mercoledì, luglio 01, 2015
La Dichiarazione conciliare “Nostra aetate” 50 anni fa contribuì in modo decisivo a inaugurare una stagione di “amicizia e comprensione reciproca” nel dialogo tra cattolici ed ebrei.

Radio Vaticana - Lo ha ribadito Papa Francesco nel ricevere in udienza una folta delegazione dell’International Council of Christian and Jews”, una federazione di associazioni impegnate a favorire i rapporti tra le due comunità. Il servizio di Alessandro De Carolis: Se oggi ci possiamo dire “amici e fratelli”, "e non più estranei" è perché ha prevalso quella volontà di dialogo che ha trovato sponda nel Vaticano II. Nella Sala Clementina siedono ad ascoltare Papa Francesco 250 membri del cartello di sigle impegnate nel dialogo ebraico-cristiano nel mondo e radunate all’interno dell’International Council of Christian and Jews.

Dalla diffidenza alla fraternità
L’occasione è il Convegno organizzato da questo organismo per il 50.mo della Dichiarazione conciliare “Nostra aetate”, che cambiò per sempre il volto del dialogo tra la Chiesa e il mondo ebraico. E proprio sul valore di questo documento – che rappresentò il “‘sì’ definitivo alle radici ebraiche del cristianesimo ed il ‘no’ irrevocabile all’antisemitismo” – si sofferma Francesco rendendo “grazie a Dio – dice – per tutto ciò che di buono è stato realizzato in termini di amicizia e di comprensione reciproca in questi cinquant’anni, perché il Suo Santo Spirito ha accompagnato i nostri sforzi di dialogo”:

“La nostra umana frammentarietà, la nostra diffidenza e il nostro orgoglio sono stati superati grazie allo Spirito di Dio onnipotente, così che tra noi sono andate crescendo sempre più la fiducia e la fratellanza. Non siamo più estranei, ma amici e fratelli”.

Tutti i cristiani hanno radici ebraiche
Del resto, sottolinea il Papa, “i cristiani, tutti i cristiani, hanno radici ebraiche”. E per questo motivo, riconosce, “fin dalla sua nascita, l’International Council of Christians and Jews ha accolto le varie confessioni cristiane”. Pur “con prospettive diverse”, afferma Francesco, confessiamo “lo stesso Dio, Creatore dell’universo e Signore della storia. Ed Egli, nella sua infinita bontà e sapienza, benedice sempre il nostro impegno di dialogo”:

“Le confessioni cristiane trovano la loro unità in Cristo; l’ebraismo trova la sua unità nella Torah. I cristiani credono che Gesù Cristo è la Parola di Dio fattasi carne nel mondo; per gli ebrei la Parola di Dio è presente soprattutto nella Torah. Entrambe le tradizioni di fede hanno per fondamento il Dio Unico, il Dio dell’Alleanza, che si rivela agli uomini attraverso la sua Parola. Nella ricerca di un giusto atteggiamento verso Dio, i cristiani si rivolgono a Cristo quale fonte di vita nuova, gli ebrei all’insegnamento della Torah”.

"Nostra aetate", "solido fondamento"
Questo tipo di riflessione teologica sul rapporto tra ebraismo e cristianesimo prende le mosse – osserva il Papa – proprio dalla “Nostra aetate”, definita un “solido fondamento” dal quale si possono e devono produrre, sollecita, nuovi sviluppi in materia. Così come consolidato, ricorda Francesco, è anche il “grande interesse” col quale la Santa Sede segue le attività dell’International Council, in particolare dal 1974, anno di creazione della Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo. I vostri convegni annuali, conclude con gratitudine il Papa, “danno un notevole contributo al dialogo ebraico-cristiano”.


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