venerdì, ottobre 14, 2011
Intervista a Giuseppe De Marzo, del 'Coordinamento 15 Ottobre' che organizza la manifestazione italiana per la giornata mondiale di mobilitazione 'Uniti per il cambiamento globale'

PeaceReporter - Giuseppe De Marzo, attivista, giornalista e scrittore, portavoce dell'associazione A Sud e di Uniti per l'Alternativa, fa parte del Coordinamento 15 Ottobre che organizza la manifestazione convocata a Roma per la giornata di mobilitazione internazionale 'Uniti per il cambiamento globale' lanciata mesi fa dagli Indignados spagnoli.


L'appello degli indignati per la manifestazione del 15 Ottobre parla di una manifestazione apartitica, ma nel Coordinamento italiano figurano le sigle di diversi partiti della sinistra radicale. Non è una contraddizione?


Il Coordinamento 15 Ottobre è semplicemente uno spazio aperto e plurale che si è preso l'incarico di rispondere all'appello internazionale e di organizzare la logistica della manifestazione. Dopodiché ogni Paese ha la sua storia. Io personalmente ritengo che l'indignazione non basti, credo che accanto all'indignazione bisogna costruire un'alternativa e una proposta politica concreta che agisce anche nell'immediato, perché la crisi morde. E morde non solo i giovani e gli studenti che animano il movimento degli indignati, ma anche le famiglie e i lavoratori. Bisogna dare risposte concrete subito: non c'è spazio per il fricchettonismo e le ragazzinerie. L'inadeguatezza dei partiti è evidente a tutti, ma da qui a dire che essi non possono aderire e partecipare a una manifestazione ce ne passa. Non trovo nulla di strano nel fatto che determinate forze politiche vogliano essere in piazza con noi: quello che trovo strano è che quelle stesse forze che manifestano con noi poi non sono conseguenti nei loro programmi politici. Anche mettendole alla porta non eviteremmo comunque che poi la politica partitica faccia il suo corso. Io credo che l'autonomia di un movimento non si conquista tenendo a distanza i partiti, ma attraverso la forza delle idee, delle proposte, attraverso la capacità politica di produrre quel conflitto sociale di cui il Paese ha bisogno per costruire un consenso diverso. Non bisogna ricascare nella situazione di tensione tra movimenti e partiti che abbiamo conosciuto alla fine degli anni Novanta e agli inizi degli anni Duemila.

Sabato a Roma i partiti che partecipano al Coordinamento saranno quindi in piazza con le loro bandiere?


Il corteo verrà aperta da uno striscione di testa con su scritto in diverse lingue "Peoples of Europe rise up", popoli d'Europa sollevatevi. La presenza dei partiti che criticano la crisi e l'austerità è legittima perché la piazza è una 'res pubblica', ma come Coordinamento abbiamo chiesto ai partiti di stare in chiusura del corteo. Per tutto il corteo abbiamo chiesto sobrietà nell'utilizzo dei simboli di partito e che, nello spezzone iniziale dei movimenti e delle associazioni, non vi siano bandiere di partito. La manifestazioni degli indignati in Spagna e a New York sono sfociate in occupazioni a oltranza delle piazze. Accadrà anche a Roma? Sarà bello se questo accadrà senza che ciò venga preventivamente organizzato a tavolino. Ci auguriamo che fiorisca spontaneamente il desiderio di rioccupare anche fisicamente gli spazi pubblici da cui i cittadini sono stati espulsi. Ben vengano quindi le accampate negli spazi pubblici. Sarebbe bellissimo che il popolo italiano riprendesse la parola svuotando di potere governi e partiti. Se questo accadrà, il 15 ottobre sarà un giorno storico per il nostro Paese.

Dalle manifestazioni degli indignati spagnoli del 15 Marzo sono uscite delle proposte concrete per la Spagna. Accadrà anche per l'Italia dopo la manifestazione di sabato?


Non credo proprio che il Coordinamento 15 Ottobre partorirà delle proposte o un programma dopo la manifestazione, perché è difficile immaginare una sintesi verticale tra tutte le reti associative che lo compongono. Reti che da decenni lavorano su più fronti per costruire un'alternativa: con i referendum del 12-13 giugno che hanno portato 27 milioni di persone a votare sulle nostre proposte concrete, oppure incidendo sul piano locale costruendo nuova istituzionalità sociale sui temi come l'acqua pubblica, il riciclo dei rifiuti, la redistribuzione dell'energia: tutti terreni su cui il capitale costruisce il suo plusvalore. Un'altra ipotesi si cui stiamo ragionando nel Coordinamento è la possibilità di proporre un referendum per abrogare il disgraziato articolo 8 dell'ultima manovra finanziaria che sancisce la definitiva mercificazione dell'essere umano lavoratore. Insomma, non significa che il 15 ottobre debba limitarsi a essere un evento episodico, assolutamente no. Deve aprire un percorso e uno spazio aperto di confronto e collaborazione tra queste diverse realtà per costruire insieme delle proposte alternative per contrastare non solo il centrodestra berlusconiano, un governo di accattoni, cialtroni, piduisti e mafiosi, ma anche il centrosinistra: un'opposizione completamente sterile, responsabile e corresponsabile del declino degli ultimi vent'anni, succube di un'idea di sviluppo e progresso che noi riteniamo completamente sbagliata, guidata da personaggi come Prodi, Veltroni e Letta che ora sono impegnati a parlare con Profumo e a scrivere un programma copiando la letterina di Draghi e Trichet e il manifesto di Confindustria. Questi signori devono capire bene una cosa, che è il senso più profondo del 15 ottobre: non li lasceremo più decidere contro di noi, perché la scissione tra il popolo e chi pretende di rappresentarlo anche con istanze progressiste è ormai completa. La democrazia rappresentativa è fallita, quindi siamo consapevoli che un cambiamento difficilmente verrà dal livello nazionale: è al livello locale, città e comuni, che possiamo incidere.

