venerdì, aprile 06, 2012
Il libro “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman è stato oggetto di studio e messa in scena da parte del compositore e regista teatrale Franco Eco, intervistato oggi per La Perfetta Letizia da Monica Cardarelli

D. - Come è nato l’interesse per la messa in scena del libro “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman? Come ha lavorato alla sceneggiatura, quali scelte ha fatto per la messa in scena e l’adattamento del testo?

R. - Le piccole storie mi hanno sempre affascinato. Quelle piccole storie quasi invisibili che spariscono di fronte ai grandi eventi del mondo, come in questo caso è la vicenda di due grandissimi amici con la Seconda Guerra Mondiale che fa da sfondo al racconto. Inoltre la "traduzione" di un testo dalla narrativa alla prosa non è mai semplice. Uno dei miei maestri, Gabriele Lavia, mi diceva sempre: "Ogni traduzione è un tradimento", e in fondo ha ragione. Se si vuole portare in teatro un romanzo che - per ovvie ragioni estetiche - non è nato per il teatro, allora bisogna mettere in conto che quel romanzo va tradito! È pura semantica.

D. - Con Simone Pieroni ha costituito la compagnia Eco & Pieroni con cui lavora da anni. In che misura, per la messa in scena, l’attore propone suggestioni al regista e viceversa?

R. - Simone è stato molto bravo a ricostruire il passato in un'azione presente. Attenzione, non è il concetto del flashback, ma una coesistenza di passato e presente nel medesimo istante, cosa per un attore è di un'immane difficoltà. Con Simone abbiamo avuto gli stessi maestri - anche se a distanza di anni - e questo consolida maggiormente il nostro lavoro. In genere mi affido molto agli attori e ai loro punti di vista, purché siano mossi da riflessioni critiche e meditate. D'altra parte il teatro è fatto dagli attori e non dai registi. C'era un uomo di nome Vsevolod Mejerchol'd - che ritengo il più grande regista del primo novecento - che paragonava gli attori a degli strumenti musicali in cui il regista, alias il direttore dell'orchestra, li metteva in accordo facendo rispettare la partitura, o il testo teatrale. Non è certo un caso che i migliori trattati di orchestrazione degli ultimi cento anni dicono che bisogna sempre affidarsi al musicista per meglio capire ed esprimere le potenzialità dello strumento. Insomma, credo che un bravo regista sia tale solo se è al servizio dell'attore, se lo sa fare suonare.

D. - Nel teatro la musica gioca un ruolo fondamentale, non solo come ‘accompagnamento’ perché dalla musica può nascere l’azione teatrale. In questo lavoro lei è sia regista che compositore: è nata prima la musica o la regia? Quale dimensione artistica ha influenzato e creato l’altra?

R. - È una domanda alla quale ho sempre grande difficoltà a rispondere. Sono dell'idea che un regista ha molte più cose in comune con un compositore di quante ne abbia con un attore. I più potrebbero dissentire, ma mi spiego. Il processo creativo che sta alla base del compositore e del regista è il medesimo, diversamente da quello dell'attore che abbraccia un campo diverso della creazione, ovvero quello dell'interpretazione. Assistiamo sempre ad esempi in cui la regia può essere la naturale conseguenza della recitazione. Nel caso di un attore-regista osserviamo che è o la regia o la recitazione ad influenzare l'una o l'altra cosa. Invece nell'esempio del compositore-regista la musica e il teatro si contaminano a vicenda, nascono insieme. Pensiamo a Wagner, per esempio, a quanto il teatro degli ultimi 150 anni sia in debito con un compositore che ha rivoluzionato la concezione di illusione, di spettacolo e di messa in scena. Con la sua poetica anche Shakespeare ha acquistato una nuova luce, o per dirla brechtianamente: ha acquistato l'ottone.

D. - Nelle Note di regia a “L’amico ritrovato” nel suo sito (www.francoeco.it), lei scrive che nel libro aleggia un’inquietudine e una tensione al ‘ritrovarsi’ e scopre nella scrittura narrativa di Uhlman una qualità musicale “al tempo stesso melodica e ossessiva”. Ce ne vuole parlare?

R. - La cosa che più mi affascina è pensare che lo spettacolo duri appena qualche secondo. Si apre con una lettera che giunge dalla Germania e si conclude con la medesima lettera. In mezzo assistiamo ad un ricordo - che poi è lo spettacolo stesso - e che per gli spettatori dura un'ora, ma per il personaggio è il tempo di una sinapsi, di un sussulto al cuore. Non c'è uno svolgimento dei fatti vero e proprio, c'è solo la crudele apertura anatomica del cuore del protagonista per cui allo spettatore è permesso sbirciare. Ce ne accorgiamo di ciò solo nel finale e indubbiamente tutto è reso magicamente illusorio grazie alla qualità espressiva di Uhlman, una qualità che per l'appunto è vicino al linguaggio musicale. Un linguaggio fatto di modulazioni, di contrappunti e fughe, di dissonanze, pause e riprese.

D. - Un’amicizia sfortunata, potremmo dire oggi, quella tra i due protagonisti della storia… o forse la difficoltà per due ragazzi di vivere le proprie emozioni, le proprie paure, i disagi e le piccole felicità?

