La nostra Monica Cardarelli ci parla del libro di Marco Girardo edito dalle Edizioni Paoline
“La macchina fotografica inquadra, scegliendo l’attimo. La scrittura ricorda, dilatando l’emozione. Immagini e parole: quest’osmosi ci ha guidato in sei piccoli confini d’Italia scoprendoli senza frontiere.” Con queste parole della ‘Nota di lettura’ al libro “Il cielo non ha frontiere” edito da Edizioni Paoline, Marco Girardo, giornalista e autore del libro, e Franco Paron, fotografo che con le sue fotografie ha accompagnato i testi, spiegano il loro progetto. Il sottotitolo, “Storie di confine”, è significativo: Marco Girardo ci racconta storie, anzi, le fa raccontare dagli stessi abitanti di sei piccoli luoghi italiani posti in zone di confine o in posizioni tali da essere confinate all’isolamento. Le parole dei protagonisti sono poi accompagnate dalle immagini in bianco e nero di Franco Paron, che ci trasporta per il tempo della lettura nei luoghi citati, trasmettendo le sensazioni evocate dalle parole stesse. Si raggiunge, quindi, quell’osmosi tra parola e immagine auspicata dagli autori e, soprattutto, al lettore arriva l’emozione, sia essa fissata sulla carta dalle parole o dalle immagini.È così per l’immagine dell’uomo più anziano di Topolò, che si appoggia al suo bastone per camminare sulla strada di montagna e con le sue parole racconta di quando a sedici anni, alle quattro del mattino, “vide i tedeschi rastrellare i partigiani del IX Korpus Titino. Ci furono sedici morti.” Topolò (Topolò in italiano, Topolove in sloveno) è un piccolo paesino, un agglomerato di case che si distende sulla montagna a confine con la Slovenia “Superato di poco Cividale del Friuli, da Ponte San Pietro la strada si affanna tra i boschi di faggio e castagni, attraversa Grimacco e muore al confine. Solo un pugno di case bianche, adagiate sull’ultimo monte, fa da piantone alla frontiera con la Slovenia.” Un paese di confine, dunque, che è diventato negli anni della seconda guerra mondiale un paese isolato, chiuso. “A Topolò si è consumata così la più devastante guerra psicologica a ridosso della cortina di ferro tra Italia ed ex Jugoslavia, tra blocco occidentale e quello sovietico. Devastante perché fratricida. (…) Mezzo secolo di delazione ha sottratto a questa gente di frontiera, italiani di lingua slovena, la propria identità prima ancora della fiducia.”
Come spesso accade, i muri vengono abbattuti, anche quelli culturali. Topolò da qualche anno, in estate accoglie artisti da tutto il mondo che salgono e giungono in questo posto da fiaba, silenzioso e immerso nella natura. Vengono ospitati dagli abitanti del paese e lavorano in spazi che sono quotidiani: case disabitate, per i sentieri nel bosco. L’iniziativa si chiama “Stazione di Topolò” e come spiega una delle ideatrici “la nostra idea era quella di aiutare i superstiti di Topolò a vincere la diffidenza per lo ‘straniero’. Quando persino chi abitava nella casa di fronte lo era diventato. Dopo che rozzamente la politica aveva fallito, abbiamo pensato di dover ricorrere all’arte per rivelare un passato di censura. Si trattava in pratica di trasformare una contrada deputata per cinquant’anni all’inospitalità in una stazione come quella dei treni: un luogo di arrivi e soste, accoglienze, incontri, scambi.”
Sono sempre gli incontri che riescono a far superare il concetto di confine, come sul monte Forno, a pochi chilometri da Tarvisio. In cima a questo monte si arriva ai tre confini di Italia, Austria e Jugoslavia. Dal 1980, da quando il maresciallo Tito diede anche se informalmente il suo assenso, ogni anno, nel mese di settembre, si svolge una festa, un momento di incontro in un luogo di confine che potrebbe dividere e invece unisce. “Basta spostarsi di qualche metro e superare le fronde che delimitano i prati e le danze. Non è difficile scorgere tra gli alberi frattaglie di filo spinato e cicatrici nel terreno che furono trincee. Il monte Coppa, quello a fianco, è un ammasso di bunker.” Anche in questo caso, una fotografia della montagna con il filo spinato in primo piano si accompagna alle fotografie che ritraggono bambini in corsa sulle pendici del monte e coppie che ballano parlando lingue diverse.