Tra le proposte alternative che il movimento globale sta discutendo c'è l'uscita dalla crisi non attraverso l'indebitamento senza fine, ma attraverso il default pilotato e l'uscita dall'euro. Potrebbe applicarsi anche all'Italia?

Questo è un tema fondamentale. Come economista ritengo che il default pilotato, così come attuato ad esempio dall'Islanda, non sia una soluzione utopistica, ma l'unica via percorribile. Utopistico è pensare di riuscire a pagare anche solo gli interessi sul nostro debito, per cui sarebbe necessario crescere a un ritmo del 9 per cento annuo: impossibile per un'economia matura, non emergente, come quella Italiana, oltre ecologicamente insostenibile. E' inutile continuare a recitare il mantra della crescita infinita come soluzione a tutti i problemi. Per uscire dalla spirale del debito ci sono solo due strade: o lo si fa pagare ai cittadini come chiedono l'Fmi e la Bce, con effetti depressivi devastanti sull'economia e sulla società, oppure si decide di non onorare la parte di debito pubblico perversamente e ingiustamente contratta dallo Stato con il sistema finanziario speculativo, dicendo a chi ha speculato che quei soldi non li avrà. La vita delle persone vale più dell'onore. La Grecia è fallita da un anno e mezzo! Il meccanismo perverso attraverso il quale la troika Fmi-Ue-Bce la fa sopravvivere al lumicino serve solo a costringere lo Stato greco a svendere il proprio patrimonio: le privatizzazioni avvengano non a caso sempre in Paesi decotti in cui si compra facile. L'Italia rischia la stessa sorte. Per ridurre il debito Tremonti ha già parlato di privatizzazioni per 500 miliardi di euro riguardanti le principali aziende nazionali. Ma non dimentichiamoci che l'Italia convive con il debito elevato da cinquant'anni: ridurlo al 60 per cento del Pil è un'urgenza solo delle grandi banche, solo di chi ha interesse a spingere una politica monetaria deflattiva in una situazione già recessiva, il che è pura follia in termini di sostenibilità economica e sociale. E' come continuare a somministrare cianuro a un moribondo.

E l'uscita dall'euro?


E' una possibilità che una classe politica seria dovrebbe almeno prendere in considerazione, se non altro perché potremmo trovarci a doverlo fare per forza, non per scelta, e sarebbe quindi opportuno prepararsi a questa eventualità con delle simulazioni. E' inutile continuare a dire che questo, così come un default, sono scenari a cui non bisogna nemmeno pensare: bisogna pensare e come a questi scenari, per essere pronti a guidarli e non a subirli. Le visioni apocalittiche sono infondate: basta pensare all'uscita dell'Italia dallo Sme nel 1992, che non fu una tragedia per il nostro Paese. L'uscita dall'euro, se opportunamente concordata sia dal punto di vista economico che giuridico, non è il male assoluto che ci deve terrorizzare. L'andamento dei mercati speculativi indica che l'uscita dall'euro di alcuni Paesi o la fine dell'euro è l'esito su cui i broker continuano a scommettere, quindi sarebbe saggio essere pronti ad affrontare questa eventualità per preparare adeguate difese al nostro mercato del lavoro e delle merci. Altrimenti sì che sarebbe una catastrofe.

Qual'è il tuo giudizio sul movimento di protesta statunitense iniziato con l'occupazione di Wall Street e ora estesosi a decine di altre città?


E' bello e interessante quello che sta accadendo negli Stati Uniti, ma bisogna anche osservare che in quelle piazze c'è la classe media, giovani e meno giovani, ma per ora mancano completamente le classi più vessate e colpite dalla crisi, a partire dalle componenti afroamericane e ispaniche che costituiscono la maggioranza della manodopera sfruttata negli Stati Uniti e la maggioranza di quelli che non votano. Mi auguro quindi che questa protesta, assolutamente positiva come segnale di risveglio, sia in grado di connettersi con la pancia della società Usa così da costruire un blocco sociale più ampio, capace di produrre trasformazione politica e un ribaltamento reale dei rapporti di forza.

Sono presenti 2 commenti

Anonimo ha detto...

I simboli spesso sono una questione di sostanza ed in democrazia si ha il diritto di manifestare la propria identità ed appartenenza anche attraverso una bandiera. Guai a voler negare questo diritto o ad usare livore, cosa che purtroppo accade ad una parte del movimento, come vedo dalle mail che mi arrivano, ordinando di dover essere apoliti e apartitici. Difendo il mio diritto democratico di essere partico e politico, ma non solo: di essere orgolioso di far parte di una forza che in tempi in cui non era di moda già si batteva, spesso sola, per la tassazione delle rendite finanziarie, degli enormi patrimoni, contro gli stipendi spropositati dei manager, contro la precarietà e per una globalizazione diversa. Un po' di umiltà dovrebbe averla anche chi è apolitico e apartitico, magari ringraziando le forze politiche che spesso, senza tornaconto, hanno offerto strutture e braccia, come è stato per i referendum sull'acqua ed il nucleare.

Anonimo ha detto...

Quanto scritto sopra mi trova in perfetta sintonia

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