La mostra a Pisa ha permesso di riflettere ancora una volta sul rapporto tra scienza e fede
Si è appena conclusa a Pisa la mostra “Storie dall’altro mondo. L’universo fuori e dentro di noi”, che raccontava alcune delle tappe del viaggio dell'uomo alla scoperta del cosmo sulle spalle di alcuni giganti (Galileo, Copernico, Newton), di cui il visitatore ha avuto la rara opportunità di osservare le opere originali, di proprietà della Specola Vaticana. Ma la mostra ha evidenziato anche le grandi questioni ancora aperte e agli interrogativi su cui si innesta la ricerca degli scienziati contemporanei. “Oggi sappiamo – hanno detto i curatori don Alessandro Omizzolo e Franco Cervelli - di ignorare il 96 di ciò che, in termini di materia e energia, costituisce l'Universo. Continuiamo ad esplorare il legame che unisce la materia allo spazio e al tempo, intuito da Einstein un secolo fa, e con i moderni acceleratori di particelle siamo vicini a chiarire o almeno in parte ad illuminare il mistero dell'origine di quella proprietà della materia in grado di modificare il tempo e piegare lo spazio: la massa”.
Il rapporto che gli uomini hanno avuto con l’infinitamente grande (e anche con l’infinitamente piccolo) è sempre stato diversificato e questa frase di Antoine de Saint- Exupery è la sua più grande esemplificazione: “Gli uomini hanno delle stelle che non sono le stesse. Per alcuni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide. Per altri non sono che delle piccole luci. Per altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi”. Ha proprio ragione il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry. “Molte volte per noi astronomi – dice padre G. Funes, gesuita direttore della Specola Vaticana - i pianeti, le stelle, le galassie sono dei punti interrogativi, dei “problemi” che chiedono una risposta impegnativa, ragionevole, scientifica. Forse il piccolo principe ha seguito qualche corso di astronomia. Perché questa è l’immagine diffusa dello scienziato: un uomo serio, che parla di cose difficili, incomprensibili per tutti tranne che per i suoi colleghi”.
Forse anche i visitatori della mostra si sono posti delle domande e sicuramente hanno avuto delle risposte, sia pure parziali, dalle didascalie presenti nel percorso espositivo. È una materia in continuo divenire quella dell’astronomia, come del resto tutte le scienze che sono tutte sottoposte al principio di falsificabilità, di cui il filosofo Popper era il sostenitore più convinto.
Galileo forse rappresenta il primo caso nella storia della scienza in cui questo principio si sia applicato, avendo egli rimesso in discussione tutta la visione geocentrica precedente. E infatti padre Funes ha affermato tre anni fa, durante l’inaugurazione dell’anno dedicato all’astronomia: “Penso che il caso Galileo non si potrà mai chiudere in un modo soddisfacente per tutti. Io credo che l’umanità e la Chiesa debbano essergli riconoscenti per il suo impegno a favore del copernicanesimo e della Chiesa stessa. Il drammatico scontro di alcuni uomini di Chiesa con Galileo ha lasciato delle ferite che ancora oggi sono aperte. La Chiesa in qualche modo ha riconosciuto i suoi sbagli. Forse si poteva fare meglio: sempre si può far meglio”.
E Antonio Zichici, da parte sua, ha ribadito: “Noi siamo l’unica forma di materia vivente a cui è stato dato il privilegio del dono della ragione; ed è grazie alla ragione che la forma di materia vivente cui noi apparteniamo ha potuto scoprire il linguaggio, la logica e la scienza … Senza ragione non avremmo potuto scoprire la scienza, questa straordinaria avventura intellettuale, iniziata solo 400 anni fa, con Galileo Galilei e le prime Leggi fondamentali della natura da lui scoperte. Galilei le chiamava “Impronte del Creatore”, impronte che potevano anche non esistere. Invece lui era convinto che esistessero, e che fossero presenti sia nelle stelle, sia nella materia “volgare” come le pietre, nelle quali in quel tempo tutti erano certi che non fosse possibile trovare verità fondamentali. È proprio studiando le pietre che Galilei iniziò a cercare quelle impronte, per un atto di fede nel Creatore”.
Un atto di fede e di umiltà che ci ha permesso di arrivare, in soli quattro secoli, a concepire l'esistenza del "supermondo": la più alta vetta delle conoscenze scientifiche galileiane, quindi del sapere rigoroso, nell'immanente. Le frontiere stesse del supermondo confermano che siamo l'unica forma di materia vivente dotata di ragione. Quell’atto di fede e di umiltà intellettuale, maturato nel cuore della cultura cattolica, ha fatto dire a Giovanni Paolo II, il 30 marzo 1979 in Vaticano, alla presenza dei rappresentanti dei fisici di tutta Europa, che Galileo Galilei è figlio legittimo e prediletto della Chiesa cattolica. Pensiero condiviso da Papa Benedetto XVI e testimoniato nella cupola della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma da un’altra famosa frase di Giovanni Paolo II: “La scienza ha radici nell’Immanente ma porta l’uomo verso il Trascendente”.
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importante affiancare scienza e fede, sono il nostro pane
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