martedì, novembre 25, 2014
Il Papa a Strasburgo scuote tra gli applausi l'Europa vecchia e smarrita

di Paolo Fucili

La già bimillenaria storia dell'Europa cristiana “è ancora in gran parte da scrivere”, poiché questa “è la nostra identità, e l’Europa ha fortemente bisogno di riscoprire il suo volto per crescere secondo lo spirito dei suoi padri fondatori”. Detto così, è come se Francesco si fosse stilato da solo il più che positivo bilancio dell’ultimo e in assoluto più breve viaggio papale internazionale. Vedi i non scontati applausi a scena aperta riscossi durante e dopo i due discorsi programmati, rivolti a platee non certo amichevoli in genere, verso la Chiesa cattolica e il suo sommo pastore .

Che fino ad oggi il tema Europa lo avesse maneggiato poco era noto, tanto che una volta gli fu pure chiesto esplicitamente perché. “Non c’è stata ancora l’occasione. Verrà”, promise lui, intervistato da Ferruccio De Bortoli. Ma che non fosse disinteresse - pur essendo Bergoglio il primo Papa non europeo dopo ben 1.272 anni - lo dimostra la cronaca di oggi: trasferta-lampo (“giornataccia”, ha scherzato il Pontefice sul volo dell’andata, pensano ai tanti impegni in poco tempo) in una delle capitali politiche del vecchio continente, Strasburgo, sede in specie delle due istituzioni cui ha fatto visita, Parlamento europeo e Consiglio d’Europa.

Obiettivo, dare un’energico scossone ad un’Europa “un po’ invecchiata e compressa, che tende a sentirsi meno protagonista in un contesto che la guarda spesso con distacco, diffidenza e talvolta con sospetto”. Le secche in cui 60 e più anni dopo si è arenato il grande progetto dei padri nobili Schuman, De Gasperi e Adenauer, concepito tra le macerie dell'ultima guerra, son tristemente note, prima fra tutte, l’ha descritta il Papa, “la sfiducia da parte dei cittadini nei confronti di istituzioni ritenute distanti, impegnate a stabilire regole percepite come lontane dalla sensibilità dei singoli popoli…”; un’Europa “nonna” non più “fertile”, i cui ideali sembrano appunto “aver perso forza attrattiva, in favore dei tecnicismi burocratici delle sue istituzioni”.

Urgeva perciò un forte “messaggio di speranza e di incoraggiamento”, quale Francesco ha lanciato con franchezza di “dichiarato” portatore di una visione cristiana dell’Europa di ieri e di oggi (“ritengo fondamentale non solo il patrimonio che il cristianesimo ha lasciato nel passato alla formazione socioculturale del continente, bensì soprattutto il contributo che intende dare oggi e nel futuro alla sua crescita”) e ossequioso rispetto (cortesemente ricambiato) della laicità delle sue istituzioni politiche. E la sintesi di svariate cartelle dei due ampi discorsi, entrambi pronunciati in Italiano, sarà giocoforza brutale, speriamo non troppo parziale.

All’emiciclo del parlamento dell’UE, dove siedono i rappresentanti dei popoli dei 28 stati membri, è andato anzitutto un caldo “incoraggiamento” a tornare a quella "fiducia nell'uomo" dei suoi padri fondatori non in quanto "cittadino" o "soggetto economico, ma "nell’uomo in quanto persona dotata di una dignità trascendente”. Bene, perciò, l’"importante e ammirevole” impegno dell’Europa in difesa della dignità e dei diritti dell’uomo, poiché “quale dignità potrà mai trovare una persona che non ha il cibo o il minimo essenziale per vivere e, peggio ancora, il lavoro che lo unge di dignità?”.

