domenica, febbraio 06, 2011
Il nostro Bartolo Salone ci parla del libro di Andrea Verdecchia edito dalle Paoline

Il cinema conserva ai nostri giorni una straordinaria vitalità quale mezzo di intrattenimento e di diffusione della cultura. Inutile negare il profondo impatto che l’arte cinematografica ha nella vita di ogni giorno e la sua capacità di incidere sul comportamento e sull’educazione delle persone. Da qui l’importanza che in strutture educative, come scuole e parrocchie, ha assunto l’attività del cineforum: un modo per mettere l’arte cinematografica al servizio dell’educazione dei fanciulli. Nel suo nuovo libro “Il maestro magico. Itinerari pedagogici dietro la macchina da presa”, edito dalle Paoline per la collana “Lab Media” (pensata come guida per gli operatori pastorali nella conoscenza e nell’utilizzo dei “new media”), Andrea Verdecchia ci introduce in modo originale al linguaggio dell’audiovisivo e alla tecnica del cineforum, attraverso un percorso articolato in tre “tappe”.

Il primo capitolo, a carattere introduttivo, descrive brevemente il magistero ecclesiastico sull’uso dei nuovi strumenti mass-mediali (cinema, radio, televisione) che dagli Stati Uniti, all’inizio del ‘900, si sono poi diffusi in tutta Europa e, gradualmente, in tutto il mondo. Si osserva in particolare come, con riguardo al cinema, dalle prime iniziali diffidenze manifestate da Pio XI nell’enciclica “Vigilanti cura” (1936), si sia passati ad un atteggiamento di maggior fiducia ed apertura, grazie all’insegnamento magisteriale di Pio XII, a cui dobbiamo la prima grande enciclica sui mezzi di comunicazione di massa, la “Miranda prorsus” (1957). L’enciclica è pervasa da un profondo senso di stupore per le potenzialità di bene insite nell’utilizzo di quelle che il Papa definisce “le meravigliose invenzioni tecniche” e questo senso di meraviglia per le nuove tecnologie sarà una costante di tutto il magistero della Chiesa, dal decreto “Inter mirifica” del Concilio Vaticano II fino ai giorni nostri. 

Quindi, dopo una ricognizione delle principali caratteristiche del testo filmico, che a livello espressivo gioca molto sui contrasti (luce/ombra, parola/silenzio) al fine di creare il massimo coinvolgimento emotivo, l’autore, nel secondo capitolo, ci mostra sapientemente come in realtà questi contrasti (che il film cerca di rappresentare e “drammatizzare”) sono propri dell’esperienza umana e anche dell’esperienza di fede. Il silenzio, in particolare, costituisce una componente essenziale della comunicazione umana: per filosofi come Ebner e Wittgenstein esso è addirittura mezzo di purificazione del linguaggio, rimedio contro il parlare a vanvera, contro il vuoto chiacchiericcio che troppo spesso si impossessa dei nostri discorsi. Il silenzio, ancor di più, è elemento che qualifica il linguaggio “mistico”, fatto, come ci ricorda Maritain, di poche, efficaci parole, capaci di trasmettere con forza il senso del soprannaturale. Il silenzio, infine, è esperienza che hanno vissuto, anche se con note e significati diversi, i grandi profeti biblici, i quali nel silenzio hanno scoperto la loro vocazione ad essere annunciatori di una Parola che silenziosamente si fa strada attraverso la chiassosità delle inconcludenti parole umane. 

Il terzo capitolo, infine, esamina la poetica del regista coreano Kim Ki-Duk, particolarmente sensibile alla tematica del silenzio. Ciò che sorprende nei film di Kim Ki-Duk (come “Primavera, estate, autunno, inverno … e di nuovo primavera” o “La samaritana”) è il mutismo dei protagonisti, una silenziosità forzata che esprime disagio e sofferenza. Ma è in “Ferro3-la casa vuota” che la riflessione sul silenzio raggiunge la sua espressione più matura: il silenzio dei protagonisti, un uomo e una donna, con un trascorso esistenziale non proprio felice, qui si fa icona di un amore vero, genuino, umile, che non cerca scandali o clamori, un amore che nella sua autenticità non ha bisogno di tante parole, proprio come l’amore silenzioso di Cristo per noi.

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