Si apre oggi la sessione invernale del Parlamento, in cui si discuterà di nuovo l'introduzione della Communal Violence Bill. Narendra Modi, candidato premier del Bharatiya Janata Party (Bjp), definisce la legge "un disastro" da fermare. Egli è considerato responsabile dei massacri tra indù e musulmani del 2002 in Gujarat, dopo i quali si decise di creare il decreto.
New Delhi (AsiaNews) - La Communal Violence Bill (Cvb), la legge sulla violenza interreligiosa, torna nel Parlamento indiano. La sessione invernale delle due camere si è aperta oggi e si chiuderà il prossimo 20 dicembre. Tuttavia, ci sono già voci critiche tra le fila del Bharatiya Janata Party Bjp, partito ultranazionalista indù leader dell'opposizione). Narendra Modi, chief minister del Gujarat e candidato premier del Bjp, ha definito la legge "una ricetta per il disastro".
Voluta dal National Advisory Council (Nac) di Sonia Gandhi, la Cvb conferisce al governo centrale il potere di intervenire in modo diretto nei casi di violenza interreligiosa, anche scavalcando le autorità statali. L'idea di una simile legge è nata dopo i massacri del Gujarat nel 2002, in cui più di 2mila musulmani morirono per mano della comunità indù. Per le stragi, proprio Narendra Modi è sempre stato ritenuto responsabile.
In seguito, i pogrom anticristiani dell'Orissa (2008) e il conseguente fallimento dei singoli Stati nel garantire la giustizia, hanno portato ancora la questione al centro del dibattito politico.
Parlando del disegno di legge, Modi lo ha definito "studiato e abbozzato male", e un modo per "ottenere voti, anziché [una forma di] genuina preoccupazione". Secondo il leader ultranazionalista indù, esso rappresenta il tentativo di "invadere l'autorità degli Stati".
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In seguito, i pogrom anticristiani dell'Orissa (2008) e il conseguente fallimento dei singoli Stati nel garantire la giustizia, hanno portato ancora la questione al centro del dibattito politico.
Parlando del disegno di legge, Modi lo ha definito "studiato e abbozzato male", e un modo per "ottenere voti, anziché [una forma di] genuina preoccupazione". Secondo il leader ultranazionalista indù, esso rappresenta il tentativo di "invadere l'autorità degli Stati".
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