Attenzione però all’equivoco del fraintendere i diritti umani e persino abusare di essi, avverte oggi Bergoglio pensando ai “diritti individuali” (“sarei tentato di dire individualistici”) rivendicati con sempre più forza, che celano tuttavia una concezione di persona “staccata da ogni contesto sociale e antropologico, quasi come una ‘monade’”. Sotto accusa sono finiti così “stili di vita un po’ egoisti, caratterizzati da un'opulenza ormai insostenibile e spesso indifferente nei confronti del mondo circostante”; è il rischio che si corre se l’uomo diviene ingranaggio di un meccanismo, e “quando la vita non è funzionale a tale meccanismo viene scartata senza troppe remore, come nel caso dei malati terminali, degli anziani abbandonati e senza cura, o dei bambini uccisi prima di nascere”.

Francesco si appella agli europarlamentari dei 28 paesi membri per “mantenere viva la democrazia dei popoli dell’Europa”, contro “la concezione omologante della globalità”; parla di “famiglia unita, fertile e indissolubile” senza la quale “si finisce per costruire sulla sabbia, con gravi conseguenze sociali”; invita ad un rispetto dell’ambiente che significa non solo deturparlo, ma utilizzarlo per il bene (pensando pure allo scandalo della fame e dello spreco di cibo); infine tocca con il più appassionato degli accenti la questione immigrazione, perché “non si può tollerare che il Mar Mediterraneo diventi un grande cimitero!”. Ma l’invito è anche ad aiutare i paesi di origine dei migranti “nello sviluppo socio-politico e nel superamento dei conflitti interni”, poiché “è necessario agire sulle cause e non solo sugli effetti”. Infine un non meno sferzante cenno alla difesa della libertà religiosa e alla persecuzione dei cristiani nel mondo, “comunità e persone che si trovano ad essere oggetto di barbare violenze: cacciate dalle proprie case e patrie; vendute come schiave; uccise, decapitate, crocifisse e bruciate vive, sotto il silenzio vergognoso e complice di tanti”.

Seconda e ultima tappa al Consiglio d’Europa, prima del volo per Roma slittato in avanti di oltre un’ora: altra istituzione nata 65 anni fa esatti, che Francesco incoraggia nel suo impegno per la pace, lamentando però dolore e morti di guerre ancora in atto anche in Europa (Ucraina, sebbene non menzionata); un continente “che anela alla pace eppure ricade facilmente nelle tentazioni di un tempo”. E torna un’altrettanto preoccupata osservazione sul “terrorismo religioso e internazionale”, fenomeno “purtroppo foraggiato da un traffico di armi molto spesso indisturbato”.

La missione fondamentale del consiglio d'Europa è appunto promuovere i diritti umani con lo sviluppo di democrazia e Stato di diritto. Ma le radici di questo impegno, rimarca il Pontefice, non si alimentano di altro se non di verità, "linfa vitale di qualsiasi società che voglia essere davvero libera, umana e solidale". E "senza ricerca della verità, ciascuno diventa misura di se stesso e del proprio agire". Questa, in altre famose parole del Papa argentino, è "la globalizzazione dell'indifferenza che nasce dall'egoismo, frutto di una concezione dell'uomo incapace di accogliere la verità e vivere un'autentica dimensione sociale".

E allora, chiede oggi il Papa idealmente all'Europa intera, "dov'è quella tensione ideale che ha animato e reso grande la tua storia? Dov'è la tua sete di verità, che hai finora comunicato al mondo con passione? Dalla risposta a queste domande dipenderà il futuro del continente". Da parte sua Jorge Bergoglio può solo rispettosamente invitarla, come oggi ha fatto, a considerare l'apporto che il cristianesimo può dare al suo sviluppo, in una "corretta relazione" tra fede e ragione, religione e società: illuminarsi, ovvero, sostenersi e se serve pure purificarsi a vicenda "dagli estremismi ideologici in cui possono cadere".

Fino ad oggi sì, insomma, solo l'occasione era mancata. Non l'interesse, né visione chiara e idee forti, per un avvenimento che, è facile dire fin d'ora, 26 anni dopo l'altrettanto storica visita di Wojtyla a Strasburgo, per "altezza" di contenuti e risonanze suscitate farà anch'esso la storia del pontificato Bergoglio.


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