mercoledì, luglio 17, 2013
Con 32 milioni di indonesiani su 250 milioni che vivono sotto la linea di povertà, nell’immenso arcipelago asiatico il traffico di esseri umani resta una realtà concreta.

Misna -Tra il 2005 e il 2012, l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Iom) ha assistito 4.873 vittime di tratta o traffico in Indonesia, un dato che però è “la punta dell’iceborg” di un fenomeno complesso e di maggiori dimensioni, che coinvolge anche un gran numero di minorenni. In parte riguarda persone che cercano di spostarsi per migliorare le proprie condizioni di vita, in parte che vi sono costrette da bande criminali. La tratta di esseri umani per fini sessuali utilizza entrambi i network e sfrutta bisogni e mancanza di educazione.

Famiglie, vicinato, amici giocano infatti un ruolo di primo piano nella catena che approvvigiona di giovani donne il mercato del sesso nel grande paese asiatico, musulmano in maggioranza, che oscilla tra laicismo e islamizzazione radicale, ma che alla fine poco sembra fare per proteggere le proprie figlie. Un rapporto dell’Iom confermava nel 2011 che il 31% delle vittime di sfruttamento erano reclutate da conoscenti o amici. Il vicinato è al centro dell’opera di reclutamento che frutta anche 500 dollari a intermediari senza scrupoli che procurano giovani donne da avviare alla prostituzione.

Sulla carta, la legge indonesiana dispone di strumenti legislativi efficaci a contrastare il traffico di esseri umani a fini sessuali. La Legge per lo sradicamento dell’atto criminale definibile come traffico di esseri umani, in vigore dal 2007, prevede una pena massima detentiva di 15 anni e nel 2009 il governo di Jakarta ha ratificato il Protocollo delle Nazioni Unite sul traffico.

Tuttavia, nella pratica, la legge manca di strumenti chiari ed efficaci nell’applicazione. Soltanto 88 distretti dei 497 in cui è diviso il paese dispongono di apposite unità d’intervento. Generalmente mancano banche dati, fondi, personale e il disinteresse primario delle autorità è evidente. Come è evidente il divario, segnalato da molte Ong, tra numero di reati e persone che finiscono per essere condannate.


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