Il governo italiano (uscente) verso un impegno militare più diretto
di Patrizio Ricci
C’è aria di attesa in Italia: siamo appena usciti da un importante appuntamento elettorale e la strada (complici i numeri del risultato e il ‘porcellum’) è in salita. Si dovrà vedere se la politica saprà mettere il bene comune davanti alle divisioni, ai protagonismi, agli interessi delle banche e delle lobby. Animati da questa speranza, aspettiamo il nuovo Parlamento che si insedierà il 15 marzo. Nel frattempo, opportunità e correttezza politica dovrebbero suggerire al vecchio governo dei ‘tecnici’ di portare avanti solo l’ordinaria amministrazione. E’ per questa ragione che desta sconcerto il summit che il nostro Ministero degli Esteri ha deciso di organizzare oggi a Roma. Si tratta di una riunione internazionale tra gli “undici paesi più coinvolti nella gestione della crisi siriana” (quelli più oltranzisti, contrari ad una soluzione politica del conflitto) e la Syrian National Coalition (SNC): lo scopo è superare la ‘prudenza europea’ e decidere di fornire direttamente armamenti ed addestramento (la notizia è sul sito del Ministero degli Affari Esteri.
A Bruxelles il 18 febbraio il Parlamento Europeo doveva decidere sul rinnovo delle sanzioni in atto contro la Siria. In quell’occasione l’Europa, non curante delle preoccupazioni espresse dall’Episcopato siriano e dalla componente non armata dell’opposizione (la componente maggioritaria, fortemente contraria a coinvolgimenti esterni), aveva deciso ugualmente di proseguire ulteriormente l’embargo. Il provvedimento preso dall’UE non si è limitato alle sole sanzioni economiche ma ha esteso le misure decidendo di fornire un “maggiore supporto non letale” alle forze armate anti Assad.
Queste gravi decisioni, paradossalmente, sono state giudicate ancora insufficienti dalle petrolmonarchie assolutistiche del Golfo (in primis Arabia Saudita e Qatar). Il pressing sull’Italia ha fatto propendere il nostro Ministero degli Esteri per ‘fare sponda’ alle richieste della ‘coalizione di Doha’ ed è stata organizzata la riunione di Roma. Il summit viene incontro alle richieste della parte più intransigente dell’opposizione siriana ed è caratterizzato da una forte e precisa impostazione politica: superare la ritrosia europea e statunitense ad assumere un ruolo attivo nel conflitto. Senza mai averla seriamente intrapresa, si esclude così a priori l’azione diplomatica e la riconciliazione, s’ignorano le progressive derive jadiste del conflitto e gli attentati e non si riconosce che le conseguenze sulla popolazione sono provocate da entrambi le parti.
Esimersi da simili iniziative non è solo una questione di opportunità politica, ma c’è anche un altro aspetto che riguarda il diritto italiano e internazionale: fornire armi in paese in guerra è espressamente vietato dall’articolo 2 comma 7 della Carta dell'Onu. L’invio di armi poi non è affatto un atto di ‘ordinaria amministrazione’ ed è evidente che simili iniziative necessiterebbero, se approvate, del parere delle Camere. Il timore è però che sia possibile, come nel caso europeo, adottare l’uso di ambigue alchimie lessicali (il Parlamento Europeo ha deciso di fornire ai ribelli ‘armi non letali’…) per giustificare l’ingiustificabile: come già accaduto in altre occasioni, se si optasse per l’invio gratuito di armamenti non sarebbe richiesto nessun passaggio parlamentare.
E’ innegabile che dai cosiddetti ‘aiuti’, come successo in Libia, proverranno reciproci accordi commerciali (cosa certo molto utile in periodo di crisi economica) ma fino a che punto siamo disposti ad accantonare la nostra coscienza, la nostra Costituzione, il diritto internazionale e gli stessi principi dei Padri fondatori della nostra civiltà europea?
di Patrizio Ricci
C’è aria di attesa in Italia: siamo appena usciti da un importante appuntamento elettorale e la strada (complici i numeri del risultato e il ‘porcellum’) è in salita. Si dovrà vedere se la politica saprà mettere il bene comune davanti alle divisioni, ai protagonismi, agli interessi delle banche e delle lobby. Animati da questa speranza, aspettiamo il nuovo Parlamento che si insedierà il 15 marzo. Nel frattempo, opportunità e correttezza politica dovrebbero suggerire al vecchio governo dei ‘tecnici’ di portare avanti solo l’ordinaria amministrazione. E’ per questa ragione che desta sconcerto il summit che il nostro Ministero degli Esteri ha deciso di organizzare oggi a Roma. Si tratta di una riunione internazionale tra gli “undici paesi più coinvolti nella gestione della crisi siriana” (quelli più oltranzisti, contrari ad una soluzione politica del conflitto) e la Syrian National Coalition (SNC): lo scopo è superare la ‘prudenza europea’ e decidere di fornire direttamente armamenti ed addestramento (la notizia è sul sito del Ministero degli Affari Esteri.
A Bruxelles il 18 febbraio il Parlamento Europeo doveva decidere sul rinnovo delle sanzioni in atto contro la Siria. In quell’occasione l’Europa, non curante delle preoccupazioni espresse dall’Episcopato siriano e dalla componente non armata dell’opposizione (la componente maggioritaria, fortemente contraria a coinvolgimenti esterni), aveva deciso ugualmente di proseguire ulteriormente l’embargo. Il provvedimento preso dall’UE non si è limitato alle sole sanzioni economiche ma ha esteso le misure decidendo di fornire un “maggiore supporto non letale” alle forze armate anti Assad.
Queste gravi decisioni, paradossalmente, sono state giudicate ancora insufficienti dalle petrolmonarchie assolutistiche del Golfo (in primis Arabia Saudita e Qatar). Il pressing sull’Italia ha fatto propendere il nostro Ministero degli Esteri per ‘fare sponda’ alle richieste della ‘coalizione di Doha’ ed è stata organizzata la riunione di Roma. Il summit viene incontro alle richieste della parte più intransigente dell’opposizione siriana ed è caratterizzato da una forte e precisa impostazione politica: superare la ritrosia europea e statunitense ad assumere un ruolo attivo nel conflitto. Senza mai averla seriamente intrapresa, si esclude così a priori l’azione diplomatica e la riconciliazione, s’ignorano le progressive derive jadiste del conflitto e gli attentati e non si riconosce che le conseguenze sulla popolazione sono provocate da entrambi le parti.
Esimersi da simili iniziative non è solo una questione di opportunità politica, ma c’è anche un altro aspetto che riguarda il diritto italiano e internazionale: fornire armi in paese in guerra è espressamente vietato dall’articolo 2 comma 7 della Carta dell'Onu. L’invio di armi poi non è affatto un atto di ‘ordinaria amministrazione’ ed è evidente che simili iniziative necessiterebbero, se approvate, del parere delle Camere. Il timore è però che sia possibile, come nel caso europeo, adottare l’uso di ambigue alchimie lessicali (il Parlamento Europeo ha deciso di fornire ai ribelli ‘armi non letali’…) per giustificare l’ingiustificabile: come già accaduto in altre occasioni, se si optasse per l’invio gratuito di armamenti non sarebbe richiesto nessun passaggio parlamentare.
E’ innegabile che dai cosiddetti ‘aiuti’, come successo in Libia, proverranno reciproci accordi commerciali (cosa certo molto utile in periodo di crisi economica) ma fino a che punto siamo disposti ad accantonare la nostra coscienza, la nostra Costituzione, il diritto internazionale e gli stessi principi dei Padri fondatori della nostra civiltà europea?
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