R. - Credo entrambe le cose. Nel racconto due adolescenti scoprono il mondo, e ciò che vedono è un mondo pieno di male e di dolore, un mondo in cui Dio s'è dimenticato dell'Uomo, un Dio motore immobile di matrice aristotelica. Tutto ciò unito al precipitare degli eventi storici della Seconda Guerra porta nei due ragazzi un profondo sconforto e senso di smarrimento, fino a prendere strade completamente diverse: uno dei due seguirà Hitler, mentre l'altro (un ebreo borghese) emigrerà negli USA.

D. - Che ruolo aveva secondo lei, nella storia de “L’amico ritrovato”, la diversità tra i due ragazzi espressa anche nella diversa religione professata? Quanto ne ha tenuto conto nella messa in scena?

R. - Più che differenza di "credo" ho voluto marcare la mano sulle differenze teologiche e filosofiche, e sul perché si porta a confutare l'esistenza di un Essere superiore. Io mi reputo un convintissimo ateo, ma proprio questa ragione di "non credenza" mi spinge molto alla teologia e alla ricerca del divino. Ultimamente sono molto ossessionato dai Vangeli, apocrifi soprattutto. Indagare altre prospettive del Cristo è indubbiamente la mia ricerca dei prossimi anni, forse della vita.

D. - Tutta l’azione teatrale si svolge tra il ricordo e il presente con un’alternanza di emozioni sentite e comunicate dall’attore Simone Pieroni. Quanto pensa che sia importante ricordare e vivere in modo equilibrato il proprio passato? E quanto il teatro e la musica possono aiutarci in questo difficile percorso umano, personale e sociale?

R. - Vivere o rivivere il proprio passato in modo equilibrato è fondamentale per il futuro, ma concludo che è proprio attraverso l'Arte, la più alta espressione dello spirito umano, che si conserva intatta la Memoria. Penso all'enorme danno che ha subìto l'Umanità con la biblioteca di Alessandria e a come potrebbe essere stata la nostra scienza e la nostra filosofia con la conservazione di quei codici andati in fumo. Però qualcosa della nostra Memoria si conserva (un po' meno si preserva); senza Omero, Euripide, Sofocle, e poi Dante, Shakespeare, ecc... saremmo stati soltanto delle bestie.

Sono presenti 2 commenti

Unknown ha detto...

Il senso della vita.

Pochi fortunati esseri umani possono dare un senso alla vita. La stragrande maggioranza, invece, non ha la possibilità o la voglia di pensarci perché colpita da innumerevoli sofferenze, causate dalla natura o dagli uomini stessi. Molto frequentemente la sofferenza colpisce anche quei pochi che un senso alla vita l' avevano già dato.

La SOFFERENZA imperversa su tutto!

Spontanea questa considerazione:

La divina commedia.
Immaginare, ipotizzare, pensare, credere, che possa esistere un essere tanto malefico, malvagio, tragico, che, oltre a tutte le altre malefatte ( infinite sofferenze per gli esseri viventi, umani ed animali ) abbia creato anche la tortura eterna, è una idiozia colossale.
Dante che l’ ha scritta e Benigni che la decanta, sono due inconsapevoli terroristi idioti. ( iddioti e credini, detto alla maniera di Odifreddi )
Purtroppo anche alcune persone geniali, essendo inculcati di religione sin dall’infanzia, non si rendono conto delle stupidaggini che gli hanno propinato.
La scuola deve essere assolutamente liberata da insegnamenti religiosi. Ai nostri figli si deve insegnare l’ uso della ragione, e tanto, tantissimo allenamento al tale uso. Oltre, ovviamente, all' apprendimento della storia delle religioni e dell' ateismo.


https://sites.google.com/site/cerquinigiuseppe/home

Unknown ha detto...

Il senso della vita.

Pochi fortunati esseri umani possono dare un senso alla vita. La stragrande maggioranza, invece, non ha la possibilità o la voglia di pensarci perché colpita da innumerevoli sofferenze, causate dalla natura o dagli uomini stessi. Molto frequentemente la sofferenza colpisce anche quei pochi che un senso alla vita l' avevano già dato.

La SOFFERENZA imperversa su tutto!

Spontanea questa considerazione:

La divina commedia.
Immaginare, ipotizzare, pensare, credere, che possa esistere un essere tanto malefico, malvagio, tragico, che, oltre a tutte le altre malefatte ( infinite sofferenze per gli esseri viventi, umani ed animali ) abbia creato anche la tortura eterna, è una idiozia colossale.
Dante che l’ ha scritta e Benigni che la decanta, sono due inconsapevoli terroristi idioti. ( iddioti e credini, detto alla maniera di Odifreddi )
Purtroppo anche alcune persone geniali, essendo inculcati di religione sin dall’infanzia, non si rendono conto delle stupidaggini che gli hanno propinato.
La scuola deve essere assolutamente liberata da insegnamenti religiosi. Ai nostri figli si deve insegnare l’ uso della ragione, e tanto, tantissimo allenamento al tale uso. Oltre, ovviamente, all' apprendimento della storia delle religioni e dell' ateismo. Amen.



https://sites.google.com/site/cerquinigiuseppe/home

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