Zanzare geneticamente modificate per combattere la malaria. Dal laboratorio la sperimentazione sta per passare in campo aperto.
di Pietro Greco
GreenReport - La Malesia, il Messico e anche le isole Cayman - secondo quanto riportato da SciDev, la rivista on-line che si occupa dello sviluppo scientifico nei paesi in via di sviluppo - stanno per concedere l'autorizzazione a testare sul terreno l'efficacia e la sicurezza di almeno una delle strategie che punta sulle zanzare GM (quella modificata geneticamente per essere sterile) per cercare di vincere la battaglia contro una malattia che sconfitta nei paesi ricchi provoca ogni anno oltre un milione di morti, soprattutto nelle zone tropicali umide dell'Africa e dell'Asia.
È un annuncio importante. Sia da un punto di vista sanitario sia, per ragioni opposte, da un punto di vista ecologico.
Le zanzare anofele di sesso femminile, come si sa, sono il vettore che consente a un parassita, il plasmodium falciparum, di penetrare nel sangue umano e generare la malaria. Le zanzare sono, dunque, un vettore della malattia. Per neutralizzare il vettore sono state usate in passato diverse strategie: da uccidere le zanzare con insetticidi (notissimo è il Ddt) a utilizzare semplici reti di protezione che impediscano agli insetti di entrare in casa e pungere. Quest'ultima è una strategia di grande attualità nei paesi poveri: fosse attuata in maniera sistematica, moltissimi contagi verrebbero evitati.
Una decina di anni fa, tuttavia, si pensò di mettere in campo anche le moderne tecniche di ingegneria genetica. Soprattutto dopo che si era riuscita a modificare il genoma della aedes aegypti, la zanzara tigre egiziana che trasmette i virus della dengue (la febbre spacca-ossa), della febbre gialla e della chikungunya. Ed ecco che nel 2002 era già pronta, nel laboratorio di Marcelo Jacobs-Lorena, microbiologo della John Hopkins School of Public Health di Baltimora, una zanzara anofele capace di combattere la diffusione del plasmodio, iniettando nel sangue umano una sostanza anti-malarica.
Questa dell'antidoto non è l'unica strategia in campo con le zanzare anofele geneticamente modificate. Un'altra opzione studiata da Marcelo Jacobs-Lorena - questa volta in collaborazione con gli italiani Claudio Bandi e Daniele Daffonchio, dell'università di Milano, e Guido Favia dell'università di Camerino - riguarda la possibilità di introdurre nelle zanzare anofele un batterio, chiamato Asaia, capace di distruggere il Plasmodio.
Entrambe queste strategie hanno una difficoltà: come introdurre in massa zanzare geneticamente modificate in natura ed essere certi che i fattori di novità di cui sono portatrici risultino vincenti e non recessivi? Come assicurarsi che gli anti-parassitari così diffusi non diventino a loro volta fattore di rischio sanitario e/o ecologico? Per rispondere a queste domande occorrono, appunto, sperimentazioni sul campo.
C'è, in gioco, una terza opzione. Quella in cui la modifica genetica produce maschi sterili. O meglio maschi incapaci di avere una progenie fertile. L'idea è quella di introdurli in massa nell'ambiente, sperare che siano abbastanza attraenti per le femmine anofele e che producano progenie infertili che, in breve tempo, farebbero diminuire la popolazione di zanzare. Questa opzione sarebbe, per così dire, a sicurezza ecologica intrinseca. Perché il suo successo provoca, a breve, il blocco della sua diffusione.
È la sperimentazione sul campo di questa terza opzione che Messico, Malesia e isole Cayman si accingono ad autorizzare. Anche se, avvertono alcuni studiosi, non è del tutto priva di rischi. L'estinzione delle zanzare, infatti, aprirebbe un "vuoto ecologico": che andrebbe a occupare la nicchia oggi occupata dalle zanzare anofele. Siamo certi che i sostituti sarebbero meno innocui di quei fastidiosissimi insetti?
