La società ha una sua responsabilità inneggiando al voyerismo collettivo, ma mancano i “no” che fanno crescere
Aleteia - E’ di pochi giorni fa la notizia di una violenza sessuale di gruppo nei confronti di una sedicenne a Modena, che ha portato alla denuncia di cinque giovani. E’ opportuno riflettere, di fronte ad un episodio come questo, sui modelli e sui valori che sono presenti nella vita degli adolescenti nella nostra società. Per questo ci siamo rivolti a due esperti del mondo di quella fascia di età, e cioè alla professoressa Emanuela Maria Confalonieri, docente di Psicologia dell’adolescenza e di Psicologia dell’educazione allo sviluppo presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e al professor Massimo Clerici, docente di Psichiatria e direttore della Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell’Università degli studi di Milano Bicocca.
Le violenze sessuali nel mondo degli adolescenti, di gruppo o individuali, sembrano un fenomeno radicato nella nostra società. Le chiedo, c’è un’evoluzione, nei modi oltre che nel numero, in questo fenomeno? Cosa accade nella testa di ragazzi normali, di buona famiglia, che li trasforma in criminali? E’ un bullismo all’estremo, è mancanza del limite?
Confalonieri: Fortunatamente non succedono di frequente, però ogni tanto si legge di questi episodi. Come psicologa il fatto di Modena mi ha lasciato perplessa più del solito perché quello sembrava essere un contesto molto protetto, uno di quei contesti dove si mandano i propri figli con una certa tranquillità. Quello che colpisce è l’assoluta normalità, evidentemente apparente, della situazione, una classica festa, sabato sera, gli amici, ecc. e questa evoluzione davvero assolutamente non attesa e non attendibile che ha coinvolto questa ragazzina e una parte dei ragazzi presenti. Per questo io ci tengo a sottolineare che è giusto parlare di questi episodi ma va fatto con attenzione, altrimenti si rischia di far credere, e sarebbe riduttivo, che tutti gli adolescenti sono così. Quello che io dal mio osservatorio posso dire è che da una parte gli adolescenti sembrano fare effettivamente più fatica a capire il limite, a capire che cosa rientra in una dimensione di possibilità e che cosa invece rientra in quello che è il loro senso di invulnerabilità, la loro onnipotenza, il loro sentirsi non controllabili, il sentire che hanno in mano non solo degli oggetti ma addirittura, come nel caso che abbiamo davanti, pensare che sono padroni delle persone. In questo senso il mondo adulto fa fatica negli ultimi anni a dire di “no”, i famosi “no”, fa fatica a mettere dei paletti, fa fatica a sanzionare le trasgressioni, a far capire che le proprie azioni hanno delle conseguenze.
A chi bisogna affidarsi per cercare una via d’uscita? Alle famiglie?
Confalonieri: C’è una fatica sempre maggiore degli adolescenti a riconoscere all’altro una sua specificità. C’è proprio un negare all’altro una dignità di persona, a non riconoscerlo come una persona altra rispetto a me e quindi con tutta una serie di diritti nel senso più profondo e antropologico ed etico della questione. Probabilmente sono ragazzi che fanno fatica rispetto a competenze di tipo relazionale, di tipo emotivo, di tipo sociale e affettivo che probabilmente non sono state educate, non sono state arricchite e addestrate nel senso forte del termine negli anni precedenti. Questo è, certo, il ruolo delle famiglie ma in ottica di rete anche con altri contesti. La famiglia non va lasciata sola. Certo, se io cresco con un’immagine ed una rappresentazione dell’altro come qualcuno che va rispettato, va ascoltato, va interrogato se una cosa la vuol fare o non la vuol fare, allora è più difficile che si arrivi a questo.
Quali sono le condizioni sociali che favoriscono, provocano o aggravano le violenze sessuali nel mondo degli adolescenti? Noia? Ipersessualizzazione nei media, nella cultura? La malattia è da cercarsi nelle famiglie o nella società dei consumi come la viviamo noi oggi?
