giovedì, agosto 25, 2016
La fusione delle banchise antartiche rallenta la formazione delle correnti oceaniche che regolano le temperature globali.  

Green Report - Grazie agli elefanti marini è possibile capire come lo scioglimento del ghiaccio antartico interessa gli oceani.

Lo studio “The suppression of Antarctic bottom water formation by melting ice shelves in Prydz Bay”, pubblicato su Nature Communications da un team di scienziati australiani, danesi, svedesi, giapponesi e cinesi, è davvero sorprendente: spiega come utilizzare animali giganteschi e non proprio amichevoli per studiare ambienti dove per l’uomo è proibitivo spingersi .

Il leader del team di ricerca, Guy Williams dell’Institute for marine and antarctic studies e dell’Antarctic climate & ecosystems cooperative research centre dell’università della Tasmania, spiega che «Gli elefanti marini hanno aiutato gli scienziati a dimostrare che l’acqua dolce proveniente dalla fusione delle banchise di ghiaccio antartiche rallenta i processi responsabili della formazione delle correnti oceaniche nelle acque profonde, che regolano le temperature globali».

Williams evidenzia che «Questi risultati hanno sollevato domande su possibili cambiamenti futuri nei sistemi oceanici e sul clima globale. L’Antartide e l’Oceano del Sud sono come un cuore che batte, producendo correnti profonde e potenti di acqua fredda che portano alla miscelazione dell’oceano globale e regolano re le temperature atmosferiche. Queste correnti iniziano con l’intensa formazione del ghiaccio marino intorno alll’Antartide in inverno, il che crea l’acqua fredda, salata e densa che affonda e scorre via dal continente in enormi volumi. Se questa produzione di Antarctic bottom water si indebolisce, porta a cambiamenti nei modelli di circolazione oceanica globale che possono portare a cambiamenti del clima globale».

Nel sud del mondo, i ricercatori hanno identificato quattro aree dove si formano Antarctic bottom water e nel 2011, lo stesso team di ricercatori aveva scoperto un importante quarta sorgente di questa acqua fredda, salata e densa – nota come Antarctic bottom water – al largo di Capo Darnley nell’Antartide orientale. La ricerca appena pubblicata si basa su due anni di raccolta dati e dimostra che «Prydz Bay fornisce rende un importante contributo secondario alla bottom water di Cape Darnley».

Ma gli scienziati hanno scoperto che il contributo dato da Prydz Bay «è meno salato e denso a causa dell’influenza dell’acqua dolce delle banchise di ghiaccio nelle vicinanze – dice Williams – Possiamo facilmente immaginare che la produzione di queste correnti oceaniche globali rallenterà se il tasso di fusione del ghiaccio della banchisa continua ad aumentare in tutta l’Antartide».

Ma cosa c’entrano con tutto questo gli elefanti marini? Nel 2011 queste grosse foce che vengono a riprodursi e a combattere intorno alla Davis Station, grazie a un finanziamento dell’Australian Antarctic Program, sono stati equipaggiati con sensori oceanografici nell’ambito del Integrated Marine Observing System (Imos). Quando le foche emergono in superficie e tornano a terra, il loro sensori trasmettono informazioni via satellite ed i dati vengono raccolti in tempo grazie al sistema di telecomunicazioni globale della World meteorological organization. L’Imos pubblica i dati anche sul suo portale e i dati oceanografici raccolti dagli elefanti maini vengono utilizzati anche per la ricerca ecologica sul loro comportamento e per favorirne la tutela.

Williams. Conclude: «Questo studio sarebbe stato praticamente impossibile senza l’aiuto delle foche, che possono raccogliere dati oceanografici in aree che tendono ad essere di molto difficile l’accesso per le navi di ricerca. Le foche hanno il vantaggio di continuare a cibarsi nell’oceano e di registrare dati durante l’inverno, sfruttando le piccole crepe nella copertura di ghiaccio marino per respirare, consentendo la trasmissione dei dati. Prendere le misurazioni in ciascuna regione con boe scientifiche tradizionali sarebbe proibitivo. Le foche stanno facendo un ottimo lavoro e il risultato è un importante passo avanti nella nostra comprensione del sistema oceanico globale».


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