Per la prima volta i cittadini della giovane democrazia balcanica si sono organizzati per chiedere che nella Costituzione venga definita l'istituzione matrimoniale come unione di uomo e donna. Hanno vinto i sì con il 65 per cento di preferenze, ma tanti sono gli interrogativi sulla libertà di espressione consentita dal governo.
Città Nuova - «Abbiamo vinto come Davide ha vinto Golia. Questa volta per il matrimonio, un'altra volta vinceremo per una cosa altrettanto importante». Così si è espressa la presidente dell’organizzazione “Nel nome della famiglia”, Željka Markić, che ha promosso l’iniziativa per stabilire che il matrimonio venga definito nella Costituzione croata come unione esclusiva tra un uomo e una donna. Nel referendum tenutosi domenica 1 dicembre, hanno vinto con il 65,79 per cento dei votanti i sostenitori del sì a una definizione esclusiva di matrimonio eterosessuale, contro il 33,59 per cento dei no.
Questo che è stato definito un successo dagli organizzatori è il risultato di «un’azione coordinata di tanti volontari, associazioni e cittadini che non si conoscevano tra di loro, ma che si sono messi a fare un lavoro arduo, andando oltre le barriere, con lo spirito di sacrificio e di perseveranza». Così si è espressa la presidente. L'iniziativa, sostenuta dalla Chiesa cattolica, alla quale appartiene la grande maggioranza dei cittadini croati, è stata appoggiata anche dalle altre comunità religiose presenti in Croazia: ortodosse, evangelica, riformata, musulmana, ebrea. È il primo referendum promosso dai cittadini a 23 anni dall’indipendenza della Croazia, un successo, ma anche la dimostrazione di tante fragilità in questa giovane democrazia.
La consultazione popolare ha posto alcuni interrogativi scomodi sulla libertà di esprimere atteggiamenti e convinzioni contrarie a quelle del governo attuale. Anche i media non hanno dato lo stesso spazio a tutte le voci e in gran parte hanno voluto ostacolare l'iniziativa. E forse non per caso. Non si può dimenticare che tutto è accaduto a pochi mesi dall'entrata della Croazia nell'Unione europea. La riflessione non si ferma solo ai risultati di questa battaglia civile, durata sei mesi e che nelle ultime settimane si è inasprita fino all'inverosimile. Ciò che è venuto in rilievo è che i media, le personalità di spicco e i politici non sono sempre l'espressione di quello che pensa la gente comune e che le divisioni all'interno della società croata sono profonde e accentuate anche dalla crisi economica.
Ora l'esperienza di partecipazione non si esaurisce con la vittoria referendaria, anzi, le forze civili svegliatesi così inaspettatamente vanno indirizzate ad altri scopi, in un dialogo fecondo con il mondo politico e con le varie forze sociali, maturando una dimensione pluralistica, ancora tutta da imparare. Il Paese deve percorrere un cammino delicato in cui trovare la propria strada, consona ai valori che l'hanno costruito, ma che vanno offerti con un linguaggio comprensibile anche a chi la pensa diversamente, anche per il bene di tutti.
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Questo che è stato definito un successo dagli organizzatori è il risultato di «un’azione coordinata di tanti volontari, associazioni e cittadini che non si conoscevano tra di loro, ma che si sono messi a fare un lavoro arduo, andando oltre le barriere, con lo spirito di sacrificio e di perseveranza». Così si è espressa la presidente. L'iniziativa, sostenuta dalla Chiesa cattolica, alla quale appartiene la grande maggioranza dei cittadini croati, è stata appoggiata anche dalle altre comunità religiose presenti in Croazia: ortodosse, evangelica, riformata, musulmana, ebrea. È il primo referendum promosso dai cittadini a 23 anni dall’indipendenza della Croazia, un successo, ma anche la dimostrazione di tante fragilità in questa giovane democrazia.
La consultazione popolare ha posto alcuni interrogativi scomodi sulla libertà di esprimere atteggiamenti e convinzioni contrarie a quelle del governo attuale. Anche i media non hanno dato lo stesso spazio a tutte le voci e in gran parte hanno voluto ostacolare l'iniziativa. E forse non per caso. Non si può dimenticare che tutto è accaduto a pochi mesi dall'entrata della Croazia nell'Unione europea. La riflessione non si ferma solo ai risultati di questa battaglia civile, durata sei mesi e che nelle ultime settimane si è inasprita fino all'inverosimile. Ciò che è venuto in rilievo è che i media, le personalità di spicco e i politici non sono sempre l'espressione di quello che pensa la gente comune e che le divisioni all'interno della società croata sono profonde e accentuate anche dalla crisi economica.
Ora l'esperienza di partecipazione non si esaurisce con la vittoria referendaria, anzi, le forze civili svegliatesi così inaspettatamente vanno indirizzate ad altri scopi, in un dialogo fecondo con il mondo politico e con le varie forze sociali, maturando una dimensione pluralistica, ancora tutta da imparare. Il Paese deve percorrere un cammino delicato in cui trovare la propria strada, consona ai valori che l'hanno costruito, ma che vanno offerti con un linguaggio comprensibile anche a chi la pensa diversamente, anche per il bene di tutti.
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