Clerici: Io credo che come sempre questi episodi si riferiscano a delle situazioni che devono essere interpretate in maniera multifattoriale. O sono situazioni psichiatriche, e ci sono dei casi per cui gli episodi di violenza o abusi di vario tipo sono legati a malattie psichiatriche ma nei casi soprattutto di adolescenti è difficile che sia così. Oppure generalmente ci sono aspetti che sono legati a fenomeni imitativi, e su questi fenomeni imitativi ci sono sicuramente delle responsabilità dei media nel momento in cui vengono mandate in onda ed enfatizzate situazioni che riguardano cose efferate e cruente: purtroppo su questo la società attuale ha una sua responsabilità in una sorta di voyerismo collettivo dove bisogna sempre parlare di questi aspetti. Si è scoperto inoltre, e questo è successo soprattutto in Inghilterra negli anni passati con il fenomeno delle gravidanze indesiderate negli adolescenti, che in questi riti di gruppo venivano assunte sostanze dotate anche di una forte capacità di indurre amnesia - e mi riferisco ad alcune benzodiazepine associate ad alcool, associate a GHB che è un farmaco per la cura d’alcolismo -. Allora questi ragazzini in gruppo usavano queste sostanze per poter drogare le ragazze e portare poi a termine abusi collettivi e lasciare le ragazze senza memoria degli episodi. Evidentemente da noi questi aspetti vengono talvolta sottovalutati: io non sarei comunque così lontano dall’idea che possano capitare anche da noi. Poi, come altro elemento c’è una sorta di degrado sociale e culturale che in alcune zone delle grosse metropolitane ed in altre del nostro Paese, come in qualunque altro Paese, può influire nel peggiorare questo tipo di situazione. Questi tre fattori sono tutti è tre ugualmente importanti.
Cosa si può fare, a livello psicologico o ad altri livelli, per contrastare il fenomeno? Cosa possono fare le famiglie, gli psicologi, lo Stato?
Clerici: Beh credo che le famiglie siano le più lontane dalla possibilità di intervenire perché in genere non sanno come maneggiare questi problemi, rispondono soltanto con sensi di colpa ed in più molto spesso negano i fenomeni. Io credo che la scuola abbia un ruolo importante soprattutto nel momento in cui gli insegnanti riescono a capire che il loro ruolo, che spesso svolgono esclusivamente in chiave pedagogica, è un ruolo pedagogicamente allargato e quindi hanno una responsabilità importante nell’aiutare i ragazzi o comunque nel costruire le condizioni per la comprensione di alcuni fenomeni. Questo vuol dire che ci sono Paesi che hanno investito molto in sportelli consulenziali, forme di intervento di gruppo, confronto tra pari – in questo il mondo anglosassone soprattutto – che vengono utilizzate per aiutare i ragazzi che hanno diritto da un lato sicuramente ad essere aiutati, ma anche per sensibilizzare gli altri a queste problematiche.
Aleteia - E’ di pochi giorni fa la notizia di una violenza sessuale di gruppo nei confronti di una sedicenne a Modena, che ha portato alla denuncia di cinque giovani. E’ opportuno riflettere, di fronte ad un episodio come questo, sui modelli e sui valori che sono presenti nella vita degli adolescenti nella nostra società. Per questo ci siamo rivolti a due esperti del mondo di quella fascia di età, e cioè alla professoressa Emanuela Maria Confalonieri, docente di Psicologia dell’adolescenza e di Psicologia dell’educazione allo sviluppo presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e al professor Massimo Clerici, docente di Psichiatria e direttore della Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell’Università degli studi di Milano Bicocca.
Le violenze sessuali nel mondo degli adolescenti, di gruppo o individuali, sembrano un fenomeno radicato nella nostra società. Le chiedo, c’è un’evoluzione, nei modi oltre che nel numero, in questo fenomeno? Cosa accade nella testa di ragazzi normali, di buona famiglia, che li trasforma in criminali? E’ un bullismo all’estremo, è mancanza del limite?
Confalonieri: Fortunatamente non succedono di frequente, però ogni tanto si legge di questi episodi. Come psicologa il fatto di Modena mi ha lasciato perplessa più del solito perché quello sembrava essere un contesto molto protetto, uno di quei contesti dove si mandano i propri figli con una certa tranquillità. Quello che colpisce è l’assoluta normalità, evidentemente apparente, della situazione, una classica festa, sabato sera, gli amici, ecc. e questa evoluzione davvero assolutamente non attesa e non attendibile che ha coinvolto questa ragazzina e una parte dei ragazzi presenti. Per questo io ci tengo a sottolineare che è giusto parlare di questi episodi ma va fatto con attenzione, altrimenti si rischia di far credere, e sarebbe riduttivo, che tutti gli adolescenti sono così. Quello che io dal mio osservatorio posso dire è che da una parte gli adolescenti sembrano fare effettivamente più fatica a capire il limite, a capire che cosa rientra in una dimensione di possibilità e che cosa invece rientra in quello che è il loro senso di invulnerabilità, la loro onnipotenza, il loro sentirsi non controllabili, il sentire che hanno in mano non solo degli oggetti ma addirittura, come nel caso che abbiamo davanti, pensare che sono padroni delle persone. In questo senso il mondo adulto fa fatica negli ultimi anni a dire di “no”, i famosi “no”, fa fatica a mettere dei paletti, fa fatica a sanzionare le trasgressioni, a far capire che le proprie azioni hanno delle conseguenze.
