, come altri grandi monaci missionari dell’epoca, ma indicò ai suoi seguaci come scopo fondamentale, anzi unico, dell’esistenza, la ricerca di Dio». «Egli sapeva, però, che quando il credente entra in relazione profonda con Dio non può accontentarsi di vivere in modo mediocre all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale - ha indicato il Papa. «Da questo punto di vista - ha spiegato - si comprende meglio l’espressione di san Benedetto che il nuovo Pontefice ha già citato in varie occasioni nelle prime settimane del suo ministero: “Niente anteporre all’amore di Cristo”. In questo consiste la santità, proposta valida per ogni cristiano e diventata una vera urgenza pastorale in questa nostra epoca in cui si avverte il bisogno di ancorare la vita e la storia a saldi riferimenti spirituali» ha concluso Benedetto XVI.
Una curiosità: la riflessione del Papa (domenica 10 luglio 2005) coincide con l’ultima conferenza pronunciata dal Cardinale Joseph Ratzinger il 1° aprile 2005 a Subiaco, nel monastero di Santa Scolastica, ricevendo il “Premio san Benedetto per la promozione della vita e della famiglia in Europa”, conferitogli dalla Fondazione Sublacense Vita e Famiglia. Nella conclusione, il giorno prima della morte di Giovanni Paolo II, il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede diceva: «Così Benedetto, come Abramo, diventò padre di molti popoli. Le raccomandazioni ai suoi monaci poste alla fine della sua regola, sono indicazioni che mostrano anche a noi la via che conduce in alto, fuori dalle crisi e dalle macerie». E aggiungeva: «Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia, sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo».

Nella recente Visita Pastorale a San Giovanni Rotondo del 21 giugno 2009, Papa Benedetto ‘radiografa’ la vita di alcuni santi, in particolare modo padre Pio, esempio che in più di una occasione ha proposto ai giovani. «Alcuni Santi hanno vissuto intensamente e personalmente questa esperienza di Gesù. Padre Pio da Pietrelcina è uno di loro – dice Papa Benedetto durante l’Omelia della Celebrazione Eucaristica sul sagrato della Chiesa di San Pio da Pietrelcina. - Un uomo semplice, di origini umili, "afferrato da Cristo" (Fil 3,12) – come scrive di se l’apostolo Paolo – per farne uno strumento eletto del potere perenne della sua Croce: potere di amore per le anime, di perdono e di riconciliazione, di paternità spirituale, di solidarietà fattiva con i sofferenti. Le stigmate, che lo segnarono nel corpo, lo unirono intimamente al Crocifisso-Risorto. Autentico seguace di san Francesco d’Assisi, fece propria, come il Poverello, l’esperienza dell’apostolo Paolo, così come egli la descrive nelle sue Lettere: "Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20); oppure: "In noi agisce la morte, in voi la vita" (2 Cor 5,12). Questo non significa alienazione, perdita della personalità: Dio non annulla mai l’umano, ma lo trasforma con il suo Spirito e lo orienta al servizio del suo disegno di salvezza. Padre Pio conserva i propri doni naturali, e anche il proprio temperamento, ma offre ogni cosa a Dio, che ha potuto servirsene liberamente per prolungare l’opera di Cristo: annunciare il Vangelo, rimettere i peccati e guarire i malati nel corpo e nello spirito. Come è stato per Gesù, la vera lotta, il combattimento radicale Padre Pio ha dovuto sostenerli non contro nemici terreni, bensì contro lo spirito del male (cfr Ef 6,12). Le più grandi "tempeste" che lo minacciavano erano gli assalti del diavolo, dai quali egli si difese con "l’armatura di Dio", con "lo scudo della fede" e "la spada dello Spirito, che è la parola di Dio" (Ef 6,11.16.17). Rimanendo unito a Gesù, egli ha avuto sempre di mira la profondità del dramma umano, e per questo si è offerto e ha offerto le sue tante sofferenze, ed ha saputo spendersi per la cura ed il sollievo dei malati, segno privilegiato della misericordia di Dio, del suo Regno che viene, anzi, che è giа nel mondo, della vittoria dell’amore e della vita sul peccato e sulla morte. Guidare le anime e alleviare la sofferenza: così si può riassumere la missione di san Pio da Pietrelcina, come ebbe a dire di lui anche il servo di Dio, il Papa Paolo VI: "Era un uomo di preghiera e di sofferenza" (Ai Padri Capitolari Cappuccini, 20 febbraio 1971)».

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