martedì, febbraio 18, 2014
Hanno scritto anche al Papa per sensibilizzarlo sulle loro condizioni gli operai della Irisbus, in cassa integrazione da luglio 2011. Una crisi che ha messo in ginocchio un’intera provincia, quella di Avellino, e che, almeno per il momento non vede una luce in fondo al tunnel. Alessandro Guarasci. ascolta  

Radio Vaticana - Era uno stabilimento all’avanguardia quello di Valle Ufita, in provincia di Avellino, dove la Irisbus produceva pullman. Poi causa la crisi, la Iveco, titolare dell’azienda, si è disimpegnata e ha spostato la produzione in Francia. La branca italiana del colosso cinese King Long sarebbe interessata a rilevare la produzione nell'avellinese, ma la trattativa ancora non ha dato frutti. Infatti, nemmeno al ministero dello Sviluppo Economico ci sanno dire quando il tavolo sarà chiuso. Fatto sta che un’intera provincia è in crisi. Mario Melchionna, segretario della Cisl Sannio-Irpinia.

“La chiusura sta a significare che l’area dove insiste la Irisbus ormai è ridotta quasi ad un deserto, non c’è più niente, e tutte le aziende sono state costrette a chiudere, soprattutto quelle dell’indotto, che lavoravano direttamente o indirettamente per Irisbus, essendo venute a mancare le commesse. C’è stata, quindi, veramente una ricaduta negativa sullo sviluppo e l’occupazione impressionante”.

Trecento i lavoratori che da più di due anni sono in cassa integrazione a 700 euro al mese. Così è difficile portare avanti una famiglia, come dice l’operaio Domenico Delle Grazie

“Dobbiamo privarci di tante cose, altrimenti non si riesce ad arrivare alla fine del mese. Se qualche volta vuoi uscire a mangiare una pizza, non ci puoi più andare. Se qualche volta vuoi portare tuo figlio in piscina o in palestra, non lo puoi più portare”.

Il lavoro e il rilancio industriale dell’Italia saranno la vera urgenza del governo Renzi


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