Come diverse sono le lingue parlate a Mazara del Vallo. In questo caso si tratta di confine delle acque territoriali. Frequenti i casi in cui pescherecci italiani vengono sequestrati delle autorità tunisine o libiche per aver superato il confine così come è ormai frequente che gli equipaggi siano formati non solo da italiani. “Nella lingua fenicia Mazara significa ‘la rocca’. (…) La sua indole di riparo e rifugio, la missione atavica di proteggere i suoi abitanti: un tempo dal vento e dai pirati, ora dalle inevitabili tensioni fra le due comunità così diverse, quella italiana e quella tunisina, che pur vivendo fianco a fianco non vogliono e forse non potranno mai fondersi perché si smarrirebbero.”
Altro luogo di confine creato dalle acque oggetto di questo libro è l’isola di Gorgona, la più piccola dell’arcipelago toscano, carcere e riserva naturale, “una contraddizione permanente che a poco a poco si rivela la forza crepuscolare dell’isola e, allo stesso tempo, l’ombra più seducente.” Attualmente sono detenuti sessanta ‘ospiti forzosi’ e sull’isola vivono almeno venticinque agenti di polizia penitenziaria, due educatori e nel periodo invernale un civile, “la signora Luisa Citti che, con i suoi ottant’anni arzilli, se ha visto tre volte Livorno in una vita intera son già tante.” I detenuti lavorano ad una falegnameria, ad un forno, una rete elettrica: “i detenuti di questa casa fanno un’esperienza in grado di valorizzare la dignità dell’uomo e rendere più efficace l’azione penitenziaria.” Anche in queste pagine le immagini scattate da Franco Parodi ci vengono in aiuto e ci ricordano che, anche se recluso in un luogo confinato e chiuso, distante e inaccessibile, ogni uomo deve mantenere la sua dignità.
Come Gorgona è isolata e delimitata dal mondo, così può sembrare dimenticato Bagni di Craveggia, “un fazzoletto di terra italiana inscritto nella geografia svizzera a pochi chilometri dal confine” che sin dall’800 era rinomato per gli effetti benefici delle sue acque. In queste pagine è il racconto di Caterina che ci accompagna: “Ci si orientava con le stelle (…) e si dava da mangiare alle bestie. Papà faceva gerle. D’estate pascolavamo le bestie e raccoglievamo il fieno. Era un lavoro continuo.” In quanto terra di confine anche Bagni di Craveggia è stato teatro di battaglia negli anni della seconda guerra mondiale ed ha visto contrabbandieri, ebrei, partigiani passare per quei sentieri in cerca di fuga oltre il confine. “In questo pertugio mezzo svizzero e mezzo italiano si sono rifugiati anche Carlo Cattaneo, Sandro Pertini e Ignazio Silone. Da qui son passati Carl Gustav Jung ed Elias Canetti.” Ancora per una volta l’arte e la cultura non hanno confini e sembrano oltrepassare quelli stabiliti dagli uomini.
Lo si capisce guardando la fotografia delle mani dello scultore giapponese Kyoji Nagatani mentre osserva la sistemazione di una sua opera, la Triade, a Casalbeltrame, un piccolissimo borgo del novarese. Qui a Casalbeltrame che nel frattempo era diventata un’oasi naturalistica del parco delle Lame del Sesia, negli anni ’70-’80, Nicola Loi, già gallerista affermato, pensò di realizzare la sua idea di Utopia artistica. Sono le sue parole a raccontarci la sua storia e quella di questo piccolo agglomerato: “In tutta Milano ci sono oggi tre formatori gessisti. Più ci lavoravo insieme, (…) più mi convincevo di voler dar vita a una cittadella della scultura dove artisti e artigiani potessero vivere e lavorare uno accanto all’altro.”
Storie di confini, di limiti imposti e superati. Storie di incontri, di passato e presente. Storie di racconti, memorie che si tramandano e che vengono affidate e custodite da mani, menti e cuori che non conoscono confini.
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