sabato, febbraio 16, 2013
In Siria, prosegue senza sosta l’esodo dei civili in seguito agli scontri tra esercito e ribelli in varie zone del Paese.  

Radio Vaticana - La situazione sarà al centro del Consiglio dei ministri degli Esteri europei, in programma lunedì prossimo a Bruxelles. In cima all’agenda, c’è il rinnovo del pacchetto di sanzioni deciso a novembre, che scade a fine mese. Tuttavia, secondo fonti diplomatiche, si discuterà anche della proposta britannica di modificare l’embargo delle armi in modo da poter rifornire l’opposizione. Sulla questione, Eugenio Bonanata ha raccolto il parere di Maria Grazia Enardu, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università di Firenze: ascolta

R. - Gli europei, e in questo caso gli inglesi, hanno finalmente preso atto del fatto che non solo in Siria arrivano armi - e tante - ma che l’unico modo che hanno per favorire quei gruppi con cui domani l’Europa o gli occidentali possono avere rapporti è fare in modo che le armi arrivino anche a loro, e non a gruppi legati invece a movimenti fondamentalisti o comunque considerati eversivi.

D. - Pare che la reazione della Francia sia stata tiepida...

R. - Noi parliamo sempre di Siria. Però, quando si parla di Francia o di Europa bisogna anche pensare al Libano. Da parte di tutti c’è estrema prudenza, perché il destino della Siria rischia poi di influenzare quello del Libano e la Francia - che è stata potenza mandataria nei due Paesi - conosce benissimo le complicazioni, la frammentazione di quella società, e quindi è prudente con perfetta nozione di causa.

D. - Secondo lei, questa situazione in Europa può acuire le spaccature in Siria?

R. - Tutta l’opposizione siriana è estremamente frammentata: non solo i movimenti di ideologie contrastanti, ma anche e soprattutto tra chi sta dentro il Paese e combatte - teniamo presente che c’è largo spazio per i comandanti militari - e chi sta fuori, da esule, e poi spera di tornare e in qualche modo governare la situazione. Come tutte le situazioni sul campo, questa si evolve con una sua dinamica.

D. - Tra l’altro, l’opposizione proprio in queste ore ha lanciato un appello ai dissidenti all’estero, chiedendo di tornare per amministrare le zone liberate…

R. - Si spera che tornino in modo migliore di quanto non abbiano fatto gli esuli, che rientrarono in Iraq senza conoscere più il Paese da cui erano partiti.

D. - A livello internazionale, la Russia ha ribadito che non è più in grado di dialogare con Assad. Quali saranno le conseguenze?

R. - La Russia ormai da settimane - se non addirittura da mesi - se ne è praticamente lavata le mani. Però, ha anche uomini e corposi interessi e sta cercando letteralmente una via d’uscita. È possibile che nelle prossime settimane Russia, Unione Europea o comunque Paesi occidentali, collaborino in questo senso anche senza farlo sapere troppo.

D. - Intanto, sul terreno i profughi aumentano ogni giorno: 180 mila quelli registrati ufficialmente solo in Turchia…

R. - I profughi sono una marea e stanno mettendo in crisi Paesi deboli come la Giordania. Sarebbe interessante, ma non se ne parla, qual è la composizione etnica dei profughi: se quelli a partire sono in maggioranza alawiti, sciiti, sunniti o cristiani o altri ancora, perché si sta operando nel Paese una sorta di pulizia etnica che domani diventerà la nuova Siria.


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