Il nostro redattore da Londra, Renato Zilio, continua la descrizione degli eventi più belli della visita di Benedetto XVI nel Regno Unito
“Heart speaks unto heart.” Il cuore parla al cuore. Questo è il bel logo dell’evento, la visita del Papa in Inghilterra, suggerito dalle parole stesse del Cardinal Newman. Era il suo motto, con cui coniava a 78 anni lo stemma cardinalizio. Lo si ritrova qui disseminato dappertutto. Nei depliant, sui manifesti, le bandiere, le tee-shirt, impresso sempre su bei colori bianco e giallo. Campeggia straordinario nella città di Birmingham, “heart of England” nel Cofton Park, ultima tappa della visita del Papa in terra inglese. Questa frase significa il rapporto interiore con la propria fede, il cammino spirituale di ricerca della verità di un grande spirito inglese e la sua conversione da prete anglicano: John Henry Newman. Ma sembra indicare, pure, il rapporto di Benedetto XVI con un maestro del XIX secolo, precursore del Vaticano II: un’ammirazione sincera e profonda li lega. Un cuore a cuore. Oggi lui diventa come una luce che il Papa stesso ha voluto accendere nel cielo della santità, al di là della tradizione canonica che gli riserva il rito per i santi. Aveva chiuso i suoi occhi precisamente 120 anni fa, in questa città che amava, Birmingham e che il Papa ha voluto, invece, contemplare lungamente con ripetuti giri di elicottero, mentre una folla di 70.000 fedeli restava con gli occhi in su, in attesa del rito di beatificazione. Il Times, nel giorno della sua morte, scriveva “Di una cosa possiamo essere certi, cioè che il ricordo di questa pura e nobile vita, non toccata dalle cose di questo mondo, durerà e, che Roma lo canonizzi o no, egli sarà santificato nella memoria della gente pia di molte confessioni in Inghilterra… Il santo in lui sopravviverà”. Una profezia che oggi prende corpo.
Il mattino di domenica 19 settembre iniziava a Birmingham con l’abituale pioggerellina fredda e insistente. Dalle quattro del mattino già arrivavano i pullman dei pellegrini da tutta l’Inghilterra. Più tardi, al momento della celebrazione delle ore 10, una mezza comparsa del sole riportava un enorme sollievo alle migliaia di presenti. Quasi un segno dal cielo. Scendevano, intanto, le prime parole su un’assemblea multicolore, posata sopra un immenso prato ondulato a forma di anfiteatro, all’aperto: “Siamo la Chiesa riunita in nome del Cristo presieduta dal suo stesso Pontefice, per riconoscere la santità di una vita.”
Sembrava un immenso monte delle beatitudini. Luogo ideale per celebrare, non nel chiuso di una cattedrale, l’apertura di mente, di cuore e di cammino di un uomo straordinario, all’incrocio tra culture e confessioni diverse. Amante della tradizione e della modernità. Lo suggeriva anche il latino usato nella celebrazione con le altre sei lingue più comunemente parlate qui, nelle preghiere: l’irlandese, il gallese, il francese, il tedesco, il vietnamita e il punjabi.
I testi dei canti erano spesso quelli stessi del cardinale Newman. Dalla sua grande effigie magra e serena apparsa a metà celebrazione sembrava egli stesso sorriderne, pensando alle sue medesime parole. “I have not tendency to be saint. Saints are not literary men...” I santi non sono dei letterati.
E ci pareva di trovare un’originale analogia tra Benedetto XVI e quest’uomo considerato da lui come un maestro. Apparentemente, due aspetti comuni: la fragilità del tratto e una segreta “force tranquille,” come direbbe uno scrittore francese. Così avveniva per lui quello che ebbe a dire del Card. Newman: “Egli, allo stesso tempo, tocca il nostro cuore e illumina il nostro pensiero.” Mente e cuore devono andare di pari passo nelle grandi imprese della vita, commentava l'arcivescovo di Westminster, Vincent Nichols, specificando che “la più grande di queste è la ricerca di Dio.”
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