A chi bisogna affidarsi per cercare una via d’uscita? Alle famiglie?
Confalonieri: C’è una fatica sempre maggiore degli adolescenti a riconoscere all’altro una sua specificità. C’è proprio un negare all’altro una dignità di persona, a non riconoscerlo come una persona altra rispetto a me e quindi con tutta una serie di diritti nel senso più profondo e antropologico ed etico della questione. Probabilmente sono ragazzi che fanno fatica rispetto a competenze di tipo relazionale, di tipo emotivo, di tipo sociale e affettivo che probabilmente non sono state educate, non sono state arricchite e addestrate nel senso forte del termine negli anni precedenti. Questo è, certo, il ruolo delle famiglie ma in ottica di rete anche con altri contesti. La famiglia non va lasciata sola. Certo, se io cresco con un’immagine ed una rappresentazione dell’altro come qualcuno che va rispettato, va ascoltato, va interrogato se una cosa la vuol fare o non la vuol fare, allora è più difficile che si arrivi a questo.
Quali sono le condizioni sociali che favoriscono, provocano o aggravano le violenze sessuali nel mondo degli adolescenti? Noia? Ipersessualizzazione nei media, nella cultura? La malattia è da cercarsi nelle famiglie o nella società dei consumi come la viviamo noi oggi?
Clerici: Io credo che come sempre questi episodi si riferiscano a delle situazioni che devono essere interpretate in maniera multifattoriale. O sono situazioni psichiatriche, e ci sono dei casi per cui gli episodi di violenza o abusi di vario tipo sono legati a malattie psichiatriche ma nei casi soprattutto di adolescenti è difficile che sia così. Oppure generalmente ci sono aspetti che sono legati a fenomeni imitativi, e su questi fenomeni imitativi ci sono sicuramente delle responsabilità dei media nel momento in cui vengono mandate in onda ed enfatizzate situazioni che riguardano cose efferate e cruente: purtroppo su questo la società attuale ha una sua responsabilità in una sorta di voyerismo collettivo dove bisogna sempre parlare di questi aspetti. Si è scoperto inoltre, e questo è successo soprattutto in Inghilterra negli anni passati con il fenomeno delle gravidanze indesiderate negli adolescenti, che in questi riti di gruppo venivano assunte sostanze dotate anche di una forte capacità di indurre amnesia - e mi riferisco ad alcune benzodiazepine associate ad alcool, associate a GHB che è un farmaco per la cura d’alcolismo -. Allora questi ragazzini in gruppo usavano queste sostanze per poter drogare le ragazze e portare poi a termine abusi collettivi e lasciare le ragazze senza memoria degli episodi. Evidentemente da noi questi aspetti vengono talvolta sottovalutati: io non sarei comunque così lontano dall’idea che possano capitare anche da noi. Poi, come altro elemento c’è una sorta di degrado sociale e culturale che in alcune zone delle grosse metropolitane ed in altre del nostro Paese, come in qualunque altro Paese, può influire nel peggiorare questo tipo di situazione. Questi tre fattori sono tutti è tre ugualmente importanti.
Cosa si può fare, a livello psicologico o ad altri livelli, per contrastare il fenomeno? Cosa possono fare le famiglie, gli psicologi, lo Stato?
Clerici: Beh credo che le famiglie siano le più lontane dalla possibilità di intervenire perché in genere non sanno come maneggiare questi problemi, rispondono soltanto con sensi di colpa ed in più molto spesso negano i fenomeni. Io credo che la scuola abbia un ruolo importante soprattutto nel momento in cui gli insegnanti riescono a capire che il loro ruolo, che spesso svolgono esclusivamente in chiave pedagogica, è un ruolo pedagogicamente allargato e quindi hanno una responsabilità importante nell’aiutare i ragazzi o comunque nel costruire le condizioni per la comprensione di alcuni fenomeni. Questo vuol dire che ci sono Paesi che hanno investito molto in sportelli consulenziali, forme di intervento di gruppo, confronto tra pari – in questo il mondo anglosassone soprattutto – che vengono utilizzate per aiutare i ragazzi che hanno diritto da un lato sicuramente ad essere aiutati, ma anche per sensibilizzare gli altri a queste problematiche.
di Emanuele D'Onofrio
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