mercoledì, aprile 27, 2011
Omicidio di Mauro Rostagno, spulciando tra i verbali dentro i faldoni. Nell’aula della Corte di Assise di Trapani c’è chi l’ha indicato come «omicidio raffazzonato».

Liberainformazione - Il fucile esploso - Si parla del delitto di Mauro Rostagno, avvenuto il 26 settembre 1988. Raffazzonato perché durante quella “esecuzione”, perché di questo si è trattato, non si è sparato un solo colpo, ma diversi, come se Rostagno fosse finito davanti ad un plotone che doveva eseguire una non rinviabile sentenza di morte, un fucile è esploso. Qualcuno, investigatore, legali, ha sostenuto che giammai una cosa del genere può accadere ad un killer mafioso, tra le loro mani le armi non esplodono e non si inceppano.

In Corte di Assise, nell’aula bunker “Giovanni Falcone”, davanti alla Corte presieduta dal giudice Angelo Pellino, si sta celebrando il processo che vede imputati due mafiosi già giudicati tali e in via definitiva da altri Tribunali e da altre Corti di Assise, Vincenzo Virga, capo del mandamento di Trapani per vent’anni sino al 2001, giorno in cui la polizia mise fine alla sua latitanza che durava da sette anni, e Vito Mazzara, il killer fidato della cosca trapanese, colui il quale uccise come regalo di Natale l’agente di Custodia Giuseppe Montalto, era il 23 dicembre del 1995, omicidio commesso a Pietretagliate, frazione di Trapani, davanti gli occhi della moglie del poliziotto e della figlioletta di pochi mesi. Dunque, omicidio "raffazonato" quello di Rostagno. Perché esplose un fucile nelle mani di uno dei sicari che entrò in azione quella sera di quasi 23 anni fa, in quella stretta viuzza a pochi metri dall’ingresso della comunità Saman di Lenzi. Circostanza che ha fatto pensare ad alcuni investigatori che non poteva essere stata la mafia a sparare. E così, sulla base di questa valutazione, per quasi 23 anni le indagini sul delitto Rostagno hanno riguardato tante altre piste, tante altre cose, ma mai la mafia sebbene la firma fosse lì davanti a tutti.

I carabinieri che si occuparono per gran parte delle indagini, sentiti in aula, il generale Nazareno Montanti, il luogotenente Beniamino Cannas, sono andati a dire che non trovando elementi che conducevano alla mafia, vennero privilegiate altre piste, i litigi, per i soldi, dentro la Comunità, lo spaccio di droga, addirittura la pista del delitto Calabresi, delitto per il quale Rostagno, fondatore di Lotta Continua, finita sotto processo a Milano per quel delitto, dopo le rivelazioni del pentito Leonardo Marino, aveva ricevuto un avviso di garanzia. Rostagno in un suo editoriale aveva detto che era pronto ad andare davanti al magistrato per rispondere, che aveva le sue certezze e cioè che qualcuno aveva creato un tranello bello e buono; altrimenti che senso aveva ricordare che tanti anni prima a Trento, Lotta Continua era stata accusata di altre malefatte, se non scoprire dopo che tutto era opera di un "depistaggio" dei carabinieri. Rostagno non sapeva e non poteva sapere che altri depistaggi stavano nascendo attorno a lui che da lì a qualche giorno sarebbe stato ucciso.

Rostagno si difendeva in tv da quell’avviso di garanzia, diceva che qualcosa l’avrebbe detta dopo essere stato sentito dal giudice, ma che avrebbe parlato su come funzionava la giustizia e la stampa, non sui retroscena del delitto. E invece in un verbale informativo l’allora brigadiere Beniamino Cannas annotò che Rostagno, incontrandolo, gli avrebbe detto che se gli lasciavano il tempo di cose ne avrebbe dette. Dimenticando però che con Rostagno aveva anche parlato d’altro, e con tanto di verbale ufficiale, aveva parlato di mafia e massoneria, della loggia coperta Iside 2, guarda caso dell’argomento sul quale Rostagno stava giornalisticamente lavorando. Un fatto dimenticato, scartato.

