del nostro corrispondente a Londra Renato Zilio
Arrivano a frotte ogni settimana, il mercoledì mattina, con qualsiasi tempo, anche freddo o piovigginoso come spesso accade. È la loro giornata sociale al Centro Scalabrini, a Londra Brixton Road. Messa cantata, pranzo conviviale, scambio di quattro chiacchere, animazioni varie... Dispersi nei quattro punti cardinali di una metropoli inglese come questa, i nostri italiani, ormai in pensione, amano ritrovarsi insieme. È sempre qualcosa che li rigenera. Ed è come un rinascere, un ritrovare la propria gente, la propria lingua, la stessa storia di migranti. Osservo a tavola accanto a me Antonio e Concetta, tutti e due da quasi cinquant’anni in questa terra in mezzo al mare. Provengono da una Sicilia ormai forse dimenticata - in verità, così intimamente nascosta da confondersi con l’anima - e assaporano il vino come fosse un viatico. Sì, il cibo della propria terra ha sempre qualcosa di sacro. Per chi se ne va via, lontano da casa.I nostri emigranti hanno combattuto la buona battaglia, hanno conservato la fede... ormai si direbbe che attendano il premio. Il tempo è passato, i figli sono cresciuti, i grandchildren, i nipotini, sono sempre al centro dei loro discorsi, quando si ritrovano. La vita continua e rifiorisce, anche se diversamente. E per consolarli della loro età, in fondo, Cicerone non mancherà di ricordare:“Nessuno è tanto vecchio da non credere di poter vivere ancora un anno!”
Tuttavia, guardandoli negli occhi, sembra di capire che proprio a loro il Cristo ha ripetuto con forza: ”Non abbiate paura!” Sì, perchè loro - come tutti i migranti - hanno vinto le grandi paure nascoste in ogni essere umano. Chi mette infatti la sua vita nelle mani di Dio, come ha fatto Abramo, e si mette in viaggio per altri mondi, ha superato il sentimento della paura.
Come la paura di morire. Sì, la paura della morte è ormai alle loro spalle. Abbandonando tutto - ogni certezza, ogni legame come ogni sicurezza – essi hanno messo l’intera propria esistenza nell’avvenire, nei passi dei propri figli, nell’invito misterioso di Dio. “Esci dalla tua terra!” Hanno compreso una verità bella, inedita ed evangelica: morire può significare rivivere. In maniera più libera, più degna e significativa. Perché averne, allora, paura?
Ma, è strano, una paura ancora più grande resiste nel cuore dell’uomo. Paradossalmente, non sembrerà vero, è la paura di vivere. Sì, quella di vivere veramente, di respirare a pieni polmoni, di nutrirsi di valori veri. Di dare la propria vita interamente per un grande scopo. “Se vuoi essere grande sii intero!” ripeteva qualcuno. La vita in emigrazione non ha mancato spesso di educare a questo. Vivere una vita intensamente.
Infine, in un’esistenza a volte tanto dura e perduta hanno saputo sconfiggere la paura più profonda, temibile e difficile da estirpare in ognuno: la paura di amare. Perché amare è perdersi ed è perdere tutto. È nascere di nuovo, differenti, insieme a qualcuno. Lo è stato per loro imparando pian piano ad amare un altro mondo, un altro modo di essere umani. Hanno scoperto dei volti, una lingua, dei valori nuovi, sconosciuti, in un paese che lentamente ha saputo accoglierli fino in fondo. Con il tempo hanno incontrato nell’altro la stima, è nata la fiducia. E hanno amato questa terra come una seconda patria. Straordinaria, invidiabile metamorfosi!
Perchè solo chi sa amare, perdendo se stesso, un giorno sarà grande. Sì, questa è la loro storia. Ma, in fondo, è anche la promessa di Dio.
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