sabato, gennaio 09, 2010
del nostro redattore a Londra Renato Zilio

Non potrò dimenticare facilmente quando anni fa presi da Parigi il treno di notte per essere il giorno dopo nel Veneto. Era per il funerale della mamma di una nostra suora, che collaborava con noi in Francia. Sorpresa infinita per lei rivedermi nel suo paesetto, al mattino. Lo fu anche per la gente, ma in un altro senso. Una chiesa gremita di popolo, una famiglia ben conosciuta, una concelebrazione silenziosa e un parola possente, onnipresente del parroco, che ero andato a salutare per primo, appena arrivato. Non mi venne chiesto, però, di aggiungere neppure un cenno di saluto, una parola di solidarietà o un messaggio di speranza. Ricordo di aver preso sottobraccio, allora, quell’anziana suora e di averla accompagnata al cimitero nel lunghissimo corteo a piedi. Notai, tuttavia, la sorpresa della gente nel vedere un missionario con un atteggiamento tanto familiare, ma passato via in silenzio come un’ombra. La vidi restare sospesa a un inquieto domandarsi: “Ma chi è?!” Forse, per un missionario l’essere presente è già una testimonianza sufficiente.

Una domenica, mi fu offerto da un giovane prete che conoscevo bene di celebrare nella sua parrocchia. Tutto seguì la routine. Il giovane in sacrestia automaticamente si vestiva, presiedeva la celebrazione domenicale, arringava l’assemblea, mentre dietro lo seguivo come un agnellino. Solo verso la fine presi il coraggio e gli soffiai in un orecchio l’idea di un breve saluto al popolo. Oh sì, senz’altro, mi fa delicatamente, non ci avevo pensato! Forse, riflettevo, un missionario in una parrocchia normale non ha nulla da aggiungere.
Semplici dettagli che amo osservare. Anche perchè quando un sacerdote arrivava nella mia parrocchia italiana all’estero, pur all’ultimo istante, amavo proporgli subito di presiedere la nostra celebrazione e di rivolgere all’assemblea una parola o più. A volte, percependo la sua incertezza, aggiungevo subito: “Vede, ormai sono così abituati alla mia voce che forse sono anche un po’ stanchi di me!” Detto questo, come per miracolo, il sacerdote immediatamente cedeva. Ma ero cosciente che un volto e un messaggio da fuori facevano crescere segretamente il mio gregge. Sì, in missionarietà e in apertura di orizzonti, in nome dell’unico Signore e della medesima fede. Oltre che di una bella, seppure improvvisata, fraternità. L’esempio di accoglienza e di apertura che sanno dare i pastori fa crescere il popolo di Dio ancor più delle loro parole.

Così, vado spesso con la memoria a un incontro con un gruppo di giovani della diocesi, che mi lasciò un segno profondo. Pure, in loro, penso, studenti seri, sensibili e in ricerca vocazionale. Per me fu un autentico test: insieme ad altri sette o otto religiosi, cioè un francescano, un comboniano, una suora... stavamo di fronte a loro con una leggera ansietà, come pronti per un esame. Avevamo il compito di spiegare sinteticamente il nostro carisma, il senso della nostra vita e, poi, rispondere alle loro domande. Ricordo ancora come ascoltavo ad occhi chiusi le brevi, essenziali parole dei miei partner con un’ammirazione che mi commuoveva. Sentendo anche il loro sforzo di usare un linguaggio non antico, ingessato, ma fresco, attuale e attraente per dei giovani. Una vera sfida. Essa ci interpellava a “dire le ragioni della nostra speranza” come ricordava Pietro. Sì, le nostre ragioni di sperare, di combattere e di resistere in terra di missione. O in qualsiasi altra prima-linea della società di oggi, dove il nostro carisma ci chiamava a vivere. Era una parola franca, aperta e fraterna, che mi aiutò interiormente a crescere.

Una testimonianza vera, infatti, fa crescere sempre ambedue: colui che ascolta e colui che parla. Acquista il misterioso sapore del Magnificat e narra le meraviglie compiute dal Signore stesso nel terreno dell’umiltà, della povertà o della miseria, che ci accompagnano.
Dare la parola a un missionario come a un fratello che viene da fuori o da lontano è un gesto grande, bello e vitale. La Chiesa intera ve ne sarà riconoscente. È questo, in fondo, il suo modo più bello e fraterno di crescere in universalità. Sì, in cattolicità.

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