Ma questo è un capitolo della storia. Torniamo all’omicidio “raffazzonato”. È proprio vero che la mafia quando usa le armi non sbaglia mai o le armi non si inceppano? Qualcosa del genere è accaduto, poteva accadere anche per Rostagno, ma l’arma è esplosa dopo che aveva sparato i suoi colpi mortali. Si incepparono, per esempio, le armi (la circostanza è accertata con sentenza definitiva, ma adesso nuovi particolari li ha aggiunti il neo pentito Tranchina) che un gruppo di sicari pericolosissimi e di tutto rispetto, Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano, usarono il 14 settembre del 1992 sul lungomare di Tonnarella di Mazara del Vallo, quando nell’ambito delle strategie stragiste e di vendetta, Cosa Nostra aveva deciso di togliere di mezzo l’allora vice questore e dirigente del commissariato di Mazara, Rino Germanà. Le armi si incepparono e Germanà ebbe salva la vita.

Altri esempi? Il boss di Campobello di Mazara, Natale L’Ala più volte sfuggì agli agguati dei suoi compari mafiosi proprio perché le armi usate contro di lui non spararono bene, in particolare un paio di pistole si incepparono. L’Ala fu ucciso ma forse al terzo o quarto agguato organizzato contro di lui. Il delitto Rostagno è “raffazzonato” e non può essere opera della mafia? Una tesi difficile da sostenere.

Il verbale di Renato Curcio

Poco alla volta sta diventando uno dei punti nodali del processo per il delitto di Mauro Rostagno. Se ne parla sempre più spesso e spesso non correttamente. Sono due o forse tre fatti tra loro legati, due interviste, quelle di Mauro Rostagno rilasciata poco prima della morte al mensile King (la firma è di Claudio Fava), un’altra è di Renato Curcio a Frigidaire (ma c’è anche una lunga testimonianza video registrata concessa a Gianni Lo Scalzo). Si toccano argomenti «comuni», la conoscenza tra i due, la vita a Saman. Le vicende che ruotano attorno al ’68, la nascita del terrorismo, la vita in carcere, i rapporti con la mafia. Ripetendo un errore che ancora oggi è possibile cogliere nelle pagine del web, spesso si legge che Curcio e il boss mafioso Mariano Agate, incontratisi in carcere, avrebbero parlato del delitto Rostagno e in questo scenario Agate avrebbe detto a Rostagno che il delitto non era di Cosa Nostra ma «cosa vostra è». Terrorismo, Lotta Continua, delitto Calabresi, si sono distese tante ombre sul delitto di Lenzi.

E invece? Curcio e Agate non si sono mai incontrati e parlati. Curcio ha detto di non conoscerlo nemmeno. E allora perchè riproporre spesso questa scena inesistente? Ci sono forse depistaggi che continuano? Curcio venne sentito dai magistrati che si occupavano del delitto Rostagno il 31 luglio del 1996. Cosa dice? Intanto che se in una intervista ha fatto un accostamento col delitto Calabresi, la spiegazione non è quella di un legame diretto ma ben altra: «L’omicidio di Mauro è uno di quei tanti delitti inconfessabili che si sono verificati in Italia, ecco perchè accostarlo a Calabresi o alla strage di piazza Fontana».

Ma perchè il delitto? «Per i contatti che avevo con lui – risponde Curcio – ho colto d’improvviso un cambiamento, fino ad allora mi parlava e mi citava spesso Francesco Cardella, poi su di lui il silenzio, non lo cita nell’intervista a King, doveva essere accaduto qualcosa di talmente rilevante e che coinvolgeva Cardella da invalidare la sua funzione autorizzante, doveva essere qualcosa che pur riguardando la comunità la trascendeva, investendo vicende importanti, al di sopra della stessa comunità». Le parole dette da Curcio colpiscono, come ha fatto a giungere a queste considerazioni nonostante la corrispondenza per lettera e la distanza tra i due. Il sospetto è che lui qualcosa di più conosce e quando saluta i pm che lo hanno interrogato, non a caso, si rivolge loro dicendo di avere fatto un sogno, di armi nascoste in caverne nella montagna di Erice.

