giovedì, settembre 29, 2011
I combattimenti tra lealisti e ribelli continuano concentrandosi attorno a Sirte, città natale di Gheddafi, e ormai le sorti della guerra, chiare da tempo, forse fin dall’inizio, ora lo sono ancora di più. Quale sarà il futuro della Libia? Lo chiediamo a Giuseppe Acconcia, giornalista ed esperto di Medio Oriente.

di Daniela Vitolo

Il Consiglio Nazionale Transitorio (Cnt), da qualche giorno riconosciuto come guida del Paese anche dall’Unione Africana, che fino a questo momento si era rifiutata di voltare definitivamente le spalle al suo maggiore finanziatore, ha incontrato alcuni dei leader europei per parlare del futuro della Libia. Del rais non c’è traccia - sparito nell’Africa subsahariana o nascosto chissà dove - ma si hanno sue notizie: sta bene, non ha alcuna intenzione di arrendersi e incita i fedelissimi a resistere. A questo punto, sembra naturale chiedersi cosa accadrà una volta cessata la guerra civile. È evidente che nessuno conosce la risposta, tuttavia è possibile ipotizzare alcuni degli scenari che potrebbero delinearsi in futuro. Dopo quarantadue anni di dittatura e alcuni mesi di guerra sarà necessario affrontare la ricostruzione del Paese in macerie e, cosa più importante, si dovrà tentare di ricucire le profonde e antiche fratture tra la popolazione per consentire la rinascita della Libia. Si tratta di divisioni etniche, regionali, tribali, alcune delle quali emerse quando i colonizzatori italiani imposero a popolazioni diverse di coabitare. Divisioni che Gheddafi ha saputo sfruttare facendo tesoro del motto latino ‘divide et impera’.

Oggi la coalizione anti-gheddafiana ha ereditato le divisioni storiche, ma oltre a quelle già citate se ne devono considerare altre, come quelle tra islamisti e laici e quella tra conservatori e progressisti. Alle divisioni interne si aggiunge la notevole disorganizzazione - resasi palese nelle ultime settimane - dei gruppi di ribelli su cui il Cnt, formato in larga parte da uomini un tempo fedeli a Gheddafi, non riesce a prendere il controllo. Tali divisioni potrebbero rivelarsi particolarmente dannose per il processo di stabilizzazione del Paese.
Giuseppe Acconcia, giornalista ed esperto di Medio Oriente, ci aiuta a capire cosa potrebbe succedere in Libia nei prossimi mesi e quanto quello che succederà avrà effetti sulla comunità internazionale. A proposito delle divisioni interne Acconcia spiega:

R - Le divisioni interne al Consiglio di transizione nazionale, la presenza sul territorio di Gheddafi e la minaccia che questo porta all'unità nazionale rendono ancora incerto il cammino verso l'unificazione nazionale libica. Questo processo è senz'altro favorito dalla divisione tribale del paese. Ci sono cinque tribù principali in Libia e l'appartenenza ad una tribù è la prima fonte di identità nazionale che Gheddafi aveva tentato di intaccare imponendosi come leader unico. Poiché gli attivisti e i giovani sono stati i primi fautori delle rivolte, dopo le prime manifestazioni Gheddafi ha tentato di riconquistare l'appoggio di tutti i capitribù. Da quel momento i vari gruppi tribali si sono divisi tra chi sosteneva Gheddafi o meno, chi appoggiava la rivoluzione o meno. In generale, chi è rimasto al fianco di Gheddafi fino all'ultimo è un'esigua minoranza. Tuttavia, queste divisioni riflettono le attuali divergenze nel Cnt, formato da membri in funzione della loro appartenenza tribale. Questo comporta divisioni nella definizione di un processo univoco di riconciliazione nazionale con gli ex sostenitori di Gheddafi e di un percorso di transizione democratica.

D - La guerra in Libia si inserisce nel quadro della ‘Primavera araba’: il raggiungimento o meno della stabilità in Libia quanto potrebbe influire sui processi in atto negli altri Paesi arabi che sono da poco usciti da una dittatura e affrontano una fase di transizione?

R - La stabilizzazione della Libia e la fine del regime di Gheddafi daranno nuovo impulso alle rivolte nei Paesi arabi. In particolare Yemen e Siria, dove le proteste attraversano talvolta fasi di recrudescenza, altre di relativa calma. Non solo: la transizione democratica in Egitto e le riforme in Algeria, dove si è rifugiata la figlia del colonnello, Aicha, non potranno che essere favorite da una Libia stabilizzata. L'Egitto in particolare si prepara ad un lento processo elettorale che partirà a novembre e terminerà a gennaio nel quale verrà eletto solo un ramo del Parlamento. In questo momento le divisioni più laceranti riguardano le alleanze elettorali in relazione alla nuova legge elettorale che favorisce grandi partiti e personalità indipendenti di spicco.


D - Quale sarà il ruolo dei Paesi europei intervenuti a sostegno dei ribelli?

R - La visita del premier inglese Cameron e del presidente francese Sarkozy hanno dimostrato il ruolo determinante dell'intervento delle due potenze europee nell'accelerare la caduta di Gheddafi. I due governi avranno un peso nuovo nella nuova Libia democratica. Il rischio di un impegno militare prolungato sarebbe di riportare il paese in una difficile fase neocoloniale. Non sembra questa la strada intrapresa dai due governi europei che in questo momento sono impegnati nel favorire da una parte le epurazioni dei membri del vecchio regime e dall'altra un percorso di pacificazione nazionale. In questo contesto, l'Italia potrebbe vedere ridimensionata la sua presenza in Libia. L'Eni ha ripreso ad estrarre petrolio dai pozzi petroliferi libici mentre si attendono nuovi investimenti delle aziende petrolifere inglesi e francesi. Molti analisti considerano il blitz in Libia di Francia e Gran Bretagna un tentativo di favorire le imprese dei due paesi a discapito della tradizionale presenza delle imprese italiane, eredità post-coloniale.

Tentando quindi di delineare per grosse linee lo scenario in Libia, queste sono le maggiori forze in campo. Ma sarebbe bene non dimenticare i civili, quelli che, esasperati da più di quarant’anni di regime, sono scesi per strada dando il via a proteste che sono poi diventate guerra. Quegli uomini e quelle donne prima vittime dell’oppressione e della violenza della dittatura e oggi esposti alle brutalità della guerra. E, come in ogni conflitto armato, anche stavolta i civili sono alla mercè di entrambe le parti in campo: proprio recentemente un rapporto di Amnesty International ha denunciato le ripetute violazioni dei diritti umani commesse sia dai lealisti che dai ribelli e ha auspicato il controllo sui ribelli da parte del Cnt. Quale che siano gli scenari futuri, l’auspicio è che la popolazione libica smetta di soffrire e possa sperare in un avvenire migliore.

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