La domanda, in mancanza di sperimentazione adeguata, non ammette risposte. Apre, però, due domande. Poiché gli ecosistemi non riconoscono i confini politici e poiché i cambiamenti climatici stanno rapidamente ridisegnando quelli naturali, chi deve assumere decisioni così importanti, con una posta in gioco sia in termini di benefici che di rischi così alta? Non sarebbe, in ogni caso, giusto che la scelta avvenga dopo ampio dibattito, che coinvolga le autorità sanitarie, le comunità scientifiche e anche le popolazioni interessate (in questo caso le popolazioni di gran parte del mondo)?
di Pietro GrecoGreenReport - La Malesia, il Messico e anche le isole Cayman - secondo quanto riportato da SciDev, la rivista on-line che si occupa dello sviluppo scientifico nei paesi in via di sviluppo - stanno per concedere l'autorizzazione a testare sul terreno l'efficacia e la sicurezza di almeno una delle strategie che punta sulle zanzare GM (quella modificata geneticamente per essere sterile) per cercare di vincere la battaglia contro una malattia che sconfitta nei paesi ricchi provoca ogni anno oltre un milione di morti, soprattutto nelle zone tropicali umide dell'Africa e dell'Asia.
È un annuncio importante. Sia da un punto di vista sanitario sia, per ragioni opposte, da un punto di vista ecologico.
Le zanzare anofele di sesso femminile, come si sa, sono il vettore che consente a un parassita, il plasmodium falciparum, di penetrare nel sangue umano e generare la malaria. Le zanzare sono, dunque, un vettore della malattia. Per neutralizzare il vettore sono state usate in passato diverse strategie: da uccidere le zanzare con insetticidi (notissimo è il Ddt) a utilizzare semplici reti di protezione che impediscano agli insetti di entrare in casa e pungere. Quest'ultima è una strategia di grande attualità nei paesi poveri: fosse attuata in maniera sistematica, moltissimi contagi verrebbero evitati.
Una decina di anni fa, tuttavia, si pensò di mettere in campo anche le moderne tecniche di ingegneria genetica. Soprattutto dopo che si era riuscita a modificare il genoma della aedes aegypti, la zanzara tigre egiziana che trasmette i virus della dengue (la febbre spacca-ossa), della febbre gialla e della chikungunya. Ed ecco che nel 2002 era già pronta, nel laboratorio di Marcelo Jacobs-Lorena, microbiologo della John Hopkins School of Public Health di Baltimora, una zanzara anofele capace di combattere la diffusione del plasmodio, iniettando nel sangue umano una sostanza anti-malarica.
Questa dell'antidoto non è l'unica strategia in campo con le zanzare anofele geneticamente modificate. Un'altra opzione studiata da Marcelo Jacobs-Lorena - questa volta in collaborazione con gli italiani Claudio Bandi e Daniele Daffonchio, dell'università di Milano, e Guido Favia dell'università di Camerino - riguarda la possibilità di introdurre nelle zanzare anofele un batterio, chiamato Asaia, capace di distruggere il Plasmodio.
Entrambe queste strategie hanno una difficoltà: come introdurre in massa zanzare geneticamente modificate in natura ed essere certi che i fattori di novità di cui sono portatrici risultino vincenti e non recessivi? Come assicurarsi che gli anti-parassitari così diffusi non diventino a loro volta fattore di rischio sanitario e/o ecologico? Per rispondere a queste domande occorrono, appunto, sperimentazioni sul campo.
C'è, in gioco, una terza opzione. Quella in cui la modifica genetica produce maschi sterili. O meglio maschi incapaci di avere una progenie fertile. L'idea è quella di introdurli in massa nell'ambiente, sperare che siano abbastanza attraenti per le femmine anofele e che producano progenie infertili che, in breve tempo, farebbero diminuire la popolazione di zanzare. Questa opzione sarebbe, per così dire, a sicurezza ecologica intrinseca. Perché il suo successo provoca, a breve, il blocco della sua diffusione.
È la sperimentazione sul campo di questa terza opzione che Messico, Malesia e isole Cayman si accingono ad autorizzare. Anche se, avvertono alcuni studiosi, non è del tutto priva di rischi. L'estinzione delle zanzare, infatti, aprirebbe un "vuoto ecologico": che andrebbe a occupare la nicchia oggi occupata dalle zanzare anofele. Siamo certi che i sostituti sarebbero meno innocui di quei fastidiosissimi insetti?
La domanda, in mancanza di sperimentazione adeguata, non ammette risposte. Apre, però, due domande. Poiché gli ecosistemi non riconoscono i confini politici e poiché i cambiamenti climatici stanno rapidamente ridisegnando quelli naturali, chi deve assumere decisioni così importanti, con una posta in gioco sia in termini di benefici che di rischi così alta? Non sarebbe, in ogni caso, giusto che la scelta avvenga dopo ampio dibattito, che coinvolga le autorità sanitarie, le comunità scientifiche e anche le popolazioni interessate (in questo caso le popolazioni di gran parte del mondo)?
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