«Ho letto – aggiunse nell’interrogatorio – il fax che Cardella mandò a Rostagno “cacciandolo” dal Gabbiano (la residenza dei dirigenti della Saman, ndr), quel pericoloso lì scritto contro Rostagno non credo sia per l’intervista a King, una qualcosa diventa pericolosa o per chi la scopre o per chi è stato scoperto e ritengo che il pericolo avvertito da Cardella aveva riferimento ad una vicenda diversa dall’intervista. Mauro non è mai appartenuto a gruppi di potere, non era controllabile da nessuno. Per capire perchè Mauro è stato ucciso bisogna andare a guardare ai rapporti con Cardella, Mauro può avere scoperto cose sul conto di Cardella da farglielo rimuovere come punto di riferimento della sua vita». E la mafia c’entra? «In carcere non mi è mai giunta notizia che potesse fare attribuire alla mafia il delitto Rostagno, ma non parlarne non significa certo sancire l’estraneità». Francesco Cardella è difficile che venga a testimoniare. Se poi mette piede in Italia si trova 3 anni e 8 mesi da scontare. Aveva chiesto la grazia ma gli è stata negata.

I verbali del «faccendiere» Francesco Elmo

Fanno parte del fascicolo del processo per il delitto di Mauro Rostagno. Delineano scenari incredibili, un crocevia di commistioni, fanno capolino le vicende del traffico di armi che per anni è passato su Trapani calcando le stesse rotte della droga ben conosciute ai mafiosi. Rotte sulle quali hanno viaggiato anche rifiuti tossici destinati a scomparire da qualche parte. Canali perfetti anche per il riciclaggio di denaro sporco. E a Trapani negli anni in cui Rostagno faceva il giornalista ed Elmo riferisce degli «affari» portati a termine di banche sportelli bancari disponibili a fare riciclaggio ce ne erano diversi, tanti istituti bancari, troppi, eccessivi rispetto ad un territorio ufficialmente povero di ricchezze, con la gente costretta ad emigrare. Uno dei volti della contraddizione trapanese.

Elmo però non è certo che venga sentito nel processo. Perchè le sue parole non portano nulla come prova della responsabilità degli imputati. Il processo infatti non riguarda il movente del delitto ma chi ha dato l’ordine e chi ha ucciso il 26 settembre del 1988 Mauro Rostagno. I pentiti su questo sono stati chiari: si sono mossi il «patriarca» della mafia belicina, Francesco Messina Denaro, morto nel 1998, il «cassiere» della potente mafia mazarese, Francesco Messina, “mastro Ciccio u muraturi”, morto suicida durante la sua latitanza. Da Castelvetrano l’ordine era arrivato a Vincenzo Virga capo del mandamento di Trapani e Vito Mazzara era di questi il suo sicario fidato.

Però le dichiarazioni di Elmo ci sono e «pesano». Possono non riguardare direttamente il delitto ma alzano il coperchio sulle comunità Saman sparse per l’Italia che a maggior ragione dopo la morte violenta di Rostagno finirono nelle sole mani dell’ex guru Francesco Cardella. Il 15 aprile del 1997 Elmo rispondendo ai magistrati svela ospiti eccellenti passati per le comunità: «È evidente che quando le comunità del Cardella venivano utilizzate per “alloggio di estremisti arabi in transito in Italia” ciò avveniva con piena consapevolezza dei “servizi”». E non solo. Elmo indica la presenza di campi paramilitari. «In provincia di Trapani ve ne erano due, uno a Salemi in una proprietà degli esattori Salvo, l’altro era lo stesso dove si addestrava il battaglione ”Col di Lana”, in questi campi si addestravano gli uomini di Gladio, mafiosi ed estremisti arabi».

E sui traffici di scorie chimiche e radioattive Elmo non è stato avaro di notizie. Solo che i luoghi «visitati» sono risultati «non inquinati». Qualche bonifica provvidenziale fatta in tempo? Lui nei suoi verbali ha fatto il nome di un manager palermitano, Pietro Di Falco, soggetto che risultò coinvolto in un’indagine della Dda di Palermo sul traffico di reflui radioattivi e chimici. Non c’entrerà tutto questo col delitto Rostagno, ma lo scenario è lo stesso, «morte», «affari» e «intrecci», e qualcuno sa e continua a non parlare.

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