In questa 23.ma Domenica del Tempo ordinario, la liturgia ci propone il passo del Vangelo in cui Gesù indica cosa significhi essere suo discepolo.
Radio Vaticana - E' necessario amarlo più dei parenti e portare la propria croce ogni giorno, perché chi vuole costruire una torre – dice - calcola prima la spesa per vedere se ha i mezzi per portarla a termine; e il re - prima di partire per la guerra - esamina prima se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila. Quindi afferma:
«Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Su questo brano del Vangelo, ascoltiamo il commento del padre carmelitano Bruno Secondin, docente di Teologia spirituale alla Pontificia Università Gregoriana (ascolta):
La gente si stava entusiasmando per questo maestro dalla parola piena di immagini e dai gesti così audaci, ma Gesù sembra prendere le distanze da un entusiasmo facile. Sono una doccia fredda queste parole dure rivolte a tutti, e non solo ai discepoli più intimi. Seguirlo non è una passeggiata, è scegliere una strada fatta di emarginazione e sofferenza, di lacerazioni e tradimenti. Come stile comunicativo, questo linguaggio fa rabbrividire, non suscita certo consensi. Ma Gesù non sa che farsene di un amore passeggero, di seguaci che cercano comodità. Le brevi parabole, quella della torre da costruire e quella dello scontro armato, rafforzano proprio la sensazione di una sfida da prendere con tutta serietà: chi non ce la fa a stare a queste scelte radicali, meglio non si metta in mezzo. Se si è disposti a giocare tutto, a rinunciare “a tutti gli averi”, come dice in finale, cioè a rinunciare a tutte le pretese e le attese comode, si può rischiare l’avventura del discepolato. Purtroppo per molti il cristianesimo assomiglia ai saldi di fine stagione, a metà prezzo e anche meno. Da dove cominciare per tornare al prezzo intero, incluse anche audacia e creatività?
Radio Vaticana - E' necessario amarlo più dei parenti e portare la propria croce ogni giorno, perché chi vuole costruire una torre – dice - calcola prima la spesa per vedere se ha i mezzi per portarla a termine; e il re - prima di partire per la guerra - esamina prima se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila. Quindi afferma:«Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Su questo brano del Vangelo, ascoltiamo il commento del padre carmelitano Bruno Secondin, docente di Teologia spirituale alla Pontificia Università Gregoriana (ascolta):
La gente si stava entusiasmando per questo maestro dalla parola piena di immagini e dai gesti così audaci, ma Gesù sembra prendere le distanze da un entusiasmo facile. Sono una doccia fredda queste parole dure rivolte a tutti, e non solo ai discepoli più intimi. Seguirlo non è una passeggiata, è scegliere una strada fatta di emarginazione e sofferenza, di lacerazioni e tradimenti. Come stile comunicativo, questo linguaggio fa rabbrividire, non suscita certo consensi. Ma Gesù non sa che farsene di un amore passeggero, di seguaci che cercano comodità. Le brevi parabole, quella della torre da costruire e quella dello scontro armato, rafforzano proprio la sensazione di una sfida da prendere con tutta serietà: chi non ce la fa a stare a queste scelte radicali, meglio non si metta in mezzo. Se si è disposti a giocare tutto, a rinunciare “a tutti gli averi”, come dice in finale, cioè a rinunciare a tutte le pretese e le attese comode, si può rischiare l’avventura del discepolato. Purtroppo per molti il cristianesimo assomiglia ai saldi di fine stagione, a metà prezzo e anche meno. Da dove cominciare per tornare al prezzo intero, incluse anche audacia e creatività?
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